IN A VIOLENT NATURE 

IN A VIOLENT NATURE

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GENERE:         horror, slasher

ANNO:             2024

PAESE:            Canada

DURATA:        94 min 

REGIA:             Chris Nash

CAST:              Ry Barrett, Reece Presley, Lauren-Marie Taylor

Quando l'omaggio diventa un vuoto esercizio di stile, il cinema slasher perde la sua anima. "In a Violent Nature" di Chris Nash promette di reinventare il genere attraverso una prospettiva inedita, quella del killer, ma finisce per consegnare un'opera fredda e distante che tradisce le aspettative del pubblico horror.

Il cinema slasher ha sempre vissuto equilibri delicati: la tensione tra vittima e carnefice, il sottile confine tra omaggio e originalità, la necessità di bilanciare violenza e narrazione. “In a Violent Nature”, opera prima del regista canadese Chris Nash, tenta di sovvertire le convenzioni del genere adottando il punto di vista del killer, ma nel farlo smarrisce completamente quella che è l’essenza stessa dello slasher movie.

La premessa è intrigante: seguiamo Johnny, un assassino soprannaturale risvegliato quando un gruppo di ragazzi disturba la sua tomba improvvisata rubando un medaglione. Da qui, il film ci porta letteralmente sulle spalle del killer mentre attraversa i boschi dell’Ontario alla ricerca delle sue vittime. Nash opta per lunghe sequenze in cui la camera segue Johnny di spalle, creando un’esperienza visiva che ricorda più un videogioco in terza persona che un film horror. Questa scelta stilistica, seppur coraggiosa sulla carta, si rivela nella pratica monotona e ripetitiva, trasformando quello che dovrebbe essere un viaggio nell’orrore in una passeggiata contemplativa nei boschi canadesi.

Il problema principale del film risiede nella sua scrittura frammentaria e superficiale. Johnny, il nostro antagonista principale, rimane un enigma non per scelta narrativa ma per pigrizia sceneggiativa. La sua backstory viene accennata attraverso dialoghi espositivi gettati qua e là senza alcuna organicità, lasciando lo spettatore più confuso che intrigato. Chi è Johnny? Perché uccide? Qual è la sua maledizione? Il film sembra quasi imbarazzato nel dover fornire queste informazioni basilari, buttandole lì come se fossero un fastidioso obbligo narrativo piuttosto che il cuore emotivo della storia.

Ma se il killer risulta poco sviluppato, le vittime sono praticamente inesistenti come personaggi. Il gruppo di ragazzi che costituisce il tradizionale “fodder” per il massacro slasher è talmente anonimo e intercambiabile che risulta impossibile tenere traccia di quanti siano o quali siano le loro relazioni. Non c’è tempo per conoscerli, non c’è spazio per l’empatia. Sono semplicemente carne da macello in attesa del loro turno, e quando questo arriva, la loro morte lascia lo spettatore completamente indifferente. In un genere che ha fatto della caratterizzazione veloce ma efficace dei suoi personaggi un’arte (pensiamo ai teenager memorabili di “Venerdì 13” o “Nightmare”), questa mancanza totale di sviluppo è imperdonabile.

L’assenza più grave, tuttavia, è quella della tensione. Lo slasher vive di suspense, di quella sensazione di pericolo imminente che tiene lo spettatore incollato allo schermo. “In a Violent Nature” elimina completamente questo elemento. Le uccisioni avvengono in modo meccanico e prevedibile: Johnny arriva, uccide brutalmente la vittima di turno senza alcuna resistenza, e prosegue. Non c’è caccia, non c’è fuga, non c’è quel gioco del gatto col topo che rende memorabili i migliori film del genere. La superiorità fisica del killer è talmente schiacciante che ogni confronto diventa una mera esecuzione. Viene a mancare completamente quella dinamica di sopravvivenza che dovrebbe essere il motore emotivo del film.

E poi c’è il tradimento finale: l’assenza di una vera “final girl”. Questo archetipo, pietra miliare del genere slasher, rappresenta la speranza, la resilienza, il trionfo dello spirito umano contro il male incarnato. Film come “Halloween”, “Non aprite quella porta” o “Scream” hanno costruito la loro mitologia attorno a queste eroine che, sole contro l’orrore, trovano la forza di combattere e sopravvivere. In “In a Violent Nature”, l’ultima sopravvissuta si limita ad abbandonare il medaglione maledetto e fuggire nel bosco. Non c’è confronto finale, non c’è catarsi, non c’è quella trasformazione del personaggio da vittima a sopravvissuta che dovrebbe coronare il viaggio narrativo.

