KAWAIKEREBA HENTAI DEMO SUKI NI NATTEKUREMASU KA?: ABNORMAL HAREM

Esiste un sottogenere dell'harem comedy che vive sul filo del paradosso: quanto si può spingere il fanservice prima che la narrazione collassi sul proprio stesso ammiccamento? Kawaikereba Hentai demo Suki ni Nattekuremasu ka?, conosciuto in Italia come Abnormal Harem ed edito da J-POP Manga, prova a rispondere trasformando il kink in linguaggio emotivo. Tratto dalla light novel di Hiroshi Yuki, il manga adattato da Sou Hamayumiba propone un protagonista circondato da ragazze ognuna portatrice di una "stranezza" sessuale dichiarata. Sotto la superficie ecchi, però, si nasconde una riflessione, talvolta acerba, sull'accettazione del desiderio.

ABNORMAL HAREM i cinenauti recensioni film serie tv cinema

SCHEDA TECNICA

  • Genere: Harem, Commedia romantica, Ecchi
  • Target: Seinen
  • Anno di inizio: 2018 (serializzato su Dragon Age di Fujimi Shobo)
  • Mangaka: Sou Hamayumiba (adattamento dalla light novel di Hiroshi Yuki, illustrazioni originali di Ban!)
  • Casa editrice (Giappone): Fujimi Shobo / Kadokawa
  • Distributore (Italia): J-POP Manga

 

Curiosità sull’opera:

  1. Il titolo originale, lunghissimo, è una domanda diretta al lettore (“Anche se sono una pervertita, ti piacerò lo stesso?”), trend tipico delle light novel post-2010 in cui il titolo funge già da hook narrativo.
  2. Sou Hamayumiba è un mangaka noto soprattutto per opere ecchi e adattamenti di light novel: il suo tratto è riconoscibile per le espressioni facciali esagerate e una particolare attenzione al linguaggio del corpo femminile, eredità della scuola di disegno moe contemporanea.
  3. Il manga ha generato un piccolo culto di nicchia ben prima dell’adattamento animato del 2024, soprattutto nei circuiti doujinshi e nelle community online dedicate al genere harem.

Parlare di un manga come Kawaikereba Hentai demo Suki ni Nattekuremasu ka? richiede una premessa quasi imbarazzata: siamo davanti a un prodotto che gioca apertamente con codici e cliché del genere ecchi-harem, talmente esibiti da apparire, a tratti, autoparodici. Eppure, e qui sta il piccolo cortocircuito interessante, l’opera non si limita al solo voyeurismo gratuito che il titolo lascerebbe presagire. Almeno, questa è la mia impressione dopo averne letto i volumi: Sou Hamayumiba sembra voler giocare con le aspettative del lettore, costruendo un harem in cui ogni protagonista femminile è definita non da un archetipo caratteriale (la tsundere, la kuudere, la genki) ma da una specifica anormalità sessuale.

Il protagonista, Keiki Kiryu, è il classico studente medio, gentile e un po’ tonto – l’ennesimo everyman che funge da specchio per le proiezioni del lettore. Un giorno trova nel suo armadietto una lettera anonima firmata “Cenerentola”, accompagnata da un paio di mutandine. Da qui inizia la sua indagine sentimentale: scoprirà presto che ognuna delle ragazze del suo entourage nasconde un feticcio ben definito. C’è la masochista, la sadica, la voyeur, l’esibizionista. Sulla carta, l’idea ha il sapore della provocazione di pancia; sulla pagina, si traduce in qualcosa di leggermente più stratificato di quanto il titolo, da scaffale segreto, lasci intendere.

Da un punto di vista grafico, Abnormal Harem non riscrive la grammatica visiva del genere. Il tratto di Sou Hamayumiba è solido, mestierante, perfettamente inserito nella tradizione del manga ecchi seinen post-anni 2010. Le espressioni facciali sono il vero punto di forza: gli sguardi delle ragazze, i loro arrossamenti, i microsegnali di imbarazzo o di provocazione vengono resi con una precisione che, va detto, supera la media del genere. Quando Yuika abbassa lo sguardo cercando il rimprovero di Keiki, o quando Sayuki incrocia le braccia esibendo la propria autorità, la tavola comunica più del dialogo stesso.

Il chara design ricalca con onestà i canoni dell’adattamento da light novel: silhouette riconoscibili, palette cromatiche distintive (almeno nelle illustrazioni a colori), uniformi scolastiche che diventano segno identitario. La costruzione delle pagine, però, raramente sorprende. Hamayumiba predilige un’impaginazione ortodossa, con vignette regolari e poche soluzioni grafiche audaci. Niente che Prison School di Hiramoto o Shimoneta non avessero già spinto, in termini di sperimentazione visiva, ben oltre.

