DANDADAN

dandadan i cinenauti recensioni film serie tv cinema

Dandadan

Dandadan

ダンダダン

  • GENERE:                                   azione, horror, commedia
  • ANNO:                                       2024
  • DISTRIBUITO DA:                   Studio SARU
  • REGIA:                                       Fūga Yamashiro
  • TRATTO DAL MANGA DI:     Yukinobu Tatsu
  • Yukinobu Tatsu è stato assistente di Tatsuki Fujimoto durante la realizzazione di Chainsaw Man, ereditandone l’approccio anarchico alla narrazione ma sviluppando uno stile visivo più architettonico e dettagliato.
  • Il manga è serializzato su Shonen Jump+ ed è diventato virale per le sue tavole cinematografiche che sembrano letteralmente “muoversi” sulla pagina.

Dandadan non è semplicemente l'ennesimo shonen con animazioni spettacolari e combattimenti adrenalinici. Dietro la superficie caotica di alieni pervertiti e fantasmi vendicativi si nasconde un'opera che disseziona le ansie adolescenziali, riscrive le regole della mascolinità e trasforma il folklore tragico giapponese in una forma di catarsi collettiva. Questa è un'analisi che prova a scavare nel cuore pulsante dell'opera di Yukinobu Tatsu.

Confesso che questo anime non mi ha conquistato subito. Anzi, le prime puntate hanno suscitato in me più fastidio che interesse. Col tempo, però, mi sono dovuto ricredere: sarebbe riduttivo bollare Dandadan come un banale scontro tra alieni e fantasmi infarcito di volgarità gratuite. Quello che Yukinobu Tatsu mette in scena è qualcosa di più sottile e inquietante: una vera e propria guerra fredda soprannaturale che riflette tensioni profondamente radicate nella psiche collettiva giapponese.

Da un lato abbiamo gli alieni, creature che incarnano la minaccia esterna per eccellenza. Sono tecnologici, freddi, calcolatori. I Serpoiani, con la loro ossessione per i genitali di Okarun, rappresentano l’invasione nella sua forma più letterale: penetrano, violano, estraggono. La loro estetica non è quella dei classici “omini grigi” della fantascienza americana. C’è qualcosa di visceralmente disturbante nel loro design, una qualità biomeccanica che richiama immediatamente l’arte di H.R. Giger e il suo immaginario sessualizzato e grottesco.

Dall’altro lato troviamo i fantasmi, che invece rappresentano il trauma interno, quello che non viene da fuori ma che già abita le fondamenta della società. Gli yokai e gli spettri di Dandadan non sono semplici antagonisti da sconfiggere: sono memorie collettive cristallizzate, residui di tragedie storiche che il Giappone moderno ha cercato di seppellire sotto strati di cemento e neon.

Quello che mi colpisce particolarmente è come queste due forze non possano coesistere pacificamente. Non c’è spazio per una tregua tra l’antico e il nuovo, tra il folklore e la fantascienza. È una tensione che, a mio avviso, riflette il disagio di una nazione sospesa tra la propria identità tradizionale e la spinta verso una modernizzazione spesso alienante. Momo e Okarun si ritrovano intrappolati esattamente in questo limbo, costretti a navigare tra mondi che si rifiutano reciprocamente.

Se c’è un elemento che distingue immediatamente Dandadan dalla massa degli shonen contemporanei, è il suo approccio al body horror. Non si tratta di violenza gratuita o di gore fine a se stesso. Tatsu utilizza il disagio visivo come strumento narrativo per esplorare le ansie più profonde dell’adolescenza.

I design degli alieni, in particolare, meritano un’analisi approfondita. I Serpoiani non sono semplicemente “cattivi”: sono incubi biomeccanici che fondono l’organico e il meccanico in forme che provocano un istintivo senso di repulsione. La loro ossessione per le “kintama” (i testicoli) di Okarun potrebbe sembrare una gag comica – e in parte lo è – ma nasconde un sottotesto molto più oscuro. È la paura della violazione del corpo, della perdita di controllo sulla propria fisicità, della pubertà come trasformazione aliena e incontrollabile.

