
Look Back
Look Back
ルックバック
GENERE: drammatico, slice of life
ANNO: 2424
DISTRIBUITO DA: Studio Durian
REGIA: Kiyotaka Oshiyama
TRATTO DAL MANGA DI: Tatsuki Fujimoto (2021)
Look Back è molto più di un semplice film anime: è una lettera d'amore e di dolore all'arte, alla crescita e alla sottile linea che separa l'ambizione dal rimpianto. Tratto dall'omonimo one-shot di Tatsuki Fujimoto, l'autore di Chainsaw Man, questo lungometraggio di 58 minuti ha conquistato pubblico e critica, affermandosi come una delle opere cinematografiche più intense degli ultimi anni.
Tatsuki Fujimoto racconta le storie in un modo unico ed estremamente personale. Non si tratta mai di semplice intrattenimento, ma di una dissezione chirurgica delle emozioni umane, condotta con la precisione di un chirurgo e la sensibilità di un poeta. Look Back rappresenta forse l’apice di questa sua capacità, un’opera che in meno di un’ora riesce a contenere più verità sulla condizione dell’artista di quanto molti autori riescano a esprimere in un’intera carriera.
La storia si apre in una sonnolenta cittadina di provincia giapponese, dove seguiamo le vicende di Fujino, una studentessa delle elementari dalla sicurezza granitica. I suoi fumetti a quattro vignette, pubblicati sul giornalino scolastico, le hanno garantito l’ammirazione incondizionata dei compagni e alimentato un ego che sfiora l’arroganza. Fujino è convinta di essere la migliore, finché non scopre l’esistenza di Kyomoto: una ragazza che non mette mai piede a scuola, reclusa nella propria stanza a causa di una forma severa di agorafobia, ma dotata di un talento artistico che ridimensiona brutalmente tutte le certezze della nostra protagonista.
Il primo incontro con i disegni di Kyomoto rappresenta per Fujino quello che in narratologia si chiama “chiamata all’avventura”, ma rovesciata: non è un invito all’eroismo, bensì uno schiaffo all’ego. I fondali dettagliati, la padronanza della prospettiva, la maturità tecnica di quella sconosciuta hikikomori frantumano l’illusione di superiorità di Fujino. La reazione iniziale è la più umana possibile: l’abbandono.
Perché continuare a disegnare se esiste qualcuno di immensamente più bravo?
Tuttavia, come spesso accade nelle grandi storie di formazione, è proprio dalla crisi che nasce la rinascita. Fujino non smette davvero di disegnare: si allena ossessivamente, in segreto, trasformando la rivalità in carburante. Quando finalmente le due ragazze si incontrano di persona, in una scena che Oshiyama dirige con una delicatezza commovente, scopriamo che Kyomoto ammira Fujino tanto quanto Fujino teme il talento di Kyomoto. È il classico schema del doppio specchio, dove ciascuna vede nell’altra ciò che le manca.
Da questo incontro nasce un sodalizio artistico e umano che rappresenta il cuore pulsante del film. Le due iniziano a creare manga insieme, combinando i rispettivi punti di forza: l’energia narrativa e l’ambizione di Fujino, la maestria tecnica e la dedizione meticolosa di Kyomoto. È una partnership che funziona perché complementare, e che il regista Kiyotaka Oshiyama racconta attraverso un montaggio ellittico magistrale, comprimendo anni di crescita condivisa in sequenze che alternano fatica e gioia, frustrazione e trionfo.

Prima di addentrarci nei temi più profondi dell’opera, è doveroso soffermarsi sulla realizzazione tecnica. Studio Durian ha compiuto scelte estetiche coraggiose che si discostano radicalmente dal mainstream dell’animazione giapponese contemporanea. Dimenticatevi la patina lucida e perfetta di produzioni come Demon Slayer o Jujutsu Kaisen: l’animazione di Look Back è volutamente “sporca”, vibrante, quasi artigianale.
