IL PRIMO RE

IL PRIMO RE

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GENERE:         storico, drammatico

ANNO:             2019

PAESE:            Italia, Belgio

DURATA:         127 minuti

REGIA:            Matteo Rovere

CAST:              Alessandro Borghi, Alessio Lapice, Fabrizio Rongione, Massimiliano Rossi

Un mito millenario raccontato come non l'avevamo mai visto: crudo, brutale, viscerale. Il Primo Re di Matteo Rovere non è un semplice film storico, ma un'esperienza sensoriale che ci trascina nelle paludi del Lazio arcaico, quando gli dèi parlavano attraverso il fuoco e il sangue era l'unica moneta di scambio. A oltre sei anni dalla sua uscita, l'opera resta un unicum nel panorama italiano e il seme da cui è germogliato l'universo espanso di Romulus.

C’è un momento preciso in cui ho capito che Il Primo Re non sarebbe stato il solito film in costume. È quella sequenza iniziale, l’esondazione del Tevere, in cui l’acqua travolge tutto con una violenza che sembra voler cancellare il mondo. Niente musica epica, niente ralenti compiaciuti: solo il fragore dell’acqua, i corpi trascinati via, il caos primordiale. In quei primi minuti, Matteo Rovere dichiara le sue intenzioni senza possibilità di fraintendimento: questo non sarà un peplum, non sarà un kolossal, non sarà niente che avete già visto.

E mantiene la promessa.

Chi si aspettava tuniche immacolate e romani dalla dizione perfetta è rimasto deluso. Chi cercava un’alternativa al cinema storico addomesticato ha trovato il proprio film. Rovere ha compiuto un’operazione culturale prima ancora che cinematografica: ha preso il mito fondativo della nostra civiltà e lo ha riportato alla sua natura originaria. Perché la leggenda di Romolo e Remo, prima di diventare materiale per libri scolastici e quadri neoclassici, era una storia di sangue e tradimento, di ambizione e sacrificio.

Il regista romano non si è ispirato alla tradizione italiana del film mitologico – quei gloriosi ma datati peplum che hanno fatto la storia del nostro cinema negli anni ’60. Ha guardato altrove, verso un cinema contemporaneo che non ha paura di sporcarsi le mani. Apocalypto di Mel Gibson per l’idea dei dialoghi in lingua originale, Valhalla Rising di Refn per la brutalità degli scontri, Revenant di Iñárritu per l’immersione totale nella natura ostile, The New World di Malick per quel realismo che sa di terra bagnata. Un cocktail di riferimenti che sulla carta poteva sembrare presuntuoso, ma che sullo schermo funziona con una coerenza che toglie il fiato.

La trama prende avvio proprio da quell’esondazione devastante. I due fratelli perdono tutto: terre, greggi, popolo. Li attende la schiavitù ad Alba Longa, i giochi di lotta nel fango dove chi perde brucia vivo. Ma Romolo (Alessio Lapice) e Remo (Alessandro Borghi) non sono uomini qualunque. Unendo astuzia, forza bruta e una buona dose di disperazione, scatenano una rivolta e fuggono con un manipolo di compagni e una vestale, custode del fuoco sacro.

Qui inizia il vero viaggio. Braccati, in inferiorità numerica, si nascondono nei boschi. Romolo è gravemente ferito e Remo prende il comando – non solo del gruppo, ma del proprio destino. Sfida gli dèi, mette in discussione i presagi, rifiuta di sottomettersi a una sorte scritta da altri. È l’inizio di una discesa che porterà i due fratelli verso quella conclusione che tutti conosciamo, ma che Rovere ci fa vivere come se la scoprissimo per la prima volta.

L’amore che lega Romolo e Remo è il cuore pulsante del film: un legame estremo e viscerale che nessuna divinità riesce a spezzare, ma che proprio per la sua intensità contiene già il seme della tragedia. Perché è più facile tradire chi si ama profondamente: l’odio richiede indifferenza, il fratricidio richiede intimità.

Parliamo di Alessandro Borghi, perché Il Primo Re segna un punto di svolta nella sua carriera. Dopo Suburra e prima del David di Donatello per Sulla Mia Pelle, questo ruolo ha dimostrato che l’attore romano possiede una qualità rara: la capacità di comunicare attraverso il corpo prima ancora che attraverso le parole.