Quando Okarun si trasforma acquisendo i poteri di Turbo-Nonna, il suo corpo diventa letteralmente un campo di battaglia. Non è più solo suo. È posseduto, modificato, abitato da forze che non comprende. Mi sembra che questa sia una metafora potentissima per descrivere l’esperienza adolescenziale: quel momento in cui il proprio corpo inizia a cambiare in modi che sembrano estranei, quando gli ormoni prendono il sopravvento e ci si sente ospiti nella propria pelle.

L’influenza di Giger si percepisce non solo nel design alieno, ma nell’intera grammatica visiva dell’opera. C’è una qualità quasi sessualizzata nel modo in cui le creature interagiscono con i protagonisti, un erotismo disturbante che Tatsu maneggia con sorprendente delicatezza, evitando di scadere nel morboso puro e trasformandolo invece in uno strumento di riflessione sulla vulnerabilità del corpo giovane.

Yukinobu Tatsu ha affinato il suo mestiere come assistente di Tatsuki Fujimoto durante la realizzazione di Chainsaw Man, ma sarebbe un errore considerarlo un semplice epigono del suo mentore. Dove Fujimoto predilige un approccio più grezzo e immediato, Tatsu sviluppa uno stile architettonico e dettagliato che trasforma ogni pagina in un’esperienza quasi cinematografica.

Quello che mi affascina delle tavole di Dandadan è il modo in cui gli sfondi urbani non sono mai semplici decorazioni. Gli edifici, le strade, i paesaggi suburbani giapponesi diventano elementi dinamici che dettano il ritmo dell’azione. Tatsu utilizza prospettive esasperate e linee di fuga vertiginose che creano un senso di movimento perpetuo. Le sue pagine sembrano letteralmente “muoversi”, e questo non è un caso.

C’è una comprensione profonda della composizione cinematografica. I suoi “camera angles” – se possiamo chiamarli così in un medium statico – ricordano il lavoro di registi come Sam Raimi o Edgar Wright, maestri nel creare dinamismo visivo attraverso inquadrature impossibili. Quando un personaggio corre, non vediamo semplicemente una figura in movimento: vediamo l’intero ambiente che si contorce e si piega attorno a lui, come se la realtà stessa fosse trascinata nella corsa.

L’adattamento anime di Science SARU ha compreso perfettamente questa qualità intrinseca del manga. Lo studio, fondato da Masaaki Yuasa, è noto per il suo approccio sperimentale all’animazione, e la loro interpretazione di Dandadan onora lo spirito cinetico dell’originale aggiungendo una fluidità che sembra quasi impossibile. È uno di quei casi in cui l’anime non si limita a tradurre il manga, ma lo esalta.

dandadan i cinenauti recensioni film serie tv cinema

E arriviamo a quello che, secondo me, è il cuore pulsante di Dandadan: Ken Takakura, alias Okarun. In un panorama shonen dominato da protagonisti muscolosi, predestinati o comunque dotati di qualche forma di eccezionalità intrinseca, Okarun rappresenta una rottura quasi rivoluzionaria.

È uno sfigato. Non c’è modo più gentile per dirlo. È un ragazzo con gli occhiali troppo grandi, appassionato di UFO, socialmente inetto, incapace di sostenere lo sguardo di una ragazza senza andare in cortocircuito. Non ha un lignaggio speciale, non è l’eletto di nessuna profezia, non nasconde un potere dormiente che aspetta solo di essere risvegliato. I suoi poteri derivano da una maledizione che gli è stata imposta contro la sua volontà, e per la maggior parte della storia lotta semplicemente per sopravvivere.

Ma è proprio qui che Tatsu compie la sua piccola rivoluzione. L’evoluzione di Okarun non passa principalmente attraverso il potenziamento fisico – anche se quello c’è – ma attraverso l’accettazione della propria vulnerabilità. La sua forza non deriva dal diventare più duro, più aggressivo, più “maschile” nel senso tradizionale del termine. Deriva dal rispetto che mostra verso Momo, dalla gentilezza con cui si relaziona anche ai fantasmi più terrificanti, dalla capacità di ammettere le proprie paure senza vergogna.

