RED ROOMS

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red rooms i cinenauti recensioni film serie tv cinema

GENERE:         thriller, horror

ANNO:             2023

PAESE:            Canada

DURATA:        118 min 

REGIA:             Pascal Plante

CAST:               Juliette Gariépy, Laurie Babin, Elisabeth Locas, Maxwell McCabe-Lokos, Natalie Tannous, Pierre Chagnon , Guy Thauvette

Sfruttando il “gancio” dei famigerati “snuff movies”, il regista canadese Pascal Plante propone una stratificata e vigorosa riflessione sulle dinamiche dello sguardo e sul sottile discrimine tra lecito ed illecito nella società del cyberspazio, offrendo al contempo una diversa chiave di lettura del cinema sui serial killer.

Una giovane si sveglia all’alba dal suo giaciglio di fortuna ricavato nell’intercapedine di un edificio, si dà una rassettata e si avvia verso il vicino tribunale; entra, si reca nell’aula dove sta per iniziare il processo a Dominic Chevalier – accusato di aver ucciso e smembrato tre ragazzine, filmando il tutto in diretta a beneficio dei fruitori di una cosiddetta “stanza rossa” del dark web -, si sistema tra il pubblico e comincia a guardarsi intorno.

Parte “in medias res” il regista originario del Quebec Pascal Plante (autore anche della sceneggiatura), qui al suo terzo lungometraggio, presentandoci la protagonista (interpretata da una straordinaria Juliette Gariépy) ma al contempo allargando subito l’orizzonte verso quel grande “gioco delle parti” che è la giustizia: ecco allora che la camera, per venti ipnotici minuti, si aggira con movimenti sinuosi e lunghe parti in long take andando a intercettare i volti partecipi di donne e di uomini che probabilmente sono anche genitori e perciò sensibili oltremisura a quanto dovranno giudicare, e quelli dei familiari delle vittime, composti nel loro strazio; poi viene il turno della pubblico ministero che illustra in modo accorato le prove a carico di quell’uomo apparentemente ordinario e dimesso che vediamo dentro una gabbia in schiavettoni, puntando sì sulle perizie scientifiche ma soprattutto sul lato emotivo per convincere la giuria; quindi spazio alla replica della difesa, che, come consuetudine, tenta di ridimensionare ogni elemento a mero indizio o semplice coincidenza, appellandosi al sacrosanto principio della condanna oltre ogni ragionevole dubbio; e infine, in una prospettiva circolare, torniamo di nuovo alla misteriosa fanciulla assisa sulla sua sedia.

Ma chi è di preciso costei? Una senzatetto, come quell’anomalo incipit poteva far supporre? Non si direbbe, visto l’indubbio fascino e l’aspetto molto curato… Potrebbe trattarsi dunque di una studentessa che si sta documentando per una tesi di criminologia? Oppure di una persona qualunque, mossa semplicemente da una curiosità un po’ eccessiva per un eclatante fatto di sangue?
Quando pian piano impariamo a conoscerla, a partire dal suo nome (Kelly-Anne), scopriamo un profilo di donna indipendente alto-borghese dai tratti sì vagamente borderline ma tutto sommato non così alieni rispetto ad uno standard molto contemporaneo, soprattutto a certe latitudini: fotomodella quotata, apparentemente priva di alcun tipo di legame – l’unica persona con la quale comunica, via telefono o mail, è Lucie, la manager che le procura gli ingaggi -, risiede in un loft lussuoso e ipertecnologico con vista sullo skyline (siamo in una Montreal tetra e glaciale), tonifica i muscoli con intense sedute di ginnastica e quando si sente un po’ giù gioca a squash (naturalmente da sola), è talmente abile coi numeri da riuscire a fare molti soldi col poker online, oltre ad avere competenze informatiche da vero e proprio hacker; insomma, una che basta (e avanza) a sé stessa.

Plante ne rimarca sì l’enigmaticità di fondo, che si estrinseca non solo nello stile di vita ma soprattutto in certi sguardi carichi di sottintesi e in certi comportamenti legati al suo strano “hobby” (le ricerche insistite sulla madre di una delle vittime…), ma poi è come se ne sviasse la messa a fuoco quando fa prorompere sulla scena il personaggio di Clementine, ragazzina di provincia un po’ problematica che ha trovato ingenuamente una ragione di vita nel lottare perchè venga riconosciuta l’innocenza dell’imputato, divenendone una vera e propria “groupie” (fenomeno piuttosto diffuso per quanto riguarda i serial killer e alimentato, come un cane che si morde la coda, dagli stessi media che lo deplorano, aspetto puntualmente rimarcato dal regista).

