Corre a cento chilometri orari, urla oscenità irripetibili e ha rubato i testicoli del protagonista. La Turbo Nonna di Dandadan potrebbe sembrare una trovata comica destinata a strappare risate facili, ma dietro la sua maschera grottesca si nasconde una delle figure più tragiche del folklore giapponese moderno. Questa è la storia di uno yokai che rifiuta di essere dimenticato.
Indice articolo:
- L’orrore che corre a 100 km/h
- Dalle Montagne alla Corsia di Sorpasso: le radici di un trauma nazionale
- La Turbo-Baba: quando il progresso crea i propri fantasmi
- La Custode dei Dimenticati: il ruolo segreto della Turbo Nonna
- I Kintama: ridicolizzare o rivendicare?
- La Maschera del Cinismo: il mentore che non sapevamo di volere
- Fermarsi ad ascoltare i fantasmi
L'orrore che corre a 100 km/h
C’è qualcosa di profondamente disturbante nell’immagine di una vecchia che corre a fianco della tua automobile nel cuore della notte. Non dietro, non davanti: a fianco, con un ghigno che sembra divorare l’oscurità stessa. Questa è la Turbo Nonna, e se la vostra prima reazione è stata una risata nervosa, sappiate che è esattamente quello che il folklore giapponese vuole da voi.
Quando Yukinobu Tatsu introduce questo personaggio nelle prime pagine di Dandadan, sembra offrirci l’ennesima creatura bizzarra destinata a essere sconfitta e dimenticata. Una vecchia posseduta che insegue adolescenti in motorino, urlando volgarità e pretendendo i loro organi riproduttivi. Materiale da commedia demenziale, apparentemente. Ma Tatsu, come ho imparato ad aspettarmi da lui, non si accontenta mai della superficie.
La Turbo Nonna è, a mio avviso, il personaggio che meglio incarna la filosofia narrativa di Dandadan: l’idea che il ridicolo e il tragico non siano opposti, ma due facce della stessa medaglia. Per comprenderla davvero, dobbiamo fare un viaggio a ritroso nel tempo, fino alle montagne del Giappone feudale, dove gli anziani venivano portati a morire in silenzio.

Dalle Montagne alla Corsia di Sorpasso: le radici di un trauma nazionale
La parola giapponese Ubasute (姥捨て) significa letteralmente “abbandonare la vecchia”. Si riferisce a una pratica che, secondo la tradizione, veniva esercitata durante i periodi di carestia nelle regioni più povere del Giappone: quando le risorse non bastavano per tutti, gli anziani venivano portati sulle montagne e lasciati morire, sacrificati alla sopravvivenza delle generazioni più giovani.
Gli storici dibattono ancora sull’effettiva diffusione di questa pratica. Alcuni la considerano più un mito cautelare che una realtà storica documentata. Ma questo, paradossalmente, la rende ancora più significativa dal punto di vista folkloristico. L’Ubasute esiste nella memoria collettiva giapponese come un peccato originale, un fantasma che perseguita la coscienza nazionale indipendentemente dalla sua veridicità storica.
Il film La ballata di Narayama (楢山節考) di Shohei Imamura, Palma d’Oro a Cannes nel 1983, ha cristallizzato questa immagine nell’immaginario popolare: una madre anziana che accetta serenamente il proprio destino, portata in spalla dal figlio verso la montagna dove morirà di fame e freddo. È una scena di una bellezza straziante, che trasforma l’orrore in qualcosa di quasi sacro.
Ma cosa succede quando il senso di colpa collettivo non trova pace? Cosa accade quando i morti non accettano il loro sacrificio con la dignità che i vivi pretendono da loro?
Nascono le leggende urbane.
La Turbo-Baba: quando il progresso crea i propri fantasmi
La leggenda della Turbo-Baba emerge in Giappone tra gli anni ’70 e ’80, esattamente nel periodo in cui il paese sta vivendo il suo miracolo economico. Le automobili diventano simbolo di modernità, velocità, progresso. Le autostrade si moltiplicano, i tunnel forano le montagne che un tempo erano rifugio degli abbandonati.
È in questo contesto che nasce il racconto della vecchia che insegue le auto. Non cammina, non striscia: corre, a velocità impossibili, a fianco dei veicoli che rappresentano tutto ciò che il Giappone moderno celebra. In alcune versioni bussa sul finestrino chiedendo un passaggio. In altre fissa il guidatore con occhi vuoti prima di scomparire. In altre ancora, la vedi nello specchietto retrovisore che ti raggiunge, sempre più vicina.
