L’etica del fango: Frank Gallagher e il ritorno del Cinismo radicale

Può un ubriacone incallito del South Side di Chicago incarnare, senza saperlo, uno dei pensatori più sovversivi dell'antichità? Frank Gallagher – il patriarca catastrofico di Shameless interpretato da uno straordinario William H. Macy – condivide con Diogene di Sinope molto più di quanto il suo fegato martoriato potrebbe mai sospettare. In questo articolo proviamo un esperimento: leggere undici stagioni di caos familiare attraverso la lente della filosofia cinica. Il risultato potrebbe farvi rivalutare quel relitto umano sul divano.

Accostare Frank Gallagher a Diogene di Sinope sembra, a prima lettura, una di quelle provocazioni intellettuali da aperitivo universitario. Il tipo di paragone che si lancia per sembrare interessanti e che poi nessuno sviluppa davvero. Eppure, più ci si addentra nell’esercizio, più i parallelismi smettono di essere forzature e iniziano a sembrare inquietantemente calzanti.

Da un lato abbiamo un greco del IV secolo a.C. che scelse di vivere in una botte, rinunciò a ogni possesso materiale e dedicò l’esistenza a prendere in giro i potenti con una franchezza che oggi gli costerebbe una querela ogni due ore. Dall’altro, un alcolista cronico di Chicago che dorme dove capita, non ha mai pagato una bolletta in vita sua e passa le giornate a elaborare truffe sempre più creative per rimediare il prossimo drink. Sulla carta, mondi distanti. Nella sostanza, forse no.

Quello che voglio provare a fare qui non è nobilitare un personaggio oggettivamente discutibile – Frank resta un padre orrendo e un essere umano problematico sotto qualsiasi metrica la si voglia applicare. L’obiettivo è un altro: usare il Cinismo greco come chiave interpretativa per capire perché, nonostante tutto, questo personaggio ci affascina. Perché continuiamo a guardarlo. E perché, in fondo, una parte di noi lo invidia.

La botte e il divano: possedere niente per non essere posseduti

Il principio cardine della filosofia cinica era brutalmente semplice: più cose possiedi, più catene hai. Diogene portò questo concetto alle estreme conseguenze, riducendo i suoi averi a una botte (nemmeno di sua proprietà, tra l’altro – apparteneva a un tempio) e a una ciotola per bere. Poi vide un ragazzino che beveva dall’incavo delle mani e buttò via anche quella, sentendosi superato in minimalismo da un mocciolo qualsiasi.

Frank Gallagher vive secondo lo stesso principio, anche se probabilmente non saprebbe spiegarlo in termini filosofici nemmeno sotto tortura. Non possiede la casa in cui abita – quella è tecnicamente di Fiona e dei ragazzi, che la tengono in piedi con lavori improbabili e una resilienza che fa sembrare la loro famiglia la versione white trash degli Avengers. Non possiede un’auto, un conto in banca, una reputazione da proteggere. Il suo guardaroba sembra uscito da un cassonetto dell’usato, il che è probabilmente accurato al cento per cento.

Questa assenza totale di proprietà lo rende, paradossalmente, invulnerabile a tutti quei ricatti che tengono in scacco la gente “normale”. Il sistema capitalistico funziona su una premessa fondamentale: hai qualcosa da perdere, quindi obbedisci. Hai un mutuo, quindi non rispondi male al capo. Hai una macchina a rate, quindi accetti straordinari non pagati. Hai una reputazione professionale, quindi ti mordi la lingua quando vorresti mandare tutti a quel paese. Frank ha cortocircuitato questo meccanismo semplicemente rifiutandosi di possedere alcunché. Non puoi minacciare di togliergli qualcosa se non ha niente.

Diogene lo faceva per scelta filosofica, Frank lo fa per disastro esistenziale. Ma il risultato è stranamente simile: una libertà radicale che nasce dal fondo del barile, letteralmente.

Parrhesia: l'arte di dire quello che tutti pensano

I cinici avevano un concetto chiamato parrhesia, che si traduce più o meno come “parlare francamente”. In pratica significava dire la verità sempre, a chiunque, senza filtri e senza paura delle conseguenze. Diogene era famoso per questo: insultava i potenti in faccia, ridicolizzava le convenzioni sociali, e quando Alessandro Magno in persona si presentò da lui offrendogli qualsiasi cosa desiderasse, gli rispose di levarsi dal sole perché gli faceva ombra. Alessandro, invece di farlo decapitare, disse che se non fosse stato Alessandro avrebbe voluto essere Diogene. Il che la dice lunga sul fascino perturbante di chi non ha nulla da perdere.

