I WAS GOD IN BOSNIA

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GENERE:         documentario, docufilm

ANNO:             2010

PAESE:             Italia

DURATA:         80 min 

REGIA:              Erion Kadilli

CAST:               Roberto Delle Fave

Il documentario di Erion Kadilli ritrae Roberto Delle Fave, alias Diavolo Rosso, sanremese che dai banchi di prigione arrivò alle guerre balcaniche come fotografo, per poi diventare mercenario. Tra crimini inconfessabili, storie inverificabili e una vena autodistruttiva dichiarata, il film traccia il profilo inquietante di un uomo che morirà nel 2014 a soli 47 anni per un tumore al cervello. Vincitore del Biografilm Festival 2011, il documentario è uscito in versione definitiva nel 2016.

Il giovane documentarista italo-albanese Erion Kadilli, nato a Durazzo ma cresciuto in Liguria, decide, nel 2010, di incontrare Roberto Delle Fave, alias Diavolo Rosso, Sanremese di nascita e Bordigotto d’adozione, personaggio istrionico e controverso, dal quale non si può non rimanere affascinati ma, soprattutto, turbati. Dopo quest’ora scarsa in sua compagnia rimane, al netto delle cose terribili che egli racconta con una improbabile naturalezza, il ritratto di un uomo profondamente disturbato, condotto dalla sua evidente vena autodistruttiva ad una esistenza breve ed una fine dolorosa e drammatica.

Il protagonista del film racconta la sua vita al regista, partendo da una giovinezza molto complicata, costellata da contrasti con la famiglia, nella quale commise rapine e scippi che lo portarono in carcere, per la prima volta, a 14 anni. Successivamente Delle Fave racconta dei suoi primi lavori da fotografo al Festival di Sanremo, della partenza per la Jugoslavia come inviato di guerra, delle peregrinazioni in giro per il mondo, dal Kosovo all’Afghanistan, fino al suo ritorno in Liguria, dove al momento dell’intervista svolge l’attività di allevatore di serpenti ed altri animali esotici con la compagna, conosciuta in Kenya.

Il cuore del racconto è però quello nel quale Delle Fave narra di essere giunto in Croazia come fotografo di guerra per seguire sul campo il conflitto jugoslavo all’inizio degli anni ’90 al seguito dell’esercito regolare croato.

Lì comincia un percorso nel quale è impossibile districarsi, ricco di violenza, certamente, ma presumibilmente anche di esagerazioni, menzogne e vere e proprie invenzioni. Quel che è certo è che Delle Fave ad un certo punto, da fotografo divenne mercenario, egli afferma di essersi deciso a compiere questo passo in seguito allo sconvolgimento causato in lui dalla morte di una soldatessa croata che lo accompagnava nel suo lavoro, sacrificatasi per salvargli la vita. In Croazia, a Gospic, Delle Fave fu raggiunto ed intervistato da una troupe della RAI, guidata da Sandro Vannucci, da lì la chiarezza della sua narrazione sfuma ancora di più, vista la assoluta assenza di prove di quello che racconta. Si trasferì a Vinkovci, dove dice di aver ucciso un bambino per sbaglio, il primo di una lunga serie, sentenzia, racconta di indicibili violenze, che vide, ma delle quali fu anche protagonista attivo, soprattutto quando, abbandonata la Croazia, giunse in Bosnia militando in una fantomatica compagine bosgnacca da lui fondata, i Cigni Neri. D’altro canto, pur avendo combattuto contro i Serbi, ci racconta di aver ammirato ‘la tigre’ Arkan e di esserne stato buon amico, cosa che appare piuttosto improbabile.

Delle Fave cita quindi crimini non provati né provabili, ma che ci assicura siano stati commessi in Bosnia, traffico d’armi e di organi, distruzione di luoghi di culto finanziate dallo IOR, battute di caccia all’uomo pagate da ricchi stranieri annoiati, ed arriva perfino a confessare di essere stato colpevole, seppur in modo indiretto, della morte dei propri genitori. Va segnalato a latere che Delle Fave fu sentito anche dalla magistratura italiana, in particolare in merito alle accuse di traffico d’organi, e si rimangiò tutto quanto aveva raccontato più volte in diverse interviste.

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Di quegli anni il documentario mostra spezzoni di alcune registrazioni video tratte da un paio di dossier del giornalista Sandro Vannucci (Soldato d’avventura e Finchè c’è guerra), andati in onda nei primi anni ’90, nonché un’intervista a Delle Fave effettuata da Elisabetta Gardini durante una puntata della trasmissione televisiva Piacere Raiuno. Il protagonista nel documentario confessa di bere, fumare e fare una vita sregolata perché desideroso di morire giovane e con sofferenza, per espiare le sue colpe, arrivando ad auspicare di essere colpito da un tumore. In effetti Roberto Delle Fave morirà pochi anni dopo la realizzazione del documentario, nel 2014, a soli 47 anni, proprio per una grave forma di tumore al cervello, malattia probabilmente derivata dall’ampio uso di uranio impoverito che fu fatto durante la guerra dei Balcani. Vincitrice del Biografilm Festival del 2011, l’opera è stata poi rielaborata dal regista dopo la morte di Delle Fave ed è uscita in una nuova versione nel 2016, col titolo ‘Red Devil – il mercenario’. Nessuno ha mai saputo cosa Diavolo Rosso (nome che gli fu dato dai commilitoni a causa di una giacca rossa di marca Invicta che indossava quando arrivò in Jugoslavia) abbia realmente fatto e visto nei Balcani, pochi giorni dopo la sua morte però, il blog Inchiostro Scomodo, che gli aveva dedicato un articolo, ricevette un messaggio da una persona che affermava di averlo conosciuto in gioventù, ed affermava come egli fosse una persona estremamente disturbata, che nascondeva la sua grande debolezza dietro ad un aspetto da duro e la mania delle armi e della vita militare.

Hannibal the Cannibal

Il mio nome è Cristiano, alias Hannibal the Cannibal, sono cresciuto girovagando con la famiglia al seguito di mio padre, che si spostava molto per lavoro, ho seguito le sue orme lavorando alcuni anni in Nord Africa. Nel nuovo millennio sono tornato 'a casa' ed oggi sono lead programmer in una azienda che crea software gestionali. Amo tutto il cinema ma sono attratto in modo particolare dal cinema 'di genere' e da tutto ciò che è di nicchia.