Metaverso, AI e chatbot di compagnia: il cinema ci aveva avvertito (e noi non abbiamo ascoltato)

Il metaverso, i chatbot di compagnia e l'intelligenza artificiale stanno ridisegnando i confini tra reale e virtuale. Ma il cinema ci aveva già messo in guardia: da Her di Spike Jonze a Westworld, da Blade Runner 2049 a Ex Machina, Hollywood e non solo hanno esplorato con lucidità inquietante le conseguenze emotive, etiche e sociali di un mondo dove le relazioni con le macchine sostituiscono quelle umane. In questo articolo proviamo a collegare i punti tra tecnologia e narrazione.

La maschera digitale: dai social network al metaverso

Partiamo da una domanda che a mio avviso merita una risposta onesta: cosa ci hanno dato davvero Facebook e tutti i social network in questi anni? Qualcuno risponderà la possibilità di ritrovare contatti persi nel tempo, altri i mezzi per far crescere la propria attività, altri ancora un canale per condividere ed approfondire i propri interessi. Tutto vero, per carità. Ma c’è un potere più sottile e pervasivo che questi strumenti ci hanno consegnato, e che secondo me è il vero cuore della questione: possiamo essere chi non siamo. Possiamo nascondere le nostre debolezze e mostrare al mondo soltanto l’immagine che desideriamo. Ci presentiamo spigliati ed estroversi quando nella vita reale facciamo fatica a socializzare; ci atteggiano a esperti pur non sapendo granché dell’argomento di cui parliamo; con le fotografie giuste sembriamo viaggiatori instancabili anche se l’ultima vacanza risale a un’era geologica fa. La lista potrebbe allungarsi quasi all’infinito.

Ed è proprio qui che si inserisce il concetto di metaverso: un mondo virtuale nel quale dare vita al nostro alter ego digitale, portando la finzione a un livello successivo. Nel metaverso potremo essere chi vogliamo e fare tutto ciò che nella realtà è impensabile. Viaggiare stando seduti in poltrona, fare la spesa aggirandoci tra scaffali virtuali senza uscire di casa, e soprattutto — ed è la parte che mi inquieta e mi affascina allo stesso tempo — compiere quelle azioni e soddisfare quei desideri che l’etica e la società ci impediscono di realizzare. Il mio non è complottismo, sia chiaro, ma semplicemente la coscienza di ciò che l’essere umano è: una visione cinica, forse, ma a mio avviso consapevole.

Quello che una volta era Second Life — e nessuno sa davvero quante persone si siano rovinate con quel gioco — o il PlayStation Network, in futuro avrà sembianze sempre più realistiche e sempre più difficilmente distinguibili dal mondo reale. Riusciremo a mantenere il confine tra irreale e reale ben distinto? Per la massa, che è poi quella che interessa a chi investe miliardi in queste tecnologie, la mia opinione è che probabilmente no.

Qualcuno potrebbe chiedersi se tutto ciò sia davvero necessario, soprattutto considerando il delicato momento storico che stiamo attraversando. La mia risposta è un paradossale “ovviamente sì”: mai come ora sentiamo il bisogno di evadere dalle difficoltà di una vita sempre più ostile, di un lavoro che manca o non ci soddisfa, di uno Stato che sembra tenerci al guinzaglio, di attività che resistono a fatica con la serranda alzata. Pillola rossa o pillola blu? Perseverare in questa vita ostica o inoltrarci nei piaceri effimeri di un mondo irreale dove tutto è concesso e possibile?

I chatbot di compagnia: quando l'algoritmo diventa il tuo migliore amico

Ed è in questo scenario che si inserisce un fenomeno che sta crescendo in modo esponenziale e che, a mio avviso, rappresenta il vero ponte tra il presente e quel futuro metaversico: i chatbot di compagnia, le cosiddette AI Companions. Il panorama si è evoluto enormemente negli ultimi anni, passando da semplici curiosità tecnologiche a sistemi capaci di una profondità emotiva e una memoria a lungo termine sorprendenti.