La scelta di Chris Nash di eliminare quasi completamente la colonna sonora, affidandosi ai suoni ambientali della natura, è un’altra decisione stilistica che sulla carta potrebbe sembrare audace ma che nella pratica evidenzia ulteriormente le debolezze strutturali del film. Il silenzio può essere un’arma potentissima nel cinema horror (pensiamo a “A Quiet Place”), ma richiede una sceneggiatura solida e una regia magistrale per funzionare. Qui, l’assenza di una base musicale che sottolinei i momenti di tensione o amplifichi l’orrore delle uccisioni rende tutto ancora più piatto e monotono. Il film avrebbe disperatamente bisogno di quel supporto emotivo che una buona colonna sonora può fornire, specialmente considerando la fragilità della sua struttura narrativa.

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È comprensibile che alcuni appassionati del genere possano vedere nell’opera un tentativo di omaggiare i classici slasher degli anni ’70 e ’80. Nash dimostra certamente una conoscenza enciclopedica del genere, citando visivamente film come “Venerdì 13”, “The Burning” e sì, anche “Non aprite quella porta” di Tobe Hooper. Le inquadrature sono studiate, la fotografia della natura canadese è spesso suggestiva, e alcune uccisioni sono realizzate con una creatività gore che strizza l’occhio ai fan più accaniti. Ma un omaggio deve essere più di una semplice citazione visiva. Deve catturare lo spirito, l’energia, la sostanza di ciò che sta omaggiando.

Paragonare questo film a capolavori come “Non aprite quella porta” o “Camping del terrore” di Ruggero Deodato è, a mio modesto parere, un’esagerazione che fa torto a quei classici. Hooper e Deodato non si limitavano a riprodurre estetiche: stavano esplorando temi profondi sulla violenza, sulla famiglia disfunzionale, sulla civiltà contro la barbarie. I loro film avevano qualcosa da dire, utilizzavano il genere horror come veicolo per commentari sociali taglienti. “In a Violent Nature” sembra invece un esercizio di stile fine a se stesso, una citazione senz’anima che replica la forma senza comprenderne la sostanza.

Il film fallisce anche nel suo tentativo più ambizioso: umanizzare o almeno rendere comprensibile il punto di vista del killer. Film come “Behind the Mask: The Rise of Leslie Vernon” o anche il recente “Pearl” di Ti West hanno dimostrato che è possibile esplorare la psicologia dell’antagonista slasher mantenendo tensione e interesse narrativo. Nash invece ci consegna un automa che cammina nel bosco, uccide e continua a camminare. Non c’è profondità psicologica, non c’è esplorazione del male, solo meccanica ripetizione.

La fotografia di Pierce Derks merita comunque una menzione per il suo tentativo di elevare il materiale. Le riprese della natura selvaggia dell’Ontario sono spesso belle da vedere, e c’è un contrasto interessante tra la serenità del paesaggio e la brutalità delle azioni di Johnny. Ma anche la migliore fotografia non può salvare un film che manca di sostanza narrativa ed emotiva.

“In a Violent Nature” rappresenta, secondo la mia opinione, un’occasione mancata. L’idea di ribaltare la prospettiva del genere slasher aveva un potenziale enorme, ma la sua esecuzione risulta tediosa e superficiale. Il film sembra più interessato a dimostrare la sua conoscenza del genere che a raccontare una storia coinvolgente o a creare personaggi memorabili. È un film che guarda indietro senza aggiungere nulla di nuovo, che cita senza reinventare, che omaggia senza comprendere veramente cosa rendeva grandi i film che cerca di emulare.

Per gli appassionati del genere slasher alla ricerca di qualcosa di nuovo, potrebbe rappresentare una curiosità da vedere una volta, magari apprezzando alcuni suoi esperimenti formali. Ma per chi cerca tensione, personaggi ben sviluppati e quella scarica di adrenalina che i migliori slasher sanno regalare, questo film risulterà probabilmente una delusione. È un’opera che dimostra come non basti conoscere le regole del genere per creare un film efficace: bisogna anche saperle utilizzare per raccontare una storia che valga la pena di essere vista.

Il cinema slasher, nel suo momento migliore, è sempre stato più della somma delle sue parti gore. È stato un modo per esplorare le paure adolescenziali, la sessualità repressa, il conflitto generazionale, la violenza nella società americana. Qui invece si dimentica tutto questo, riducendo il genere a una passeggiata nel bosco punteggiata da occasionali esplosioni di violenza gratuita. È, in definitiva, proprio quello che i detrattori del genere hanno sempre accusato lo slasher di essere: vuoto spettacolo senza sostanza. E questo, per chi ama veramente il genere e ne conosce le potenzialità, è il peccato più grave di tutti.

John il boia Ruth

Sono Gilberto, alias John il boia Ruth, la mente che ha dato forma a questo progetto. Nella vita mi occupo di web: dal marketing alla grafica, dalla progettazione di siti ai Social Network. Ne I Cinenauti ho voluto fondere il mio lavoro, che amo, con la mia più grande passione, il cinema. Prediligo gli horror, meglio se estremi e disturbanti, i thriller, i fantasy e i film d'azione. Insomma divoro qualsiasi cosa cercando di non farmi condizionare dai pregiudizi.