I disegni sembrano muoversi sulla carta, mantenendo quella qualità tattile che caratterizza il tratto di Fujimoto su carta. È una scelta che potrebbe inizialmente disorientare chi è abituato all’iperdettaglio digitale, ma che si rivela perfettamente funzionale al racconto. Stiamo guardando una storia sul disegnare, e l’animazione stessa diventa metacommento: ogni frame trasuda la fatica fisica del creare, le ore passate curve sul tavolo da lavoro, la matita che scorre instancabile sulla pagina.
Le inquadrature sulle schiene delle protagoniste, ricorrenti fino a diventare un vero e proprio motivo visivo, condensano tutto questo. Vedere le due ragazze sempre di spalle, piegate sui loro fogli, è un promemoria costante del sacrificio che l’arte richiede: l’isolamento, la rinuncia alla vita sociale, la solitudine come condizione necessaria della creazione.
A questo punto, è impossibile ignorare come Look Back sia un’opera profondamente autobiografica. Il gioco onomastico è evidente: Fuji-no + Kyo-moto = Fujimoto. Le due protagoniste non sono semplicemente personaggi distinti, ma rappresentano due facce della stessa medaglia, due aspetti della personalità del loro creatore.
Fujino incarna l’ambizione, l’ego, la determinazione quasi feroce necessaria per sopravvivere nell’industria spietata del manga. È la parte di Fujimoto che ha scalato la vetta, che ha pubblicato Fire Punch e poi Chainsaw Man, che ha raggiunto il successo commerciale e critico.
Kyomoto, invece, rappresenta la passione pura, l’amore ossessivo per il disegno che confina con l’isolamento patologico. È il Fujimoto che passa le notti a rifinire i dettagli, che sacrifica la propria salute mentale sull’altare della perfezione tecnica, che vive nel terrore costante di non essere abbastanza bravo.
Questa scissione dell’io autoriale in due personaggi distinti permette a Fujimoto di esplorare il proprio rapporto conflittuale con la creatività. La scena in cui Fujino decide di smettere di disegnare perché si sente mediocre non è finzione: è una confessione pubblica sulla fragilità che si nasconde dietro ogni artista di successo.
Arriviamo ora al punto più delicato dell’opera, quello che trasforma Look Back da eccellente coming-of-age a documento storico ed emotivo di un trauma collettivo. Sebbene Fujimoto non lo abbia mai confermato esplicitamente per rispetto delle vittime, è impossibile non collegare gli eventi del finale all’attentato alla Kyoto Animation del 18 luglio 2019.
Quel giorno, un uomo armato di benzina diede fuoco allo studio di animazione, uccidendo 36 persone e ferendone altre 33. Il movente, per quanto possa essere razionalizzato un atto di tale violenza, era la convinzione delirante dell’attentatore di essere stato “plagiato” dallo studio. Animatori, registi, artisti che avevano dedicato la vita a creare bellezza, trucidati dalla follia di un singolo individuo.
Nell’opera, l’aggressore è un uomo con evidenti problemi mentali che urla le stesse accuse. Il nome della vittima, Kyo-moto, contiene lo stesso kanji di Kyoto. Non è una coincidenza: è un requiem.

Di fronte a questa tragedia, Fujino crolla. Si incolpa: se non avesse spronato Kyomoto a uscire dalla sua stanza, se non l’avesse trascinata nel mondo del manga, lei sarebbe ancora viva. È il senso di colpa del sopravvissuto, amplificato dalla consapevolezza di essere stata, in un certo senso, l’artefice del destino dell’amica.
Qui Fujimoto compie una scelta narrativa audace, introducendo un elemento fantastico in un racconto altrimenti realistico. Fujino strappa un vecchio fumetto, e uno dei frammenti scivola sotto la porta della stanza di Kyomoto, “viaggiando” in una realtà alternativa dove le due non si sono mai incontrate. In questa timeline, Kyomoto è all’interno dell’università e viene aggredita, ma Fujino interviene a salvarla con un calcio volante, esattamente come nel fumetto che aveva disegnato anni prima.