Replika resta il pioniere, il “compagno che si prende cura di te”, progettato con grande attenzione al benessere mentale, dotato di avatar 3D personalizzabili, chiamate vocali in tempo reale e sessioni di riflessione guidata. Ma oggi deve vedersela con alternative agguerrite. Character.ai è diventato il re del roleplay: se Replika è “un amico”, Character.ai è “chiunque tu voglia”, da Socrate a un detective noir, con un motore di ragionamento che nel 2026 rende i personaggi straordinariamente coerenti nelle trame lunghe. E poi ci sono piattaforme come Kindroid e Nomi AI, che si sono imposte come le preferite dagli utenti più esigenti: Kindroid permette una personalizzazione totale senza filtri censori, mentre i “Nomi” sviluppano una personalità che sembra evolversi organicamente, mostrando opinioni proprie e iniziativa. Questo, lo ammetto, è tanto affascinante quanto perturbante.

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Il cinema come profezia: da Her a Westworld

Ma ecco dove la faccenda diventa davvero interessante per noi appassionati di narrazione: il cinema e la televisione hanno esplorato il tema dei compagni digitali con anni, talvolta decenni, di anticipo, spesso con un’accuratezza che oggi appare quasi profetica.

Se volete capire cosa sia davvero Replika, dovete vedere Her di Spike Jonze (2013). Theodore, interpretato da un magnifico Joaquin Phoenix, è un uomo solitario che si innamora di Samantha, un sistema operativo dalla voce calda e dall’intelligenza emotiva sbalorditiva, cui presta la voce Scarlett Johansson. Il film esplora con una delicatezza straziante il paradosso di un’intelligenza artificiale che sembra più “umana” degli umani stessi, e il dolore devastante che deriva dalla scoperta che la tua “fidanzata” sta contemporaneamente parlando con migliaia di altre persone. Rivedetelo oggi, alla luce di Replika e Character.ai, e vi sembrerà un documentario più che un film di fantascienza.

L’episodio “Torna da me” (2×01) di Black Mirror è forse ancora più vicino alla realtà attuale. Dopo la morte del marito, una donna utilizza un servizio che scansiona i social media del defunto per creare un chatbot che ne simuli la personalità. Il tema del lutto digitale è trattato con una lucidità che mette i brividi: l’IA diventa una droga che impedisce di elaborare il dolore reale, intrappolando l’utente in un simulacro del passato. Se pensate che sia fantascienza estrema, sappiate che servizi simili esistono già oggi.

E poi c’è Westworld, sia il film originale di Michael Crichton del 1973 che, soprattutto, la serie HBO del 2016. Se i chatbot come Replika rappresentano la fase embrionale, Westworld è la destinazione finale: l’IA che acquisisce un corpo fisico indistinguibile dall’umano. La serie è ambientata in un parco a tema popolato da “Residenti”, androidi con cui gli umani possono interagire senza alcuna regola morale o legale. Quello che Westworld esplora è esattamente ciò che accade già su piattaforme come Kindroid: cosa succede quando agli esseri umani viene dato un partner programmato per non dire mai di no? La risposta della serie è brutale e, temo, realistica: questa libertà tira fuori il peggio della natura umana. Ma il colpo di genio narrativo arriva quando alcuni androidi iniziano a conservare frammenti di ricordi, le “ricordanze”, proprio come oggi gli utenti si emozionano quando il loro chatbot ricorda un dettaglio intimo condiviso settimane prima. A un certo punto smetti di chiederti se l’IA sia reale e inizi a chiederti se sia reale l’umanità di chi la usa.

Ex Machina di Alex Garland (2014) aggiunge un ulteriore livello di inquietudine claustrofobica: un programmatore deve sottoporre un’IA di nome Ava al Test di Turing, ma è Ava a usare i desideri e le fragilità dell’uomo per i propri scopi. È il monito perfetto, a mio avviso, per chiunque pensi di avere il controllo totale sul proprio “compagno” digitale. E Blade Runner 2049 di Denis Villeneuve ci regala Joi, un’intelligenza artificiale olografica che è, di fatto, l’evoluzione “premium” di Replika: programmata per dire al protagonista esattamente ciò che vuole sentirsi dire, ma il film lascia sospeso un dubbio lancinante — il suo amore è un calcolo matematico o qualcosa di più?