Quello che mi affascina di questa evoluzione è la sua logica simbolica. Se prima i vecchi venivano lasciati morire in silenzio sulle montagne, ora tornano a inseguire la società che corre troppo veloce per fermarsi a guardarli. Non chiedono più pietà: pretendono di essere visti. E se il Giappone vuole correre verso il futuro, loro correranno ancora più veloci, aggrappandosi ai paraurti del progresso.
La scelta dei luoghi non è casuale. I tunnel, i bagni pubblici, le strade di montagna: sono tutti spazi liminali, zone di transizione dove il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti si assottiglia. Nel folklore giapponese, questi luoghi sono tradizionalmente associati all’incontro con il soprannaturale. I tunnel, in particolare, rappresentano un passaggio attraverso la montagna, quella stessa montagna dove gli anziani venivano abbandonati. Ogni volta che un’automobile li attraversa, in un certo senso, sta attraversando un cimitero.

La Custode dei Dimenticati: il ruolo segreto della Turbo Nonna
È qui che Yukinobu Tatsu compie una delle sue mosse narrative più brillanti. Nei capitoli successivi alla sua introduzione, scopriamo che la Turbo Nonna non infesta quel tunnel semplicemente per terrorizzare o uccidere. Il suo legame con quel luogo ha radici più profonde e più dolorose.
Il tunnel che lei abita è stato teatro di tragedie dimenticate. Ragazze morte in circostanze tragiche, vittime di abusi, anime che non hanno trovato pace. La Turbo Nonna, che in vita era stata anch’essa una donna abbandonata e dimenticata, è diventata dopo la morte una sorta di raccoglitrice di dolore. Non è un demone che cerca vittime: è una custode che accumula i traumi di chi, come lei, è stato scartato dalla società.
Questa rivelazione ribalta completamente la percezione del personaggio. La vecchia volgare che urlava oscenità e rubava testicoli si rivela essere una divinità protettrice distorta, una figura che ha trasformato la propria rabbia e il proprio dolore in una missione. Non può salvare le anime che raccoglie, ma può almeno impedire che vengano dimenticate del tutto.
C’è un contrasto potentissimo tra la sua esteriorità grottesca e la nobiltà nascosta del suo compito spirituale. È una vecchia che sputa insulti come fossero proiettili, che si comporta in modo ripugnante, che sembra incarnare tutto ciò che la società preferisce non vedere. Ma proprio per questo è perfetta nel suo ruolo: chi meglio di una reietta può comprendere il dolore dei reietti?
Questo, per me, è il genio di Tatsu. Prende una figura che potrebbe essere ridotta a macchietta comica e le conferisce una dignità tragica senza mai tradire la sua natura abrasiva. Questo yokai non diventa improvvisamente gentile o comprensibile. Rimane quello che è sempre stata: una creatura forgiata dalla rabbia e dall’abbandono. Ma ora capiamo che quella rabbia ha una direzione, uno scopo.
I Kintama: ridicolizzare o rivendicare?
E ora proviamo a dare una risposta ad una domanda che ci siamo posti tutti: perché la Turbo Nonna ruba i testicoli proprio a Okarun?
Sempre nel folklore giapponese, i testicoli hanno un significato simbolico che va ben oltre la semplice funzione riproduttiva. Sono associati alla fortuna, alla virilità, alla forza vitale maschile. I famosi Tanuki delle leggende sono spesso rappresentati con testicoli enormi, simbolo di abbondanza e prosperità. Persino alcune statue religiose celebrano questa parte del corpo come fonte di potere spirituale.
Privare Okarun dei suoi kintama significa quindi molto più che umiliarlo fisicamente. È una castrazione simbolica che lo priva dei marcatori tradizionali della mascolinità. Senza di essi, secondo la logica del folklore, dovrebbe essere debole, sfortunato, incompleto.
Ma ecco il colpo di genio narrativo: Okarun non diventa debole. Al contrario, la perdita lo costringe a uscire dal suo guscio, a chiedere aiuto, a creare legami reali con Momo e con gli altri personaggi. La domanda che il mangaka sembra porre è provocatoria: può un uomo essere forte anche senza i simboli classici della mascolinità?
La risposta di Dandadan è un sì fragoroso. La forza di Okarun non deriva mai dai suoi attributi fisici, ma dalla sua capacità di essere vulnerabile, di ammettere le proprie paure, di costruire relazioni basate sul rispetto reciproco. In un certo senso, la Turbo Nonna gli fa un favore togliendogli quei kintama: lo libera dall’obbligo di conformarsi a un modello di mascolinità che non gli appartiene.
