DEAD STAR

GENERE: noir sperimentale
ANNO: 2024
PAESE: Italia
DURATA: –
REGIA: David Milesi
CAST: Yoon C. Joyce, Diandra Elettra Moscogiuri, Sebastiano Florian, Margherita Scotti, Ivan King, Giorgio Consoli
Opera prima di David Milesi, fondatore insieme a Diandra Elettra Moscogiuri della casa di produzione indipendente Demodami Studios, Dead Star è un interessante noir sperimentale e citazionista.
Dead Star è il primo lungometraggio prodotto dalla Demodami Studios, casa indipendente fondata dall’attrice, sceneggiatrice e scrittrice Diandra Elettra Moscogiuri e dal regista, sceneggiatore e montatore David Milesi.
Già dall’incipit lynchiano nel quale la protagonista si introduce, attraverso una tenda rossa, in uno spazio arcano che sta a metà tra il locale notturno e la galleria di arte contemporanea (si tratta dell’Art Mall di Milano), capiamo che non è gratuita la definizione di “noir anticonvenzionale” data dai due autori; facciamo la conoscenza di Stella D’Abramo (nomen omen, interpretata con la giusta dose di ambiguità dalla stessa Moscogiuri), aspirante attrice recatasi a discutere di una parte con il regista Claudio Nervi (Joon C. Joyce, attore di origine coreana trapiantato a Bergamo, già al lavoro nientemeno che con nomi del calibro di Martin Scorsese – Kundun e Silence – e Ridley Scott – la miniserie The Vatican -) e con la produttrice Lucia Neve (Margherita Scotti); in questa dimensione da kammerspiel sembra iniziare fra i tre un sottile gioco psicologico che al fondo rivela la natura autoriflessiva di tutta l’operazione: la realizzazione del film è ancora in alto mare (chi ha detto 8 1⁄2 e i suoi derivati?), mentre Stella afferma che il copione sembra ricavato dalla sua stessa vita, o meglio dalla storia della sua morte, spalancando orizzonti di senso che da Viale Del Tramonto portano sino a Mulholland Drive e Inland Empire.
Milano come Hollywood, dunque, meta agognata ma anche luogo illusorio di aspirazioni narcisistiche infrante; il ritorno alla casa natia nel sud assolato e ventoso (su un’Alfa Romeo spider anni sessanta che sembra uscita da Le Mepris/Il Disprezzo di Jean-Luc Godard…) non porta però la pace sperata, anzi apre a conflitti ed ardori mai rimossi: così scaturisce un piano diabolico che evoca Hitchcock (siamo dalle parti di Delitto Per Delitto, anche se qui ognuno è chiamato a provvedere per sé…) ma soprattutto il clamoroso e “fondante” Double Indemnity (La Fiamma Del Peccato nell’ampollosa trasposizione italiana), sempre del sommo Billy Wilder, dove si uccide per denaro e per una donna senza alla fine ottenere né l’uno né l’altra.

Stella si trasfigura gradualmente in una sorta di dark lady della porta accanto, più pericolosa proprio perchè la sua manipolazione nei confronti di Tommaso (Sebastiano Florian) non è giocata principalmente sul piano sessuale quanto su quello di una ferrea logica argomentativa (ma questo le si ritorcerà contro, nel più classico dei ribaltamenti…): situata in quel crocevia tra verità e finzione nel quale cinema, letteratura e vita si intersecano come dentro un romanzo ricco di colpi di scena (c’è, naturalmente, l’assassina che descrive in un libro i propri delitti, come in Basic Instinct, altro thriller a suo modo decisivo per l’aggiornamento del genere in chiave postmoderna), la loro, e qui si scomodano anche Dostoevskij ed Hemingway, è una storia di “notti bianche” (che titolo sublime per un giornale dell’“altrove”…) e di “delitto e castigo”, guidata dall’assunto che “in qualche modo tutti uccidono gli altri”, e perciò tanto vale agire senza troppe remore.
Ma forse, al suo nocciolo più intimo, Dead Star è anche e soprattutto la rappresentazione, in chiave metaforica, del percorso accidentato di due cineasti indipendenti per giungere infine ad affermare la propria identità e a coronare un sogno lungamente inseguito: ecco dunque, di fronte a noi, il “parto” di Diandra e David, saggio di scrittura colta e stratificata e di regia che colpisce per la cura nella composizione delle inquadrature e la scelta mai banale dei punti macchina, sfruttando al meglio le location di sicuro fascino che il Salento sa offrire, ottimamente fotografate da Maurizio Sala, Pietro Cinieri ed Enrico Valoti.
Auspichiamo dunque che questo apprezzabile esordio, già selezionato e premiato in vari festival, rappresenti il primo tassello di un lungo e proficuo percorso.






