IL MOSTRO

Il mostro (stagione 1)

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GENERE:                   thriller, drammatico

ANNO:                       2025

PAESE:                      Italia

DURATA:                   4 episodi 

DA UN’IDEA DI:       Stefano Sollima

CAST:                      Liliana Bottone, Giacomo Fadda, Valentino Mannias, Marco Bullitta, Francesca Olia

L'attesa serie sul Mostro di Firenze di Stefano Sollima, focalizzata per ora sulla cosiddetta “pista sarda”, è un'opera tanto interessante nell'originalità del linguaggio cinematografico scelto per veicolare una riflessione sul male quanto discutibile nel suo sottotesto ideologico quando pretende di sviscerarne le cause; andrà valutata la sua “tenuta” complessiva nel momento in cui (e se) potremo vederne ulteriori stagioni.

Il discorso sulla “storia infinita” del Mostro di Firenze viene riaperto da Stefano Sollima, uno dei registi maggiormente significativi del panorama italiano contemporaneo, con una miniserie in quattro puntate presentata al Festival di Venezia ed ora disponibile su Netflix.

Dal punto di vista cinematografico (perchè per mezzi a disposizione e qualità della realizzazione dobbiamo parlare di cinema vero e proprio e non di mera fiction televisiva) Il Mostro è un prodotto di sicuro pregio, nel quale il regista romano, avvalendosi di una cupa fotografia “fincheriana” ad opera del sodale Paolo Carnera e delle scenografie di Paki Meduri, senza tralasciare le musiche tensive ed incalzanti di Alessandro Cortini, già collaboratore dei Nine Inch Nails (ma il Mostro in quanto vicenda ha anche una colonna sonora tutta propria, che comprende ad esempio La Tramontana, hit del cantante francese Antoine che il piccolo Natalino Mele – anzi bisognerebbe dire Vinci, visto l’ennesimo recente colpo di scena: un esame del dna ha infatti stabilito che il suo vero padre era Giovanni Vinci, fratello di Francesco e Salvatore, e non Stefano Mele… – disse di aver cantato per farsi forza quando si svegliò di soprassalto in auto trovando i cadaveri della madre Barbara – nella serie è quest’ultima a sussurrargliela per farlo addormentare – e dell’amante di lei Antonio; oppure il mitico tema di Blade Runner di Vangelis, che i due poveri ragazzi tedeschi stavano ascoltando nel loro camper poco prima di essere trucidati…), condensa venti anni di delitti e di indagini sulla cosiddetta “pista sarda” allora preponderante (il periodo 1968-1988, ma si parte dal 1982, omicidio di Baccaiano, dopo il quale si scoprì – tramite una lettera anonima in odore di depistaggio o grazie alla reminescenza di un Carabiniere? La querelle è ancora aperta… – il legame con un vecchio fatto di sangue accaduto a Signa e passato in giudicato come la vendetta di un marito tradito).

La verità è una sola, ma non riusciamo mai ad afferrarla (e difatti tuttora, con buona pace di sentenze parziali che fanno acqua da tutte le parti, l’identità del – o dei, per chi preferisce – killer è avvolta nel mistero…), celata com’è dalla confusione dei ricordi, dalla polvere del tempo, dalla malvagità e dai calcoli machiavellici di qualcuno, dall’innamoramento delle tesi, dal valore incerto delle testimonianze: Sollima e il suo cosceneggiatore Leonardo Fasoli, seguendo una precisa e forte scelta concettuale, ci restituiscono – attraverso una struttura alla Rashomon scandita, mediante una sarabanda di ellissi, flashback e flashforward nella quale a farla da padrone è il montaggio di Clelio Benevento, dai punti di vista dei quattro principali protagonisti (Stefano Mele, Francesco Vinci, Giovanni Mele e Salvatore Vinci), ad ognuno dei quali è dedicata una puntata – questa frammentarietà, tra le pieghe della quale il misterioso assassino si insinua quasi come un’entità metafisica, un “uno, nessuno, centomila” (difatti notiamo che la sua figura, pur costantemente travisata dall’oscurità, è sempre incarnata dal sospettato del momento, come se non si possa pensarla al di fuori di una cornice in un certo senso “mediatica” – riflessione quantomai calzante perchè è un aspetto che si farà sempre più centrale col progredire dei tempi… -), l’“everyman” che incarna la banalità del male e allo stesso tempo le nostre paure più ancestrali quando si presenta di soppiatto nelle radure e nelle piazzole facendo scempio con la pistola ed il coltello – gli assalti, fatta
salva qualche licenza nelle dinamiche, sono rappresentati in maniera molto suggestiva, pur fermandosi sempre un passo indietro nel mostrarne gli aspetti più macabri -.

