Tra cronaca e letteratura, l’universo inquieto di Dino Risi: Il Vedovo(1959) e Anima Persa (1977)

Dino Risi, come tutti gli altri “mostri” della commedia all'italiana, ha sempre saputo che la vita è una corsa ad ostacoli sulla quale è meglio ridere un po' se vogliamo sfangarla in qualche modo; a ben vedere, infatti, egli ha spesso descritto quel disagio - declinato in rimpianto o turbamento per qualcosa che si è perduto o si fa fatica a conquistare e mantenere, sia esso un ideale, una persona, uno status sociale ecc. - che porta progressivamente al deragliamento psichico; due pellicole emblematiche in questo senso sono Il Vedovo ed Anima Persa, l'una impareggiabile esempio di satira capace di mettere a nudo il lato oscuro del miracolo economico, l'altra magistrale incursione nel dramma psicologico dalle tinte thriller-horror.

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Il Vedovo

La mattina dell’11 settembre del 1958 a Roma, nell’appartamento di un condominio situato in via Monaci nel quartiere Nomentano, viene ritrovato il cadavere di Maria Martirano; la donna è stata strangolata e sulle prime il movente sembra quello di un banale furto.
Le indagini successive, però, si indirizzano sul marito, il geometra Giovanni Fenaroli, il quale risiede a Milano dove si occupa della sua impresa edile; si scoprono difficoltà finanziarie ed una polizza sulla vita della Martirano di ben centocinquanta milioni, ma è soprattutto la testimonianza del ragionier Egidio Sacchi, amministratore dell’azienda, ad incastrarlo: l’uomo infatti asserisce di aver assistito ad una telefonata nella quale Fenaroli comunicava alla moglie che sarebbe passato da lei un certo Raoul Ghiani per lasciare dei documenti; quest’ultimo, reperito da Fenaroli tramite il fratello di una sua ex amante, avrebbe dunque svolto il ruolo di sicario partendo da Malpensa alla volta di Roma con l’ultimo volo della sera per tornare poi a Milano nella notte in vagone letto giusto in tempo per presentarsi al lavoro il giorno successivo.

Il mistero di Via Monaci fu uno dei primi episodi mediatici di cronaca nera della nostra storia (preceduto forse soltanto da quello, accaduto nell’aprile del 1953, riguardante la misteriosa morte di Wilma Montesi: il caso – evocato nell’ultimo film di Saverio Costanzo, Finalmente L’Alba -, una sorta di “Dalia Nera” all’italiana, portò alla luce i torbidi segreti del jet-set romano, in particolare i festini a base di droga e sesso svolti in una tenuta di Capocotta, sul litorale tra Castel Porziano e Torvajanica, ed arrivò addirittura a toccare i più alti piani dell’establishment democristiano, causando una crisi di governo – il Vicepresidente del Consiglio Attilio Piccioni, infatti, era il padre del grande musicista jazz Piero, a quel tempo compagno di Alida Valli ed accusato di essere uno dei partecipanti all’orgia costata la vita alla povera ragazza, il cui corpo sarebbe stato poi abbandonato sulla spiaggia per simularne un malore dovuto al contatto con l’acqua fredda del mare; va detto, però, che l’artista venne poi completamente scagionato -), seguito spasmodicamente da milioni di persone divise in colpevolisti ed innocentisti, con una dinamica a noi ormai ben nota; il processo seguente vide la condanna dei principali imputati, anche se a dire il vero rimasero sempre dei dubbi, rinfocolati negli anni novanta da un’inchiesta del giornalista Antonio Padellaro (dal titolo “Non Aprite Agli Assassini”), il quale riportò le confidenze ricevute da un ex agente del Sifar secondo cui dietro al delitto, compiuto da killer legati ai servizi, vi era un intrigo di fondi neri e di ricatti riguardanti l’istituto di credito Italcasse.

