YAKUZA’S LAW 

YAKUZA'S LAW (Yakuza keibatsu-shi: Rinchi!)

Yakuza's Law i cinenauti recensioni film serie tv cinema

GENERE:         yakuza eiga, gore, azione, samurai

ANNO:             1969

PAESE:            Giappone

DURATA:        96 min 

REGIA:             Teruo Ishii

CAST:               Ryûtarô Ôtomo, Bunta Sugawara, Minoru Ôki, Teruo Yoshida, Renji Ishibashi, Hiroshi Miyauchi

Yakuza's Law di Teruo Ishii è un viaggio brutale nell'universo della yakuza giapponese attraverso tre epoche storiche. Questo film del 1969, pietra miliare del cinema exploitation nipponico, esplora rituali di punizione, codici d'onore e violenza stilizzata con una potenza visiva che ancora oggi lascia il segno. Una pellicola imprescindibile per comprendere l'evoluzione del genere yakuza eiga e l'audacia del cinema giapponese degli anni Sessanta.

C’è qualcosa di ipnotico nel modo in cui Teruo Ishii ha saputo trasformare la violenza in linguaggio cinematografico. Yakuza’s Law (博徒列伝, Yakuza Keibatsu-shi: Rinchi!, letteralmente “Storia delle punizioni yakuza: Linciaggio!”) rappresenta forse l’apice della sua poetica estrema, un’opera che nel 1969 osò spingersi dove pochi registi avevano il coraggio di guardare: nelle viscere più oscure dell’organizzazione criminale più temuta del Giappone.

A mio avviso, questo film non è semplicemente un prodotto del filone exploitation giapponese, ma costituisce un documento antropologico mascherato da opera di genere, capace di illuminare con luce cruda i meccanismi di potere, fedeltà e punizione che hanno governato la yakuza attraverso i secoli.

Prima di addentrarci nell’analisi di Yakuza’s Law, ritengo fondamentale contestualizzare la figura del suo autore. Teruo Ishii, nato nel 1924 e scomparso nel 2005, è stato uno dei registi più prolifici e controversi del cinema giapponese del dopoguerra. La sua carriera, sviluppatasi principalmente sotto l’egida della Toei Studios, ha attraversato generi diversissimi: dal jidaigeki al film di spionaggio, dalla commedia erotica al pinku eiga, fino a quel particolare sottogenere che lui stesso contribuì a definire e che i critici occidentali hanno poi etichettato come “ero guro”, crasi di “erotico grottesco” (qui puoi leggere l’approfondimento sull’ero guro).

Ishii possedeva quella che definirei una sensibilità da artigiano dell’eccesso: sapeva esattamente quanto spingere l’acceleratore della provocazione senza mai perdere il controllo del mezzo cinematografico. Non era un provocatore fine a se stesso, ma un narratore che utilizzava l’estremo come strumento di esplorazione della psiche e della società giapponese.

Yakuza’s Law si articola in tre episodi distinti, ciascuno ambientato in un’epoca differente della storia giapponese, ma tutti legati dal filo rosso delle punizioni rituali inflitte a chi tradisce il codice della yakuza. Questa struttura antologica, che potrebbe apparire frammentaria a uno sguardo superficiale, rivela in realtà una precisa strategia narrativa e concettuale.

 

Primo Episodio: L’Era Edo e le Radici del Codice

Il primo segmento ci trasporta nel periodo Edo, l’epoca in cui la yakuza moderna affonda le proprie radici storiche. Ishii ricostruisce con attenzione quasi maniacale gli ambienti e i costumi dell’epoca, ma non si tratta di un semplice esercizio di ricostruzione storica. Quello che emerge è piuttosto un’indagine sulle origini rituali delle punizioni yakuza, presentate come derivazioni degenerate di pratiche samuraiche.

La violenza in questo episodio assume una qualità quasi cerimoniale. I corpi vengono martoriati secondo procedure codificate, in una sorta di liturgia del dolore che trova le sue radici nei codici d’onore del Giappone feudale. È interessante notare come Ishii non moralizzi mai esplicitamente: lascia che le immagini parlino da sole, creando nel pubblico un disagio che nasce dalla contemplazione più che dal giudizio.

 

Secondo Episodio: L’Era Meiji e la Modernizzazione della Brutalità

Il secondo episodio ci conduce nell’era Meiji, quel periodo tumultuoso in cui il Giappone abbandonò l’isolamento feudale per abbracciare la modernizzazione forzata. In questo contesto di trasformazione radicale, anche la yakuza deve adattarsi, e con essa i suoi metodi di punizione.