Il suo Remo è una creatura primitiva, un fascio di muscoli e istinti che lotta contro un mondo ostile e contro gli dèi stessi. C’è qualcosa di animalesco nella sua interpretazione, una fisicità che non ha bisogno di dialoghi per esprimersi. E quando parla – in quel protolatino gutturale e straniante – ogni parola sembra strappata a fatica dalla gola, come un ringhio che prova a farsi linguaggio.

Accanto a lui, Alessio Lapice costruisce un Romolo più riflessivo, più tormentato. Se Remo è fuoco, Romolo è terra: solido, paziente, destinato a sopravvivere. La dinamica tra i due attori funziona alla perfezione, creando quella tensione fraterna che è il vero motore emotivo del film.

Una menzione speciale va a Tania Garribba nel ruolo della vestale. La sua presenza inquietante e misteriosa evoca inevitabilmente la Donna Rossa de Il Trono di Spade, ma con una sfumatura più arcaica, più legata alla terra. È il personaggio che incarna il sacro in un mondo dove il sacro è terrore, dove gli dèi non consolano ma esigono.

il primo re alessandro borghi cinenauti matteo rovere
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Se dovessi scegliere un solo motivo per recuperare Il Primo Re, probabilmente indicherei la fotografia di Daniele Ciprì. L’intero film è stato girato utilizzando esclusivamente luce naturale: i raggi del sole che filtrano tra le fronde come lame, i fuochi che squarciano l’oscurità della notte. Niente pannelli, niente luci artificiali, niente trucchi.

Il risultato è qualcosa di mai visto nel cinema italiano contemporaneo. Ogni inquadratura sembra un dipinto caravaggesco immerso nel fango, con quei contrasti violenti tra luce e ombra che Ciprì padroneggia come pochi altri. Non è un caso che il direttore della fotografia abbia vinto il Nastro d’Argento e il David di Donatello per questo lavoro: è un’impresa tecnica che rasenta il miracolo.

Ciprì viene dal cinema più ardito – le collaborazioni con Ferrara, il sodalizio con Ferrara – e porta nel film quella sensibilità per l’immagine sporca, per la bellezza che nasce dall’imperfezione. Il Primo Re non è mai bello in senso convenzionale: è potente, disturbante, ipnotico. È cinema che puzza di terra bagnata e sudore, che ti fa sentire il freddo dell’alba e il calore del sangue.

La scelta più coraggiosa – e probabilmente quella che ha spaventato di più i distributori – è stata far parlare i personaggi in protolatino. Non latino classico, quello di Cicerone e Virgilio, ma una ricostruzione filologica della lingua parlata nel Lazio arcaico, frutto di anni di ricerche linguistiche.

Per lo spettatore, l’effetto è straniante nel senso più brechtiano del termine. Quelle parole suonano familiari eppure incomprensibili, come un’eco lontanissima della nostra lingua. Ci ricordano costantemente che stiamo assistendo a eventi accaduti quasi tremila anni fa, in un mondo radicalmente diverso dal nostro. I sottotitoli diventano parte integrante dell’esperienza: non un fastidio, ma un ponte tra noi e quell’umanità primordiale.

Per gli attori, recitare in una lingua morta ha rappresentato una sfida immensa. Borghi ha raccontato di mesi di preparazione, di ore passate a memorizzare suoni privi di significato immediato, cercando di restituire emozione a parole che nessuno pronuncia da millenni. Il risultato è una recitazione che passa principalmente attraverso il corpo, lo sguardo, il respiro – e forse proprio per questo risulta così efficace.

Uno degli aspetti più interessanti da analizzare oggi è come Il Primo Re abbia generato un vero e proprio universo espanso. Sky Italia ha colto il potenziale della visione di Rovere e ha prodotto Romulus, serie TV che esplora e amplia il mondo del film.

La serie non è un semplice prequel o sequel: è una rilettura parallela che mantiene lo stesso rigore filologico, la stessa brutalità, la stessa attenzione maniacale alla ricostruzione storica. Il protolatino torna come cifra stilistica distintiva, così come la fotografia naturalistica e la rappresentazione cruda della violenza.