Ad una bella intuizione di scrittura dobbiamo il segmento, situato nella terza parte, più immaginifico di tutta la serie, forse anche quello più capace in assoluto di descrivere cosa il “fenomeno Mostro” abbia rappresentato in termini di inconscio collettivo: siamo alla Taverna del Diavolo, l’equivoco locale che fungeva da “base” per i cosiddetti “indiani”, dove troviamo il tenebroso Giovanni Mele in compagnia di un’attempata signora; l’uomo a un certo punto le indica una persona e comincia a raccontare una storia strana e terribile che la riguarda, aprendo il sipario ad un inquietante flashback che ci trasporta direttamente tra le frasche di Mosciano di Scandicci nel giugno del 1981, teatro di un omicidio del quale veniamo messi a parte soprattutto attraverso la soggettiva di tale guardone, l’autista di ambulanze Enzo Spalletti, che forse vide, forse giunse a fatto compiuto o magari venne invece soltanto informato da qualche “collega” prima che la notizia fosse di dominio pubblico (altro mistero glorioso mai risolto, stante la bocca tuttora rigorosamente cucita dell’interessato…); si torna poi al presente, dopocena, a vagare in auto per i viottoli bui sinistramente assurti alle cronache, e qui il Mele meno noto tira fuori un lato “demoniaco” che fa correre più di un brivido alla malcapitata – si chiamava Iolanda Libbra e lo denunciò accusandolo senza mezzi termini di essere l’imprendibile serial killer, avendone nell’occasione saggiato le manie e il sadismo… – e a noi spettatori.

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Tale scelta, se corroborata con ulteriori stagioni che raccontino le svolte successive, ovverosia il periodo di Pietro Pacciani (che già infatti appare per un attimo nella sequenza di chiusura della serie, piccolo capolavoro di stile registico) e dei suoi “compagni di merende”, scavallando poi verso il lato più massonico/esoterico con il (molto) supposto “secondo livello” (dal mago di San Casciano Salvatore Indovino – persino i nomi in questa storia superano la fantasia… – al gastroenterologo perugino Francesco Narducci, la cui morte nel lago Trasimeno ha lasciato più di un  interrogativo, passando per il farmacista, anch’egli di San Casciano, Francesco Calamandrei, messo in mezzo dalla moglie schizofrenica e infine assolto da ogni accusa, nonché vari notabili più o meno in vista persi nei rivoli di questo filone) sino alle ultime piste in ordine di tempo (il legionario Giampiero Vigilanti e il cosiddetto Rosso del Mugello, sul quale ha acceso i riflettori il documentarista e scrittore Paolo Cochi riportando alla luce un corposo rapporto dei Carabinieri di Borgo San Lorenzo del 1984 che indicava questo soggetto come possibile Mostro e integrandolo con indagini svolte in prima persona in qualità di consulente di alcuni familiari delle vittime, dalle quali sarebbero venute fuori anche connessioni con un importante magistrato dell’epoca – vicenda che ha avuto strascichi vista l’ostinata chiusura della procura fiorentina nel condividere il materiale documentale richiesto -, tacendo delle più “iperboliche” tipo quella che vorrebbe un “maniaco dei due mondi” Zodiac/Mostro di Firenze…), potrebbe contribuire a formare un opus notevole.