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Ciò che però mi ha incuriosito, e qui parlo a titolo personale senza pretesa di verità assoluta, è il modo in cui la sceneggiatura prova a usare il feticcio come chiave di carattere anziché come gag fine a sé stessa. Sayuki Tokihara, la masochista, non è solo il pretesto per scenette compromettenti: il suo desiderio di umiliazione viene letto, in alcuni capitoli più riusciti, come una richiesta d’attenzione, una forma di autosvalutazione che cerca convalida nell’altro. Yuika Koga, con le sue tendenze da dpminatrice, incarna quel cortocircuito tra autorità performativa e bisogno di controllo, archetipo che la psicoanalisi popolare adora rivisitare.

Non sto sostenendo che Abnormal Harem sia un trattato di psicologia travestito da rom-com. Sarebbe un’iperbole imbarazzante. Ma rispetto alla media del genere, il manga mostra una piccola, timida volontà di umanizzare il kink, di sottrarlo al puro registro comico e di restituirlo come tratto identitario, talvolta perfino doloroso. È una sfumatura che, nella letteratura giapponese di intrattenimento contemporanea, non è scontata.

Il punto debole più evidente, secondo la mia lettura, riguarda l’equilibrio tonale. Nei suoi momenti migliori, il manga flirta con una commedia romantica adolescenziale gentile, persino tenera; in quelli peggiori, scivola in siparietti dove la comicità slapstick annega ogni tentativo di approfondimento. Il rischio, in un prodotto del genere, è sempre quello: il fanservice è un linguaggio totalizzante, una volta innescato tende a fagocitare ogni sottotesto. E qui Hamayumiba, va detto, non sempre tiene la barra dritta. Alcuni capitoli sembrano scritti con il pilota automatico, altri sorprendono con dialoghi inaspettatamente intimi.

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Vale la pena, credo, contestualizzare l’opera nel più ampio panorama della cultura otaku contemporanea. Negli ultimi anni, il genere harem ha attraversato una mutazione sotterranea: dalle bishojo game adaptation anni 2000 ai più recenti isekai harem post-Konosuba, c’è stata una progressiva autocoscienza del genere. Si ride di sé stessi, si decostruiscono i tropi, si flirta con il meta-commento. Abnormal Harem si inserisce in questa scia, scegliendo però una via meno parodica e più “confessionale“: le ragazze non nascondono i propri feticci, li dichiarano. È un piccolo gesto culturalmente interessante, in un Paese, il Giappone, dove la stigmatizzazione del desiderio non normativo resta forte.

Naturalmente, e qui il critico onesto deve mettere il piede sul freno, parliamo pur sempre di un manga che vende immaginario erotico sotto una vernice di rispettabilità tematica. Sarebbe ingenuo, da parte mia, dipingerlo come opera progressista. La male gaze è onnipresente, il punto di vista resta saldamente ancorato alle fantasie del protagonista (e del pubblico bersaglio), e la “diversità dei desideri” femminili viene comunque incanalata in una geometria piacente per il lettore tipo.

Concludendo, e qui mi permetto un parere personale che vale quanto l’opinione di un avventore di izakaya alle due di notte: Abnormal Harem è un manga divisivo. Chi cerca solo fanservice troverà pane per i propri denti. Chi cerca un rom-com leggero con qualche guizzo psicologico potrà sorprendersi positivamente in alcuni capitoli. Chi pretende un manga “importante” farà meglio a rivolgersi altrove – c’è ancora Chainsaw Man o I diari della Speziale sullo scaffale a reclamare attenzione.

Il mio voto, se proprio devo darne uno, è un 6 e mezzo generoso: non per la realizzazione grafica, dignitosa ma non eccezionale, ma per la piccola, inattesa onestà tematica con cui l’opera tratta il rapporto tra desiderio e identità. Non è un capolavoro. Non vuole esserlo. È un comfort manga con un’idea sotto la copertina…

John il boia Ruth

Sono Gilberto, alias John il boia Ruth, la mente che ha dato forma a questo progetto. Nella vita mi occupo di web: dal marketing alla grafica, dalla progettazione di siti ai Social Network. Ne I Cinenauti ho voluto fondere il mio lavoro, che amo, con la mia più grande passione, il cinema. Prediligo gli horror, meglio se estremi e disturbanti, i thriller, i fantasy e i film d'azione. Insomma divoro qualsiasi cosa cercando di non farmi condizionare dai pregiudizi.