Se è vero, come affermava Leonardo Sciascia, che l'Italia è un paese senza memoria, opere come 1974 La Strage Di Brescia appaiono oltremodo preziose per quanto ci invitano a tenere vivo l'esercizio di questa fondamentale facoltà.

Prodotto da Another Coffee Vision – società crossmediale nata a Milano nel dicembre del 2020 con l’obiettivo di coniugare arte e impegno civile – con la collaborazione del Comune di Brescia, dell’Università Cattolica Del Sacro Cuore, dell’Associazione Casa Della Memoria e dell’Archivio Audiovisivo Del Movimento Operaio e Democratico, questo docufilm, presentato al Festival di Venezia, ricostruisce in maniera lineare – prendendo spunto dai saggi degli storici Mimmo Franzinelli e Aldo Giannuli, due dei maggiori studiosi della cosiddetta “strategia della tensione” – l’avvicendarsi degli stravolgimenti socio-economici e politici che, a partire dagli anni cinquanta, hanno trasformato il tessuto nazionale dando purtroppo anche adito a progetti eversivi di varia natura.
Alternando una corposa documentazione di repertorio alle testimonianze in viva voce di vari analisti e protagonisti dell’epoca (compreso il regista bresciano Silvano Agosti, il quale offre anche un toccante ricordo della sua grande amicizia con Alberto Trebeschi, una delle persone perite nell’esplosione), veniamo condotti attraverso un vero e proprio viaggio nel tempo scandito da tappe significative: ecco allora il “boom economico” sviluppatosi tra la metà degli anni cinquanta e quella degli anni sessanta, che trasforma un paese agricolo e arretrato, fiaccato da una guerra devastante, in una potenza industriale; e poi i primi “venti” di contestazione giunti dall’università di Berkeley in California, laddove nell’ottobre del 1964 uno studente di origine italiana, Mario Savio, si fa portavoce di un malcontento diffuso afferente alla mancanza della libertà di parola (fondando quello che sarà chiamato “Free Speech Movement”), e recepiti in Italia da studenti ed operai i quali danno vita, nel biennio 1968-69, al cosiddetto “autunno caldo” fatto di scioperi e imponenti manifestazioni di piazza.
Intanto, in parallelo, si mobilita la reazione strisciante a questi sommovimenti: nel maggio del 1965 l’Hotel Parco Dei Principi di Roma ospita una conferenza organizzata dall’Istituto Pollio alla quale partecipano vari notabili ed esponenti di spicco delle forze armate e dei servizi, tra i quali il fondatore di Ordine Nuovo Pino Rauti e quello di Avanguardia Nazionale Stefano Delle Chiaie, nonché il sedicente giornalista, ma in realtà agente segreto, Guido Giannettini; in essa si teorizza la cosiddetta “guerra rivoluzionaria”, ovverosia una dottrina mirata a contrastare con ogni mezzo l’avanzata del comunismo in Italia; vengono in sostanza gettati i semi di quella deriva terroristica che sarà usata allo scopo di legittimare una torsione autoritaria dell’assetto statuale.
Dalla strage di Piazza Fontana in poi, vero e proprio esordio di tale piano, il paese precipita in un buio e decennale crescendo di violenza sinistramente noto come “anni di piombo”: la morte dell’anarchico Luigi Pinelli, precipitato da una finestra della questura di Milano dopo essere stato fermato con la falsa accusa di aver piazzato la bomba alla Banca dell’Agricoltura, incendia lo scontro con la sinistra radicale, e mentre alcuni cani sciolti si muovono in un’ottica puramente antistatale (si veda l’autoproclamatosi “soldato politico” Vincenzo Vinciguerra, reo confesso dell’eccidio di Peteano del 1972 nel quale vengono uccisi tre carabinieri), nel giro di pochi anni si assiste a ben due tentativi di golpe non andati a buon fine, uno capitanato dal principe Junio Valerio Borghese nel 1970 e l’altro, nel 1973, dal generale Amos Spiazzi con l’organizzazione segreta La Rosa Dei Venti, legata alla Fenice del milanese Giancarlo Rognoni e al Mar del bresciano Carlo Fumagalli; ecco i primi collegamenti con la Leonessa d’Italia, tramite l’attività di personaggi che provenivano addirittura dalla vicenda della Repubblica di Salò (alcuni ministeri erano dislocati in città) e certi movimenti di esplosivi che fanno presagire l’imminenza di qualche grave fatto di sangue.
Arriviamo così al 19 maggio del 1974 quando il militante di estrema destra Silvio Ferrari rimane ucciso accidentalmente da un ordigno che trasportava sulla sua Vespa: questo episodio è da considerarsi il vero e proprio prodromo della strage di Piazza Della Loggia, che avviene esattamente alle 10.12 di nove giorni dopo mentre è in corso una manifestazione contro il terrorismo di destra, provocando enorme sgomento in tutta la nazione.
Il 30 maggio l’esponente delle Sam (Squadre Azione Mussolini) Giancarlo Esposti, allora latitante ed erroneamente sospettato di essere l’autore dei fatti di Brescia in virtù dell’equivoco causato da un identikit, viene freddato in un blitz dei Carabinieri sull’Altopiano di Rascino nei pressi di Rieti, operazione che lascia più di un sospetto sulle sue reali finalità (stava forse preparando l’ennesimo golpe?), mentre con il nuovo anno si afferma una pista autoctona riconducibile a tale Ermanno Buzzi, un neofascista conosciuto come trafficante di opere d’arte (il quale anni dopo verrà ucciso in carcere dagli “irriducibili” Pierluigi Concutelli e Mario Tuti in un regolamento di conti nell’ambito dell’estremismo di destra).
Ma è nel 2007 che si ha la vera e propria svolta investigativa quando si scopre che la strage venne pianificata ed attuata da una cellula veneta di Ordine Nuovo (nella quale rientravano a vario titolo il medico Carlo Maria Maggi, individuato come mandante, Maurizio Tramonte e Carlo Digilio – decisiva la sua testimonianza riguardo all’esplosivo usato, la gelignite -) in collaborazione con apparati deviati dello Stato; il dispositivo della sentenza del 2015 del tribunale di Milano, letto significativamente dalla voce narrante a suggello dell’opera mentre scorrono i volti assertivi e commossi di tutti i protagonisti, pone l’accento in tono sconfortato proprio sulle centrali di potere occulte che hanno prima incoraggiato i progetti eversivi per poi depistare nel momento in cui si cercava di giungere alla verità dei fatti: un risultato, testuali parole, “devastante per la dignità stessa dello Stato e della sua irrinunciabile funzione di tutela delle istituzioni democratiche”.
Auspichiamo dunque che questo ottimo lavoro, che ci parla di ieri come monito per l’oggi e per gli anni a venire, possa avere un’ampia diffusione anche nelle sale.