È una lettura che potrebbe sembrare forzata, ma a mio avviso ha un senso. In un panorama shonen dove i protagonisti maschili sono spesso ossessionati dal diventare più forti, più potenti, più dominanti, Okarun intraprende un percorso diverso. La sua crescita passa attraverso l’accettazione della propria incompletezza, non attraverso il suo superamento.
La Maschera del Cinismo: il mentore che non sapevamo di volere
Quando la Turbo Nonna viene “addomesticata” e trasformata in un piccolo Maneki-neko (il gatto della fortuna con la zampa alzata), potrebbe sembrare che il personaggio venga neutralizzato, ridotto a simpatica mascotte. Ma Tatsu è più furbo di così.
La scelta del Maneki-neko non è casuale. Nella secolare tradizione giapponese, i gatti sono creature liminali, sospese tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Possono vedere gli spiriti, attraversare confini invisibili, portare fortuna o sfortuna a seconda del loro umore. Trasformando la Turbo Nonna in un gatto, l’autore non la addomestica: la ricolloca in un ruolo folkloristico ancora più antico e ambiguo.
E infatti la vecchia in forma felina non perde nulla della sua volgarità e del suo cinismo. Continua a insultare i protagonisti, a criticare le loro scelte, a ricordare loro quanto siano ingenui e impreparati per il mondo che li aspetta. Ma in questo suo comportamento scostante si nasconde una forma di educazione alla sopravvivenza.
Diventa la voce della realtà cruda che bilancia l’idealismo adolescenziale di Momo e Okarun. Quando loro credono di poter risolvere tutto con il coraggio e la determinazione, lei è lì a ricordare che il mondo non funziona così, che le buone intenzioni non bastano, che la forza bruta è spesso necessaria quanto la gentilezza.
È un archetipo che in Occidente chiameremmo mentore riluttante, ma che nella cultura giapponese assume sfumature diverse. La Turbo Nonna non insegna attraverso lezioni formali o discorsi ispiratori. Insegna attraverso l’esempio del proprio cinismo, mostrando ai protagonisti cosa significa sopravvivere in un mondo che non fa sconti a nessuno.
Il fatto che rimanga volgare e sgradevole anche dopo essere diventata un’alleata è fondamentale. Tatsu rifiuta la redenzione facile, il percorso narrativo che trasforma i cattivi in buoni attraverso un’epifania morale. La Turbo Nonna resta quello che è sempre stata: una sopravvissuta indurita dalla sofferenza, che ha trovato il proprio modo di esistere in un mondo che l’ha rifiutata.
Fermarsi ad ascoltare i fantasmi
Dandadan è un manga che parla di velocità (qui puoi leggere la recensione del manga/anime). Gli alieni arrivano a velocità luce, i combattimenti sono frenetici, le tavole sembrano muoversi da sole. In questo turbine di azione, la Turbo Nonna rappresenta un paradosso: è velocissima, certo, ma la sua funzione narrativa è quella di rallentare i protagonisti, di costringerli a guardare indietro invece che avanti.
In un mondo ossessionato dal progresso e dalla tecnologia, dove persino le minacce soprannaturali assumono la forma di invasori alieni con tecnologie superiori, gli spettri del passato sembrano anacronistici. Che senso ha preoccuparsi di vecchie leggende quando ci sono astronavi da combattere?
Ma Tatsu ci ricorda che il passato non scompare semplicemente perché decidiamo di ignorarlo. I traumi collettivi, le ingiustizie storiche, le storie dei dimenticati: tutto questo continua a esistere, in attesa di qualcuno disposto ad ascoltare. La Turbo Nonna corre a cento chilometri orari non per terrorizzarci, ma per raggiungerci. Per costringerci a fermarci.
In questo senso, la sua trasformazione da antagonista a mentore non è una concessione alla formula shonen del “nemico che diventa amico”. È una dichiarazione di intenti da parte dell’autore. Le storie di chi è stato lasciato indietro hanno valore. Le voci dei dimenticati meritano di essere ascoltate, anche quando urlano oscenità e rubano testicoli.
La Turbo Nonna è grottesca, volgare, disturbante. Ma è anche, a suo modo, una delle figure più umane di Dandadan. Perché dietro la maschera del mostro c’è sempre una storia di dolore, e dietro il cinismo più feroce si nasconde spesso il desiderio disperato di non essere dimenticati.
E forse, alla fine, è questo il messaggio più potente che Yukinobu Tatsu ci consegna attraverso la sua vecchia che corre nel buio: che possiamo correre quanto vogliamo verso il futuro, ma prima o poi dovremo fare i conti con chi abbiamo lasciato indietro. E quando quel momento arriverà, sarà meglio che siamo pronti ad ascoltare.