Questo, per me, è ciò che rende Dandadan qualcosa di più di un semplice intrattenimento. In un’epoca in cui la mascolinità tossica viene sempre più messa in discussione, Tatsu propone un modello alternativo di eroismo che non rinuncia alla forza ma la ridefinisce in termini di empatia e vulnerabilità condivisa. Okarun non è un eroe nonostante la sua timidezza: è un eroe attraverso di essa.

Molti dei fantasmi che popolano Dandadan non sono invenzioni dell’autore, ma derivano da leggende metropolitane giapponesi con radici spesso tragiche. Turbo-Nonna, Acrobatic Silky (leggi qui l’approfondimento su Acrobatic Silky), i vari yokai che appaiono nel corso della storia: ognuno di loro porta con sé un bagaglio di sofferenza collettiva che il Giappone moderno ha cercato di dimenticare.

Prendiamo Turbo-Nonna, ispirata alla leggenda della “Turbo-Granny” che si dice insegua le auto nelle zone rurali del Giappone. Dietro questa figura apparentemente grottesca si nasconde il ricordo di un’epoca in cui gli anziani venivano letteralmente abbandonati sulle montagne perché le famiglie non potevano permettersi di sfamarli. È una memoria di povertà e abbandono che il Giappone del miracolo economico ha preferito seppellire (leggi qui l’approfondimento sulla Turbo Nonna, le origini, il folklore e i significati).

Quello che fa il mangaka con queste leggende è straordinariamente efficace: le riesuma e le trasforma in qualcosa di nuovo. I fantasmi di Dandadan non sono semplici antagonisti da esorcizzare. Sono testimoni di ingiustizie passate che chiedono di essere riconosciute. E nel processo di confronto con loro, i protagonisti – e per estensione i lettori – sono costretti a fare i conti con un passato che la modernità vorrebbe cancellare.

C’è una ragione per cui queste storie tornano a galla proprio ora, in un Giappone che affronta una crisi demografica senza precedenti, un’economia stagnante e un senso diffuso di disconnessione generazionale. Il folklore, in Dandadan, diventa uno strumento di catarsi collettiva: un modo per elaborare traumi che altrimenti rimarrebbero sepolti sotto la superficie lucida della società contemporanea.

Dandadan è caotico, sì. È volgare, esagerato, a tratti incomprensibile. Ma questo caos non è mai fine a se stesso. È il linguaggio attraverso cui Yukinobu Tatsu esplora le contraddizioni dell’essere giovani in un mondo che sembra sempre sul punto di crollare.

Tra body horror e gentilezza radicale, tra invasioni aliene e fantasmi del passato, tra prospettive impossibili e momenti di intimità sorprendente, quest’opera si rivela molto più stratificata di quanto la sua superficie frenetica lascerebbe supporre. È un manga – e ora un anime – che merita di essere letto non solo per l’adrenalina che regala, ma per le domande scomode che pone sulla vulnerabilità, sul trauma e sulla possibilità di trovare connessione umana anche nel mezzo del caos più assoluto.

E forse è proprio questo il messaggio più potente di Dandadan: che possiamo essere sfigati, spaventati, posseduti da forze che non comprendiamo, e trovare comunque il coraggio di correre a perdifiato verso qualcosa che assomiglia alla salvezza. Non è poco, per uno shonen con le kintama rubate.

John il boia Ruth

Sono Gilberto, alias John il boia Ruth, la mente che ha dato forma a questo progetto. Nella vita mi occupo di web: dal marketing alla grafica, dalla progettazione di siti ai Social Network. Ne I Cinenauti ho voluto fondere il mio lavoro, che amo, con la mia più grande passione, il cinema. Prediligo gli horror, meglio se estremi e disturbanti, i thriller, i fantasy e i film d'azione. Insomma divoro qualsiasi cosa cercando di non farmi condizionare dai pregiudizi.