Sia come sia, il cinema non poteva che “fiondarsi” subito su questa vicenda così paradigmatica di quelle pulsioni nefaste ed autodistruttive che covavano negli interstizi di una straordinaria fioritura economica: è Rodolfo Sonego, uno dei nostri più grandi sceneggiatori (per una panoramica sulla sua vita e le sue opere rimane imprescindibile lo splendido volume di Tatti Sanguineti “Il Cervello Di Alberto Sordi, Rodolfo Sonego E Il Suo Cinema”), a rielabolarla – con qualche contributo di Fabio Carpi, Sandro Continenza e Dino Verde – per Dino Risi in chiave grottesca ed iperrealistica; ecco allora che, ribaltando i ruoli originari, ne Il Vedovo (questo l’ironico titolo scelto) il protagonista diventa un romano cialtrone ed esaltato, titolare di un’azienda di ascensori sull’orlo del fallimento (Alberto Nardi, del quale Sordi, più che mai a briglia sciolta, fa quasi un suo vero e proprio alter-ego – perchè secondo Sonego era veramente matto da legare, mica recitava… -), sposato ad una ricca donna d’affari milanese cinica e scafata (l’Elvira Almiraghi della grandissima Franca Valeri, qui nella sua prova cinematografica più superba), e la coppia risiede non a caso in un appartamento della maestosa Torre Velasca (location utilizzata successivamente anche da Ermanno Olmi in Durante L’Estate del 1971 e da Fernando Di Leo in Milano Calibro 9 del 1972), edificio di cosiddetta architettura brutalista costruito tra il 1956 e il 1958 e annoverato tra i simboli più riconoscibili di quella che si andava affermando come la vera capitale industriale e finanziaria d’Italia; ed ecco, altresì, tutta una compagnia di giro composta di straordinari personaggi, interpretati da notevoli caratteristi (in un piccolo ruolo secondario appare anche un giovane Gigi Reder), che vanno dal marchese Stucchi (un ragionier Sacchi che da grigio contabile viene genialmente trasformato in vero e proprio “residuato bellico” dai modi affettati e dall’aplomb confinante in una sorta di quieto e rassegnato masochismo – nonostante il titolo nobiliare e il fatto che in guerra fosse stato suo superiore, si ritrova infatti nel ruolo della vittima designata di ogni capriccio del Nardi -, e quindi completamente anacronistico rispetto al contesto, diventando, nella grandiosa performance di Livio Lorenzon, doppiato da Gastone Moschin, forse il “quid” in più dell’intero film) al commendator Fenoglio (Ruggero Marchi), il migliore amico dell’Elvira, nemmeno troppo velatamente ispirato alla figura del produttore Angelo Rizzoli (quello che in Costa Azzurra aveva due yacht, uno per i simpatici e uno per gli antipatici – tra questi ultimi pare fosse annoverato proprio Sordi, che forse colse l’occasione di una piccola vendetta nei suoi confronti spingendo perchè venisse caratterizzato il più possibile come il classico “cumenda” tronfio e volgare… -), passando per l’ingegnere tedesco Fritzmayer (Enzo Petito), al quale, in un inciso folgorante, si attribuiscono trascorsi di molestatore di bambine (allusione che fa il paio con quella di un Sordi/Nardi ormai completamente fuori controllo che parla di “pecorino” mentre si mangia con gli occhi il fondoschiena di Angela Luce inquadrato in una postura inequivocabile.

Ah, i bei tempi di quando ancora non imperava il politicamente corretto!), lo zio del Nardi (Nando Bruno), convinto dal nipote a vendere il taxi a Roma per investire nella sua impresa, il commendator Lambertoni (Mario Passante), l’eterno creditore al quale il self-made man “alla vaccinara” riesce sempre a sfuggire come un’anguilla utilizzando mille stratagemmi, nonché la civettuola e opportunista amante Gioia (Leonora Ruffo), sobillata dalla mamma Italia (Nanda Primavera).

Sonego crea tormentoni esilaranti (uno su tutti l’immortale “cretinetti” col quale la Valeri apostrofa in continuazione Sordi) e intercetta, oltre a ciò che stava nelle pieghe dello specifico fatto di sangue (ad esempio la circostanza che Fenaroli avesse proposto a più di una persona di eliminargli la moglie, cosa riportata in maniera iperbolica nel film dove Sordi addirittura ordina le corone per il funerale ancora prima che l’omicidio sia compiuto…), molte suggestioni dell’epoca come una “nostalgia” malcelata di certi ambienti per il fascismo (Nardi evoca Mussolini, pur senza nominarlo, come uno dei suoi numi tutelari…), le temperie geopolitiche (il canale di Suez…) e imprenditoriali (la Montecatini…), il ruolo sempre più pervasivo dei media nell’andare a solleticare il narcisismo della massa (Sordi vestito a lutto – ombrello nero compreso… – si presenta davanti alle telecamere con fare contrito per piangere la moglie), ma soprattutto quella tendenza al materialismo verso la quale si stava avviando la società (Nardi si dichiara convinto seguace della “folle corsa al danaro”, ma a ben vedere la “rinuncia” non conquista più di tanto nemmeno il suo consigliere spirituale, padre Agostino, il quale a un certo punto appare in compagnia di un’avvenente bionda ad una festa esclusiva tra i cui partecipanti si segnala anche il cantante Alberto Rabagliati…) e la nevrosi che ciò comportava (persino il patente antisemitismo di Nardi è tratteggiato, secondo Sanguineti, come un fatto nevrotico).