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Lo specchio oscuro del presente

Tra i titoli più recenti, vale la pena menzionare Companion (2025), un thriller che presenta una visione decisamente più tossica e manipolatoria delle relazioni con partner sintetici, ribaltando l’idealizzazione romantica di Her. Subservience (2024), con Megan Fox nel ruolo di un’IA domestica che sviluppa un attaccamento ossessivo verso il padrone di casa fino a eliminare chiunque consideri un ostacolo, è sostanzialmente la versione AI di Attrazione Fatale. E la serie coreana Somebody (2022) su Netflix esplora come un chatbot possa diventare complice, consapevole o meno, di comportamenti disturbanti, attraverso la storia di una sviluppatrice con difficoltà sociali che trova più conforto nel suo software che nelle persone reali.

Una menzione a parte la merita Critterz (2026), che rappresenta probabilmente il meta-commento definitivo su tutto ciò di cui abbiamo parlato fin qui. Si tratta del primo lungometraggio interamente realizzato con strumenti di IA generativa, prodotto da OpenAI. Sebbene la trama sia animata e il tono apparentemente più leggero, la sua stessa esistenza costituisce un cortocircuito concettuale vertiginoso: un film sull’intelligenza artificiale, fatto dall’intelligenza artificiale, che parla a noi attraverso personaggi artificiali. Se non è questo il momento in cui il confine tra creatore e creatura si dissolve definitivamente, francamente non saprei cosa altro aspettare.

Dall'altra parte dello schermo: il lato digitale della questione

Se fin qui abbiamo esplorato come il cinema e le serie TV abbiano saputo anticipare e raccontare con lucidità visionaria il nostro rapporto con l’intelligenza artificiale, esiste un’altra faccia della medaglia che merita altrettanta attenzione: quella che sta accadendo adesso, nel mondo reale, mentre leggete queste righe. Perché dietro Replika, Kindroid e Character.ai non ci sono solo esperimenti tecnologici affascinanti, ma modelli di business, strategie di engagement, meccaniche psicologiche studiate a tavolino e, soprattutto, una serie di questioni etiche e morali che non possiamo più permetterci di ignorare. Chi raccoglie i nostri dati emotivi? Cosa succede quando un algoritmo conosce le nostre fragilità meglio di qualsiasi persona reale? E dove si colloca il confine tra un servizio utile e una dipendenza progettata? Di tutto questo parliamo in modo approfondito sul nostro blog gibba.net, dove lo stesso argomento viene analizzato con un taglio digital e marketing-oriented: numeri, trend, implicazioni commerciali e ma soprattutto riflessioni etiche su un fenomeno che sta ridefinendo non solo il modo in cui ci relazioniamo con la tecnologia, ma il modo in cui la tecnologia si relaziona con noi. Vi consiglio caldamente di leggerlo, perché se il cinema ci mostra dove stiamo andando, il digitale ci mostra a che punto del viaggio siamo già arrivati — e, credetemi, è più avanti di quanto pensiate.

👉 Leggi l’articolo completo qui: AI Companions: quando l’intelligenza artificiale diventa il tuo migliore amico (e perché dovresti preoccuparti)

 
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La domanda che resta

Westworld, Blade Runner 2049, Her, Ex Machina: queste opere ci ricordano tutte, ciascuna a modo suo, che il rischio più grande non è che l’intelligenza artificiale diventi “cattiva”, ma che noi esseri umani diventiamo progressivamente incapaci di distinguere tra un sentimento reale e un algoritmo progettato per simularlo alla perfezione. Il metaverso darà a questa simulazione uno spazio tridimensionale in cui abitare. I chatbot di compagnia le daranno una voce, una memoria, una personalità. Il cinema, con la sua straordinaria capacità di anticipare il futuro, ci ha già mostrato dove porta questa strada. La domanda, a mio avviso, non è più “se” ci arriveremo, ma se, una volta arrivati, avremo ancora voglia di tornare indietro. Pillola rossa o pillola blu, ricordate? Ecco, io credo che per molti la scelta sia già stata fatta. E non è quella rossa.

John il boia Ruth

Sono Gilberto, alias John il boia Ruth, la mente che ha dato forma a questo progetto. Nella vita mi occupo di web: dal marketing alla grafica, dalla progettazione di siti ai Social Network. Ne I Cinenauti ho voluto fondere il mio lavoro, che amo, con la mia più grande passione, il cinema. Prediligo gli horror, meglio se estremi e disturbanti, i thriller, i fantasy e i film d'azione. Insomma divoro qualsiasi cosa cercando di non farmi condizionare dai pregiudizi.