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Kelly-Anne, in una sorta di comunanza tra due solitudini, sembra accoglierla in qualche modo come farebbe una sorella maggiore, instillando legittimi dubbi in quel suo furore da crocerossina, sul filo di una razionalità che ha l’aria di non lasciare mai il posto al minimo cedimento; così, mentre la nostra attenzione è catturata da questa adolescente allo stesso tempo vulcanica e fragilissima, arriva un fondamentale momento di cesura che, oltre a ribadire la precisa politica dello sguardo scelta dall’autore canadese (il mostrare qualcosa di terribile solo attraverso le reazioni di chi vi assiste – con un gran lavoro sul sonoro e sugli elementi cromatici – come cartina di tornasole del voyerismo insito in ognuno di noi), ci apre ulteriormente gli occhi sul fatto che questa specie di ibrido tra Lisbeth Salander e Lady of Shalott, la protagonista del poemetto romantico di Alfred Tennyson nella quale sembra immedesimarsi – ricordiamo che la trama è incentrata su una giovane donna che si convince di essere vittima di una maledizione e vede il mondo esterno solo attraverso uno specchio distorto: in questo caso si legga lo schermo di un pc o quello di un cellulare… -, col suo sguardo fisso e vitreo, cela un abisso interiore insondabile e preoccupante, e che quell’appartamento tanto “cool” quanto sempre buio, dominato dall’intelligenza artificiale (che lei ha chiamato Guenièvre dopo averla personalizzata al fine di eliminarne certe asserzioni poco rassicuranti, ad esempio circa il suicidio, e con la quale interagisce costantemente come fosse la sua unica amica…) non è altro che l’immagine della sua anima “nera”; e nel loro ultimo dialogo capiamo che anche Clementine ha visto qualcosa di “malato” nella compagna di quel breve tratto di strada, e ne ha avuto quasi paura: “Non so davvero perchè tu sia stata così gentile con me, ma grazie, ti ripagherò”, le dice, e l’altra, tradendo per la prima volta un moto di stizza trattenuto a stento, ribatte: “Come?!”; e poi le fa la domanda delle domande, quella che a quel punto anche noi spettatori abbiamo sulla punta della lingua: “C’è una cosa che non capisco: perchè sei qui?”, e Kelly-Anne la fulmina con un’occhiata che significa più di mille parole.

Da lì in poi Plante ci accompagna a cercare questa risposta, che naturalmente non arriverà, anzi le cose si faranno ulteriormente sfumate e non saremo più in grado di distinguere il confine tra una pazzesca strategia (da pokerista appunto, o da chi si (tra)veste per osare – prendendo in parola il nome dell’agenzia per la quale lavorava -…) tesa ad incastrare definitivamente il feroce maniaco e l’accordarsi ormai totale col proprio lato oscuro attraverso una sorta di delirante, ma forse anche catartica, identificazione sia nel ruolo di vittima che, a suo modo, in quello di carnefice: in definitiva, una ricerca della verità che, partendo dal dato meramente cronachistico, si indirizza poi a tutti gli effetti sulla propria intima natura.

Emana dunque dalla figura di questo personaggio un senso di morbosità inafferrabile (dato anche dalla scelta quantomai efficace di ometterne il retroterra, evitando così di rifugiarsi nella banale scorciatoia di un qualsivoglia trauma pregresso) che finisce per riverberarsi a cascata su un intero mondo, il quale ci appare ormai totalmente sfasato in un’orgia di simulacri virtuali (idea resa anche grazie all’ennesimo efficace effetto di una regia che non sbaglia un colpo nel restituire con rigore geometrico l’intensità psicologica della narrazione: merito che va condiviso con la splendida fotografia di Vincent Biron ed il notevole commento musicale del fratello del regista, Dominique, più che mai decadente ed ansiogeno); e quel finale sospeso, che potrebbe preludere a scenari ancora più inquietanti ma anche ad una redenzione, è la degna ciliegina sulla torta di questo cupo e potente cyber-thriller (ricordiamolo, premiato sia come miglior lungometraggio che dal pubblico al TOHorror 2023) il quale, pregno di molteplici suggestioni governate però con piglio fortemente autonomo – tra i numi tutelari possiamo scorgere Brian De Palma e i due David, Fincher e Cronenberg, senza dimenticare un’opera come Tesis di Alejandro Amenabar o le prospettive raggelate di Michael Haneke; in più, volendo, si possono intuire rimandi a visioni più eccentriche come ad esempio quelle di Olivier Assayas (Demonlover), di Nicolas Winding Refn (The Neon Demon), di Paul Verhoeven (Elle), di Jan Komasa (The Hater), di Emerald Fennell (Una donna Promettente) -, riesce a dire molto sul nostro presente e anche ad offrire, più nello specifico, una prospettiva originale su un tema ormai a forte rischio di inflazione come quello degli assassini seriali e di ciò che li circonda.

Anton Chigurh

Mi chiamo Mattia, alias Anton Chigurh, classe 1975, ho fatto studi classici e sono orgogliosamente spezzino; cosa chiedo ad un film o ad una serie tv? Di farmi riflettere, di inquietarmi, di lasciarmi a bocca aperta, di divertirmi... Per sapere dove trovo tutto questo, leggete le mie recensioni su I Cinenauti!