Il Vedovo risulta così un copione dove la meschinità dell’animo umano viene fuori in tutte le sue sfaccettature, un puro distillato di cattiveria e di stilettate d’autore che Dino Risi trasforma in un film inattaccabile sotto tutti punti di vista (un arguto osservatore della cultura pop come il prematuramente scomparso Tommaso Labranca lo ha analizzato in modo maniacale, quasi fotogramma per fotogramma, sviscerandone “link” financo arditi ed impensabili: il risultato di tale certosino lavoro si trova nel pregevole testo “Progetto Elvira, Dissezionando Il Vedovo” del 2014), anche perchè nel girarlo gioca coi generi in maniera sublime: su un puro sostrato da commedia all’italiana – qui particolarmente connotata dall’irresistibile black humour e dall’andatura indiavolata, scandita da un motivetto in stile-marcetta di Armando Trovajoli – infatti, il Maestro meneghino innesta un cotè da noir anni quaranta (aiutato, in questo, dai chiaroscuri dello splendido bianco e nero di Luciano Trasatti: si veda, ad esempio, la sequenza nella quale gli improbabili cospiratori, sorta di Gruppo T.N.T. Di Alan Ford ante-litteram – chissà se Max Bunker e Magnus hanno tratto ispirazione… -, sono riuniti nella penombra di una stanza per cogitare il loro delirante piano), arrivando persino a concedersi un tocco “gotico” (ad esempio quando Franca Valeri “rediviva” esce dall’oscurità palesandosi alle spalle di un Alberto Sordi ebbro della sua nuova condizione di padrone assoluto…), quasi a preconizzare la ghost-story Fantasma D’Amore che realizzerà ventidue anni dopo con Marcello Mastroianni e Maria Schneider.

Il Vedovo rimane dunque, insieme ai successivi Una Vita Difficile ed Il Sorpasso (e, a costo di proferire una bestemmia, a mio personale giudizio qualitativamente al di sopra degli altri due in quanto a ritmo implacabile e scrittura concisa ed affilata), parte integrante di una trilogia capolavoro del “boom” capace di illustrare, con una lucidità e una libertà di sguardo che raramente riusciamo a riscontrare negli autori odierni (evitiamo di parlare, per carità di patria, del remake girato nel 2013 da Massimo Venier con protagonisti Fabio De Luigi e Luciana Litizzetto), gli splendori ma anche le mille contraddizioni e le complessità di uno snodo cruciale della storia del nostro Paese.

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Anima Persa

Saltiamo in avanti, e precisamente al 1977 (anno in cui, peraltro, l’amico Mario Monicelli se ne usciva fuori con Un Borghese Piccolo Piccolo – a conti fatti uno dei revenge-movie più crudeli e devastanti della storia del cinema, con un Alberto Sordi, sempre lui, trasfigurato e monumentale -, a dimostrazione di come questi giganti non avevano certo paura di sparigliare le carte dando al pubblico ciò che non si sarebbe mai aspettato da loro…), quando Risi produce un’opera davvero degna di nota proprio perchè apparentemente distante dal suo cinema.

Lo spunto di partenza stavolta è letterario, e precisamente il romanzo Un’Anima Persa del grande scrittore polesano, ma torinese d’adozione, Giovanni Arpino (quella con Arpino era in realtà una “liaison” iniziata tre anni prima con il fortunato adattamento di un altro lavoro, Il Buio E Il Miele, divenuto il celeberrimo Profumo Di Donna con un superlativo Vittorio Gassman, premiato a Cannes, nei panni del protagonista; il film verrà poi rifatto da Martin Brest nel 1992 col titolo Scent Of A Woman, consentendo ad Al Pacino di vincere l’Oscar); la trama, ambientata nel capoluogo piemontese, prende spunto dalla visita del maturando Tino agli zii Serafino e Galla Calandra – lui ingegnere all’azienda del gas, lei ricca esponente dell’alta borghesia, – abitanti in una grande villa sulle colline; il giovane viene reso edotto del fatto che in un vano del piano superiore, al quale ha accesso il solo Serafino, vive il fratello di quest’ultimo chiamato “il professore”, un uomo divenuto pazzo e perciò autoisolatosi dal mondo, il quale passa il suo tempo a riprendere insetti ed altri particolari della sua stanza con una cinepresa; durante il suo soggiorno, però, Tino scoprirà una verità ancora più sconvolgente.