Con due stagioni all’attivo e 18 episodi complessivi, Romulus ha dimostrato che il pubblico italiano è pronto per prodotti ambiziosi, che non scendono a compromessi con le aspettative mainstream. La serie ha ricevuto un’accoglienza positiva e i fan attendono ancora una possibile terza stagione che porti la storia verso il suo inevitabile epilogo: lo scontro finale tra i due fratelli.

È un caso quasi unico nel nostro panorama audiovisivo: un film d’autore che diventa franchise, mantenendo intatta la propria identità artistica. Rovere ha dimostrato che autorialità e serialità possono convivere, che il pubblico delle piattaforme non vuole necessariamente prodotti addomesticati.

Una delle qualità che apprezzo di più ne Il Primo Re è la consapevolezza dei propri riferimenti. Rovere non nasconde le sue fonti d’ispirazione, le dichiara apertamente – ma poi le metabolizza in qualcosa di personale.

Da Mel Gibson prende l’idea del realismo linguistico e della violenza non edulcorata. Da Refn eredita quel ritmo contemplativo che alterna lunghe pause a esplosioni di brutalità. Da Iñárritu mutua l’immersione totale nella natura come forza ostile e indifferente. Da Malick assorbe la capacità di trovare il sacro nel quotidiano, il mistico nel banale.

Ma Il Primo Re non è la somma di questi riferimenti: è qualcosa di diverso, di specificamente italiano. C’è una sensibilità mediterranea nella rappresentazione del sacro, un rapporto con la terra e con gli dèi che appartiene alla nostra cultura profonda. Rovere ha fatto quello che i migliori registi sanno fare: ha assorbito il cinema mondiale per restituire qualcosa di radicato nella propria identità.

A oltre sei anni dalla sua uscita, Il Primo Re non ha perso un grammo della sua potenza. Anzi, col tempo ha acquisito lo status di cult, di film che ha cambiato le regole del gioco per il cinema di genere italiano.

In un’epoca dominata dalla CGI e dai compromessi produttivi, l’opera di Rovere resta un manifesto di purezza cinematografica. Un film che ha avuto il coraggio di essere difficile, di non cercare il consenso facile, di rispettare l’intelligenza dello spettatore. E il pubblico, contrariamente a quanto temevano i produttori più timorosi, ha risposto.

Se non l’avete mai visto, questo è il momento giusto per rimediare. Se l’avete visto nel 2019, è il momento di riscoprirlo – magari prima di affrontare Romulus, per apprezzare come Rovere abbia costruito un universo coerente partendo da quel primo, fangoso tassello.

Il Primo Re resterà nella storia del nostro cinema come la dimostrazione che si può fare grande cinema di genere in Italia, senza compromessi, senza ammorbidimenti, senza paura di alienare il pubblico mainstream. Matteo Rovere ha aperto una strada che altri stanno iniziando a percorrere, dimostrando che esiste un’alternativa al modello produttivo dominante.

È un film arcaico nel senso più nobile del termine: ci riporta a un’epoca in cui raccontare storie significava sporcarsi le mani con il sangue e il fango della condizione umana. Non cerca di piacere, cerca di essere vero – e forse proprio per questo piace così tanto a chi ha il coraggio di abbandonarsi alla sua visione.

Roma non è nata dalla concordia ma dal fratricidio, non dalla pace ma dalla guerra. Il Primo Re ci ricorda questa verità scomoda con una potenza che lascia il segno. E nel panorama del cinema italiano contemporaneo, lasciare il segno non è cosa da poco.

 

John il boia Ruth

Sono Gilberto, alias John il boia Ruth, la mente che ha dato forma a questo progetto. Nella vita mi occupo di web: dal marketing alla grafica, dalla progettazione di siti ai Social Network. Ne I Cinenauti ho voluto fondere il mio lavoro, che amo, con la mia più grande passione, il cinema. Prediligo gli horror, meglio se estremi e disturbanti, i thriller, i fantasy e i film d'azione. Insomma divoro qualsiasi cosa cercando di non farmi condizionare dai pregiudizi.