Frank Gallagher pratica la parrhesia ogni volta che apre bocca al bancone dell’Alibi Room. I suoi monologhi da ubriaco – spesso sorprendentemente colti, pieni di citazioni shakespeariane e riferimenti storici che non ti aspetteresti da uno che puzza di alcol denaturato – sono piccole bombe di verità scomode. Parla del governo che frega i poveri, della religione come oppio dei deboli, del fisco come rapina legalizzata, della classe media come gregge di pecore terrorizzate. Dice ad alta voce tutto quello che la “gente per bene” pensa nel segreto della propria mente ma non oserebbe mai pronunciare per paura di perdere il lavoro, gli amici, l’invito alla cena di Natale.

La genialità narrativa sta nel fatto che Frank può permettersi questa franchezza totale perché è già considerato un relitto. Nessuno lo prende sul serio, quindi nessuno si offende davvero. È l’immunità del buffone di corte: può dire la verità al re perché tutti pensano che stia solo scherzando. Ma chi ascolta con attenzione – e noi spettatori siamo in quella posizione privilegiata – si accorge che sotto il delirio alcolico spesso c’è un nucleo di verità che brucia.

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Shameless: l'impudicizia come manifesto politico

Arriviamo ora al cuore della questione, al motivo per cui la serie si chiama proprio così: Shameless. Senza vergogna.

Diogene era celebre per compiere in pubblico atti che la società considerava privati. Mangiava per strada, dormiva dove capitava, e – secondo gli aneddoti più coloriti – non si faceva problemi a soddisfare altri bisogni corporei davanti a tutti. Non era esibizionismo fine a sé stesso: era un’affermazione filosofica. Le convenzioni sociali su cosa sia “decoroso” e cosa no sono completamente arbitrarie. Non c’è nulla di naturalmente sbagliato nel mangiare seduti per terra invece che a tavola. La vergogna non è un istinto innato, è un costrutto culturale. E i costrutti culturali, per il cinico, sono gabbie invisibili.

Frank Gallagher incarna questo principio con una coerenza che rasenta il sublime. Urina dove gli pare, sviene sui marciapiedi, rutta, scoreggia, vomita, e fa tutto questo con una naturalezza che sfida ogni nozione di rispettabilità borghese. Usa i propri figli per truffe elaborate senza apparente senso di colpa. Si presenta a eventi sociali in condizioni che farebbero vergognare un barbone professionista. Ha costruito un’intera esistenza attorno al principio che la vergogna è un lusso che non può permettersi – e quindi semplicemente l’ha eliminata dall’equazione.

Il punto filosoficamente interessante è che questa totale assenza di pudore espone l’arbitrarietà delle nostre convenzioni. Perché esattamente è scandaloso dormire su una panchina ma non in un letto? Perché è accettabile ubriacarsi a una festa elegante ma non alle undici di mattina al parco? Le regole del decoro non hanno fondamento logico – sono semplicemente il modo in cui la società ci tiene in riga, facendoci terrorizzati dal giudizio altrui. Frank, rifiutandosi di provare vergogna, cortocircuita questo meccanismo di controllo.

Il lavoro è per gli stupidi: il parassitismo come filosofia di vita

Diogene mendicava. Non perché non fosse capace di lavorare, ma perché considerava il lavoro una forma di schiavitù volontaria. Perché affannarsi per accumulare ricchezze che poi devi proteggere, assicurare, e che comunque qualcuno prima o poi ti porterà via? Meglio ridurre i bisogni al minimo e vivere di quello che la comunità ti offre. In cambio, il filosofo offriva la sua saggezza – verità scomode che nessun altro aveva il coraggio di pronunciare.

Frank ha elevato questo principio a forma d’arte. Il suo lavoro quotidiano consiste nel trovare modi creativi per non lavorare. Truffe previdenziali, assicurative, donazioni del sangue (spesso in quantità che sfidano la biologia umana), piccoli furti, grandi raggiri – ogni giornata è un esercizio di sopravvivenza che richiede paradossalmente più ingegno e creatività di quanto ne servirebbe per tenere un normale impiego dalle nove alle cinque.