Per scrivere la sceneggiatura viene chiamato stavolta Bernardino Zapponi, altro professionista di chiara fama noto per i lavori con Mauro Bolognini, Federico Fellini e lo stesso Risi, ma mai abbastanza ricordato per il fondamentale contributo offerto all’innovativo “congegno” col quale Dario Argento un paio di anni prima aveva “scardinato” le regole del thriller (stiamo parlando naturalmente di Profondo Rosso); ed è una “ventata” che Zapponi porta anche in questo copione, rimodellando all’uopo la materia arpiniana.

Tanto per cominciare, come teatro dei fatti viene scelta, in luogo di Torino, una Venezia più lugubre che mai, la “vecchia dall’alito cattivo” che non ha nulla da invidiare, quanto a putridume, a quelle filmate da Aldo Lado in Chi L’Ha Vista Morire o da Nicolas Roeg in Don’t Look Now; in secondo luogo, Zapponi modifica sensibilmente i caratteri dei personaggi principali: l’ingegnere (ribattezzato Fabio Stolz) perde la mitezza della pagina letteraria per trasformarsi in un uomo coltissimo, austero, sottilmente dispotico, di una pedanteria a tratti ossessiva ed attraversato da un malessere interiore indecifrabile, un prussiano dai modi e dalle concezioni di vita d’altri tempi (la cui figura sembra vagamente ispirata a quella del grande poeta romantico Friedrich Hölderlin) che tiene sostanzialmente reclusa la più giovane moglie Elisa, sottomessa e cagionevole di salute (la Galla di Arpino era invece una donna di carattere più fermo), con la quale intrattiene una sorta di sadico gioco psicologico al gatto col topo (valore aggiunto sono i magnifici dialoghi, in bilico tra amaro esistenzialismo, tagliente sarcasmo e nonsense); l’introduzione poi del personaggio di Beba, fantomatica figlia di primo letto di quest’ultima morta appena decenne in circostanze non chiare, assente nel romanzo e vero e proprio altro “elefante nella stanza” alla pari del misterioso gemello, contribuisce ad alzare ulteriormente il livello di morbosità dell’insieme, conducendo lo spaesato Tino, e insieme a lui noi spettatori, attraverso un viaggio nelle tenebre di due menti malate che si concluderà, con un finale ad effetto, addirittura evocando echi di pedofilia.

Risi, coadiuvato da una fotografia dai toni cupi del grande Tonino Delli Colli e dalla colonna sonora crepuscolare del Premio Oscar Francis Lai, cattura scorci suggestivi della città e dei suoi dintorni (notevoli sono soprattutto le sequenze in motoscafo costeggiando San Clemente – “l’isola dei matti” – e una petroliera dismessa, senza contare il “tour” notturno del prefinale) ma soprattutto si incunea, attraverso una regia davvero efficace per uso degli spazi, delle soggettive e dei primi piani, nei meandri di una dimora inquietante e decadente (si tratta dello storico Palazzo Fortuny in campo San Beneto) che rispecchia e cela allo stesso tempo l’inconscio rimosso e quindi la dannazione dei due protagonisti, ed ha così modo di squadernare tutto un campionario “effettistico” proprio del puro genere fatto di malinconiche melodie suonate al pianoforte, cigolii assortiti, conturbanti filmini in superotto, ambigue suggestioni infantili, versi agghiaccianti provenienti da vecchi registratori ecc. (sembrano chiare anche certe influenze dettate dal capolavoro di Pupi Avati La Casa Dalle Finestre Che Ridono, uscito l’anno prima); film sulla “doppiezza” che alberga in ogni animo umano, sulla difficoltà patologica ad accettare lo scorrere del tempo e, in definitiva, su quel grande rebus che è la vita, graziato dalle interpretazioni straordinarie di un attore ormai a tutti gli effetti “feticcio” come Vittorio Gassman, qui allo stesso tempo freddo ed istrionico, e di una Catherine Deneuve eterea ed enigmatica nella sua fragilità nervosa, Anima Persa è uno dei drammi dalle venature gialle ed orrorifiche più raffinati ed originali del periodo.

Anton Chigurh

Mi chiamo Mattia, alias Anton Chigurh, classe 1975, ho fatto studi classici e sono orgogliosamente spezzino; cosa chiedo ad un film o ad una serie tv? Di farmi riflettere, di inquietarmi, di lasciarmi a bocca aperta, di divertirmi... Per sapere dove trovo tutto questo, leggete le mie recensioni su I Cinenauti!