Spiace soltanto constatare come ad una riflessione teorica così pregnante sull’indeterminatezza del male, sorretta da una ricostruzione d’epoca piuttosto curata, corrisponda un trito e discutibile impianto ideologico, volto a identificare la violenza di genere come brodo di coltura delle nefande imprese di questo assassino, che in un certo senso la contraddice sabotandola dall’interno; questo aspetto, rivendicato a più riprese dal regista stesso, viene subito esplicitato mettendo in bocca alla pugnace magistrata Silvia Della Monica l’asserzione lapidaria “Questi sono delitti contro le donne!”, promuovendola così sul campo a sorta di eroina femminista in modo da istituire un evidente parallelismo con una Barbara Locci il cui libertinaggio non rappresentava però propriamente la reazione ad un giogo di brutalità e depravazione come viene fatto intendere, bensì un’inclinazione personale assecondata con scaltra consapevolezza – non per caso era soprannominata “l’ape regina”… -; ma si potrebbe ad esempio obiettare anche sul trattamento riservato al di lei marito Stefano Mele, un povero diavolo con una diagnosi di oligofrenia ben lontano dall’uomo sì sottomesso ma anche ambiguo e roso dal rancore e dalla gelosia che si vede sullo schermo, nonché sul neanche tanto velato “fumus” colpevolista nei confronti di Salvatore Vinci (il quale, sino a prova contraria, aveva alibi verificati e caratteristiche antropometriche per nulla compatibili con quelle di un assassino sempre designato, stando ai rilievi sulle scene del crimine, come alto almeno un metro e ottanta e alquanto robusto).

Tutti “aggiustamenti” – che fanno specie a maggior ragione in un’opera che si picca di essere basata sulla lettura scrupolosa dei documenti – funzionali a dimostrare l’assunto che il maniaco delle campagne fiorentine sia stato in sostanza un femminicida ante litteram partorito da un “milieu” patriarcale arcaico; si impongono però almeno un paio di considerazioni riguardo alla fallacia di tale affermazione: in primis, fermo restando che persino l’attribuzione dei fatti del 1968 è ad oggi incerta, rimane comunque alquanto improbabile, alla luce delle risultanze investigative, che almeno l’autore degli altri sette duplici delitti provenisse dal novero di quei sardi emigrati sul continente e stabilitisi ad Ovest del capoluogo – per quanto ne sappiamo sarebbe potuto benissimo appartenere ad un contesto sia socialmente che culturalmente agli antipodi, come è stato anche più volte ipotizzato -; ma soprattutto bisogna sottolineare come il Mostro abbia ucciso esclusivamente coppie appartate e mai donne singole (per la precisione ha ucciso addirittura più uomini che donne, e, nonostante nell’immaginario collettivo siano rimaste impresse le escissioni di pubi e seni – tra parentesi, un comportamento piuttosto comune nella casistica specifica dei serial killer -, va ricordato che in più di un’occasione ha infierito col coltello anche sui corpi maschili – aspetto che, paradossalmente, viene persino mostrato… -): una vittimologia molto particolare, dunque, questa sì quasi unica al mondo, riconducibile probabilmente (ma bisogna sempre tenere presente che si parla di mere ipotesi, poichè le reali motivazioni del suo agire avrebbe potuto spiegarle esclusivamente il diretto interessato) ad un “habitus” psicopatologico da giustiziere missionario determinato, per qualche recondita ragione, a punire coloro i quali “commettevano” quelli che lui designava come intollerabili atti osceni in luogo pubblico; non va trascurato poi un marcato lato narcisistico nel quale si compenetravano la ricerca della ribalta e le fantasie distorte forse alimentate anche introiettando suggestioni provenienti da un universo “pop” comprendente fumetti e film – molte sue azioni sembravano compiute, in un crescente delirio di onnipotenza, apposta per creare panico nell’opinione pubblica e sfidare apertamente gli inquirenti, a tratti addirittura con tocchi di macabra ironia – (un lato affascinante che abbiamo già raccontato nel nostro blog e che Sollima accenna di sfuggita in una sequenza nella quale viene mostrato un inquirente che contesta a Salvatore Vinci il ritrovamento nella sua abitazione di un determinato numero del giornalino pornografico Jacula evocante i delitti del Mostro…).

Purtroppo il vizio di voler riscrivere il passato utilizzando categorie e slogan del presente è una deriva ormai ben conosciuta (e sappiamo quale sia la “linea” della nota piattaforma che ha distribuito la serie); fatto salvo questo “baco”, non si possono però disconoscere le qualità artistiche dell’opera (compreso un comparto attoriale piuttosto funzionale ed efficace, specie sul lato dei sardi) e restiamo curiosi di saggiarne gli eventuali sviluppi.

Anton Chigurh

Mi chiamo Mattia, alias Anton Chigurh, classe 1975, ho fatto studi classici e sono orgogliosamente spezzino; cosa chiedo ad un film o ad una serie tv? Di farmi riflettere, di inquietarmi, di lasciarmi a bocca aperta, di divertirmi... Per sapere dove trovo tutto questo, leggete le mie recensioni su I Cinenauti!