Ma c’è un punto più profondo. Per Frank, il “normale” lavoratore che si spacca la schiena quaranta ore a settimana per uno stipendio che copre a malapena le spese è il vero idiota. Quello che ha interiorizzato la schiavitù al punto da considerarla libertà. Quello che si alza ogni mattina alle sei per andare a far guadagnare qualcun altro, convinto che sia “la cosa giusta da fare”. In un mondo ossessionato dalla produttività, dove il tuo valore come essere umano viene misurato in ore fatturabili e obiettivi trimestrali, Frank è un sabotatore esistenziale. Un virus nel sistema operativo del capitalismo.

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I limiti del parallelo: dove l'analogia scricchiola

Sarebbe però intellettualmente disonesto non ammettere dove questo paragone mostra le sue fragilità. Diogene era mosso da un progetto filosofico consapevole, da una visione coerente della virtù e della libertà. La sua scelta di vita era il risultato di una riflessione profonda sulla natura umana e sulla società. Era, a modo suo, un asceta – qualcuno che rinuncia ai piaceri non per incapacità di ottenerli ma per una scelta superiore.

Frank, siamo onesti, è principalmente mosso dalla dipendenza. Il suo minimalismo non è una scelta filosofica ma la conseguenza del fatto che ogni centesimo finisce in alcol. La sua libertà dalle convenzioni non deriva da una critica illuminata della società ma dal fatto che l’alcolismo cronico gli ha bruciato qualsiasi capacità di conformarsi. È un cinico per disastro, non per design.

Eppure – e qui sta il fascino perturbante del personaggio – a volte i risultati contano più delle intenzioni. Frank, nella sua abiezione, illumina qualcosa di vero sulla nostra condizione. Ci mostra cosa succede quando togli tutte le maschere, quando smetti di recitare la parte del cittadino rispettabile, quando rinunci a fingere che le regole del gioco abbiano senso. Il quadro non è bello, ma è onesto in un modo che pochi di noi possono permettersi.

La domanda finale: mostro o uomo libero?

Eccoci al dunque. Frank Gallagher è un mostro – un padre assente, un manipolatore seriale, un parassita che ha scaricato sui propri figli responsabilità che avrebbe dovuto assumersi lui – oppure è, in qualche modo contorto, l’unico uomo veramente libero in un quartiere di schiavi del salario?

La risposta scomoda è: probabilmente entrambe le cose. Il che ci porta alla domanda ancora più scomoda, quella che Shameless ci ha posto per undici stagioni senza mai darci una risposta definitiva: quanto della nostra “dignità” è autentica e quanto è semplicemente la maschera che indossiamo per paura di finire come Frank? Quanto del nostro comportamento “rispettabile” nasce da convinzioni genuine e quanto dal terrore del giudizio altrui?

Diogene girava per Atene di giorno con una lanterna accesa, dicendo che stava cercando un uomo – intendendo un essere umano autentico, non corrotto dalle convenzioni sociali. Frank gira per il South Side cercando il prossimo drink. Ma in fondo, entrambi ci costringono a guardarci allo specchio e chiederci: siamo davvero liberi, o stiamo solo recitando molto bene la parte di persone libere mentre le catene invisibili ci tengono esattamente dove il sistema ci vuole?

Forse la vera saggezza sta nel mezzo – né la totale conformità né l’abiezione completa. Ma per arrivarci, ogni tanto fa bene guardare gli estremi. E Frank Gallagher, nel suo modo devastante e devastato, è un estremo che merita di essere osservato. Se non altro, per ricordarci che la rispettabilità ha un costo. E che qualcuno, là fuori, ha deciso che quel costo era troppo alto.

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John il boia Ruth

Sono Gilberto, alias John il boia Ruth, la mente che ha dato forma a questo progetto. Nella vita mi occupo di web: dal marketing alla grafica, dalla progettazione di siti ai Social Network. Ne I Cinenauti ho voluto fondere il mio lavoro, che amo, con la mia più grande passione, il cinema. Prediligo gli horror, meglio se estremi e disturbanti, i thriller, i fantasy e i film d'azione. Insomma divoro qualsiasi cosa cercando di non farmi condizionare dai pregiudizi.