L’IMMORTALE

GENERE: azione, drammatico, samurai
ANNO: 2017
PAESE: Giappone, Gran Bretagna
DURATA: 140 min
REGIA: Takashi Miike
CAST: Takuya Kimura, Hana Sugisaki, Sôta Fukushi, Hayato Ichihara, Erika Toda
"L'Immortale" (Blade of the Immortal) di Takashi Miike rappresenta un'opera cinematografica che segna un traguardo significativo nella carriera del prolifico regista giapponese, essendo il suo centesimo film. Questa trasposizione live-action del celebre manga di Hiroaki Samura si rivela un'esperienza viscerale che fonde magistralmente la tradizione del cinema samurai con la sensibilità contemporanea tipica di Miike.
Il film si apre in un Giappone feudale dove incontriamo Manji, un formidabile samurai la cui vita viene sconvolta quando sua sorella minore Machi viene brutalmente assassinata davanti ai suoi occhi. In un combattimento disperato contro gli assassini, Manji riesce a vendicarsi ma viene mortalmente ferito. È qui che entra in scena una misteriosa donna anziana, conosciuta come Yaobikuni, che infetta il suo corpo con dei “vermi sacri” (kessen-chu), creature soprannaturali che gli conferiscono l’immortalità rigenerando qualsiasi ferita, anche le più letali.
Cinquant’anni dopo questi eventi, Manji incontra Rin Asano, una giovane ragazza di 16 anni che gli ricorda incredibilmente sua sorella Machi. Rin è l’unica sopravvissuta del dojo di suo padre, distrutto dalla spietata scuola di arti marziali Ittō-ryū, guidata dal carismatico ma spietato Kagehisa Anotsu. Quest’ultimo sta cercando di unificare tutte le scuole di arti marziali del Giappone attraverso una campagna di violenza e terrore, eliminando chiunque si opponga al suo progetto. Gli Ittō-ryū non solo hanno ucciso il padre di Rin, maestro della scuola Mutenichi-ryū, ma hanno anche violentato e ucciso sua madre davanti ai suoi occhi.
La narrazione si sviluppa quando Rin convince Manji a diventare il suo protettore e ad aiutarla nella sua missione di vendetta. Questo accordo dà inizio a un viaggio epico attraverso il Giappone, durante il quale i due protagonisti si trovano ad affrontare una serie di avversari sempre più formidabili, ognuno dei quali rappresenta una diversa scuola di combattimento e una differente filosofia di vita. Tra gli antagonisti più memorabili troviamo Makie Otono-Tachibana, una spadaccina di straordinaria bellezza e letalità che serve gli Ittō-ryū per ragioni personali; Sabato Kuroi, un gigantesco guerriero dotato di una forza sovrumana; e Shira, un sadico ex membro della polizia che diventa uno dei nemici più persistenti e disturbanti della coppia protagonista.
Ciò che distingue “L’Immortale” nel panorama dei film di samurai è la rappresentazione della violenza, elemento distintivo dello stile di Miike. Il regista orchestra sequenze di combattimento che sono al contempo brutalmente realistiche e poeticamente coreografate, dove il sangue diventa un elemento pittorico che dipinge la tela dello schermo. La fotografia, curata da Nobuyasu Kita, alterna sapientemente momenti di quiete contemplativa a esplosioni di violenza, creando un contrasto visivo che amplifica l’impatto emotivo delle scene d’azione.

Takuya Kimura, nel ruolo di Manji, offre una performance stratificata che va oltre il tipico stereotipo del guerriero stoico. Il suo personaggio porta il peso dell’immortalità come una croce, e attraverso la sua interpretazione emerge la complessità psicologica di un uomo condannato a vivere eternamente, testimone della sofferenza senza fine. Attraverso flashback e momenti di introspezione, vediamo come l’eternità sia diventata per lui una maledizione, costringendolo a vedere morire tutti coloro che ama e a portare il peso di innumerevoli battaglie e perdite. Hana Sugisaki, nel ruolo di Rin, bilancia perfettamente l’innocenza perduta con una determinazione crescente, creando una dinamica convincente con il suo protettore immortale.
Il rapporto tra Manji e Rin si evolve da un semplice accordo di protezione a un legame più profondo e complesso. Manji vede in Rin non solo un’eco di sua sorella perduta, ma anche una possibilità di redenzione, mentre Rin trova in Manji una figura paterna e un mentore che la guida attraverso il suo percorso di crescita e vendetta. Questa evoluzione emotiva costituisce il cuore pulsante del film, offrendo momenti di genuina intimità che contrastano con la brutalità delle scene d’azione.
La scenografia e i costumi meritano una menzione speciale per la loro attenzione ai dettagli storici, pur concedendosi alcune licenze creative che ben si sposano con l’atmosfera semi-fantastica del racconto. L’ambientazione del Giappone feudale viene ricreata con una precisione che non sacrifica mai la spettacolarità visiva, creando un mondo credibile in cui elementi soprannaturali si integrano organicamente.
Il film eccelle particolarmente nella sua esplorazione tematica della vendetta come ciclo perpetuo. Miike utilizza l’immortalità del protagonista come metafora per illustrare come la violenza generi inevitabilmente altra violenza, in un ciclo apparentemente infinito. Questo tema viene sviluppato attraverso una narrazione che, pur mantenendo un ritmo incalzante, si concede momenti di riflessione filosofica senza mai risultare didascalica. La complessità della trama si arricchisce ulteriormente attraverso sottotrame che esplorano le motivazioni di Anotsu, rivelando come il suo progetto di unificazione delle scuole di arti marziali nasca da un ideale di rinnovamento e sopravvivenza delle arti marziali in un’epoca di cambiamenti. Questa sfumatura aggiunge profondità al personaggio, evitando la trappola del villain monodimensionale.
La colonna sonora, che fonde elementi tradizionali giapponesi con arrangiamenti moderni, contribuisce a creare un’atmosfera che oscilla tra il periodo storico e una sensibilità contemporanea, riflettendo perfettamente l’approccio di Miike nel rendere accessibile al pubblico moderno un racconto d’epoca.
L’opera non è esente da criticità: la sua durata considerevole potrebbe risultare impegnativa per alcuni spettatori, e la complessità della trama, fedele al materiale originale, richiede una notevole attenzione per seguire tutti i suoi sviluppi. Tuttavia, questi elementi che potrebbero essere visti come debolezze contribuiscono paradossalmente alla ricchezza dell’opera.
“L’Immortale” si conferma come uno dei più riusciti adattamenti live-action di un manga, grazie alla capacità di Takashi Miike di rispettare il materiale originale pur imprimendo la sua distintiva visione registica. È un’opera che soddisfa sia gli appassionati del genere che gli spettatori alla ricerca di un cinema d’azione intellettualmente stimolante, dimostrando che il cinema di genere può veicolare riflessioni profonde sulla natura umana senza rinunciare all’intrattenimento.