È un “what if” straziante, il desiderio disperato del creatore di riscrivere la realtà attraverso la propria opera. Ma Fujimoto è troppo onesto per concedersi un lieto fine facile. La Kyomoto della realtà alternativa disegna una striscia in cui ringrazia Fujino, e questa striscia “attraversa” i confini della finzione per raggiungere la Fujino del mondo reale. È un messaggio dall’aldilà, ma anche una dichiarazione poetica sul potere dell’arte: le storie che creiamo possono trascendere la morte, connettendoci con chi non c’è più.
Il titolo dell’opera, a questo punto, si carica di tutti i suoi significati stratificati. “Look Back” è un imperativo, ma anche un monito. Guarda le spalle: quelle di Kyomoto che ammira Fujino, quelle di Fujino curva sul tavolo da disegno. Guarda indietro: al passato, ai ricordi, a ciò che è stato. Ma soprattutto, pensa al titolo completo della canzone degli Oasis che Fujimoto ama tanto: Don’t Look Back in Anger. Non guardare al passato con rabbia.
Nell’ultima sequenza, Fujino scopre che la stanza di Kyomoto era piena dei suoi manga. Ogni numero della rivista su cui pubblicava, conservato con cura. Capisce allora che il loro legame, nato dal disegno, aveva dato a Kyomoto una vita degna di essere vissuta. Senza l’arte, senza quell’amicizia costruita foglio dopo foglio, Kyomoto sarebbe rimasta per sempre prigioniera della propria stanza, tecnicamente viva ma emotivamente spenta.
L’inquadratura finale è la schiena di Fujino che torna a disegnare. Per tutta la durata del film, abbiamo visto Kyomoto guardare la schiena di Fujino con ammirazione. Ora siamo noi spettatori a fissare quella schiena, curva sul tavolo, che riprende a tracciare linee sulla pagina.
Non è una scena di trionfo. Non c’è musica trionfale, non ci sono lacrime redentrici. C’è solo il silenzio della stanza e il fruscio della matita. Fujino non disegna più per l’ambizione, per il successo, per l’ego. Disegna come atto di resistenza contro l’oscurità, come unico modo per mantenere vivo il legame con Kyomoto, come risposta personale alla violenza insensata che ha colpito la comunità degli artisti.
Il messaggio di Fujimoto, a mio avviso, è cristallino: l’arte non può resuscitare i morti, non può fermare la follia, non può proteggerci dal dolore. Ma può darci un motivo per svegliarci il giorno dopo. Può trasformare il lutto in creazione, il senso di colpa in omaggio, il rimpianto in celebrazione di ciò che è stato.
Look Back è, in ultima analisi, un’opera che parla a chiunque abbia mai creato qualcosa. Che siate mangaka, scrittori, musicisti, pittori o semplicemente persone che hanno trovato nell’espressione artistica un modo per sopravvivere al caos dell’esistenza, questo film ha qualcosa da dirvi.
Vi chiederà perché create. Vi costringerà a confrontarvi con i vostri demoni, con la vostra invidia, con il vostro senso di inadeguatezza. Ma alla fine vi lascerà con una certezza: che ne vale la pena. Che ogni ora passata a perfezionare il proprio mestiere, ogni rinuncia, ogni sacrificio ha un senso. Non perché porterà necessariamente al successo, ma perché è l’unico modo che abbiamo per connetterci davvero con gli altri esseri umani.
In 58 minuti, Tatsuki Fujimoto e Kiyotaka Oshiyama hanno creato un piccolo, devastante capolavoro. Un film che fa piangere, sì, ma che soprattutto fa riflettere. Sul senso dell’arte, sul peso del passato, sulla responsabilità che abbiamo verso chi ci ammira. E sulla necessità, nonostante tutto, di continuare a guardare avanti. Senza rabbia.