Ciò che trovo particolarmente affascinante in questo segmento è il modo in cui Ishii visualizza la tensione tra tradizione e modernità. Le punizioni mantengono il loro carattere rituale, ma si contaminano con elementi nuovi, riflettendo quella schizofrenia culturale che caratterizzò il Giappone dell’epoca. Il regista sembra suggerire che la brutalità non diminuisce con il progresso: semplicemente, cambia forma.

 

Terzo Episodio: Il Dopoguerra e la Yakuza Contemporanea

L’ultimo episodio, ambientato nel Giappone del dopoguerra, è forse il più disturbante proprio per la sua prossimità temporale. Qui la yakuza appare nella sua incarnazione moderna, organizzazione criminale inserita nel tessuto economico del paese, ma ancora fedele ai suoi rituali ancestrali.

A mio parere, questo segmento funziona come specchio critico della società giapponese contemporanea. Ishii sembra chiedersi: quanto è cambiato realmente il Giappone? I grattacieli hanno sostituito i castelli, le automobili i cavalli, ma le dinamiche di potere e sottomissione restano sostanzialmente immutate. È una riflessione amara, espressa attraverso immagini di straordinaria potenza.

Yakuza's Law i cinenauti recensioni film serie tv cinema

Una delle questioni centrali che Yakuza’s Law solleva riguarda il confine tra exploitation e cinema d’autore. Si tratta di una linea che Ishii percorre con equilibrismo consumato, e sulla quale, personalmente, ho riflettuto a lungo.

Le sequenze di tortura presenti nel film sono indubbiamente esplicite, talvolta quasi insostenibili. Vediamo corpi mutilati, carne bruciata, supplizi che sembrano usciti da un manuale dell’orrore. Eppure, c’è qualcosa nella messa in scena di Ishii che trascende il semplice shock value. La composizione delle inquadrature, l’uso del colore (quel rosso sangue che diventa quasi astratto), il ritmo del montaggio: tutto contribuisce a creare un’esperienza che, pur nella sua brutalità, possiede una sua coerenza estetica.

Il direttore della fotografia, lavorando con una palette cromatica che privilegia i toni caldi e saturi tipici del cinema Toei dell’epoca, trasforma le scene più crude in tableaux vivants che ricordano le stampe ukiyo-e più violente. Non è casuale: Ishii attinge consapevolmente alla tradizione iconografica giapponese, quella che non ha mai avuto remore nel rappresentare la violenza e l’erotismo con eguale franchezza.

Il film può contare su un cast di attori veterani del cinema yakuza della Toei. Bunta Sugawara, Minoru Oki e Ryutaro Otomo portano sullo schermo quella miscela di stoicismo e ferocia che definisce l’archetipo del gangster giapponese. Le loro performance sono calibrate sulla stilizzazione richiesta dal genere, ma non mancano momenti di sorprendente intensità emotiva.

È interessante osservare come Ishii diriga i suoi attori nelle scene più estreme. Non c’è mai compiacimento nei loro volti, né esibizione gratuita. Le vittime soffrono con una dignità che rende il loro tormento ancora più insopportabile; i carnefici eseguono i loro compiti con professionalità quasi burocratica. Questa freddezza calcolata amplifica l’impatto delle sequenze, trasformando la violenza da spettacolo a testimonianza.

Per comprendere appieno Yakuza’s Law, occorre inserirlo nel contesto produttivo della Toei Studios alla fine degli anni Sessanta. Lo studio, fondato nel 1951, si era specializzato nel cinema di genere popolare, dai film di samurai alle storie di yakuza, costruendo un impero commerciale basato sulla capacità di intercettare i gusti del pubblico maschile giapponese.

Alla fine del decennio, tuttavia, la concorrenza della televisione stava erodendo le quote di mercato del cinema, spingendo gli studios verso contenuti sempre più audaci. È in questo clima che nacquero i film più estremi di Ishii, produzioni che oggi definiremmo “di nicchia” ma che all’epoca godevano di una distribuzione capillare nelle sale di seconda visione.

Yakuza’s Law rappresenta, in questo senso, un prodotto perfettamente inserito nella logica industriale della Toei, ma che al contempo trascende le limitazioni del cinema di sfruttamento per raggiungere vette di autentica ricerca formale. È un paradosso tipico di molto cinema giapponese dell’epoca, in cui la libertà concessa ai registi all’interno di formule commerciali consolidate permetteva esperimenti impensabili nel sistema hollywoodiano.

Yakuza's Law i cinenauti recensioni film serie tv cinema

Il genere yakuza eiga, letteralmente “film di yakuza”, costituisce uno dei filoni più distintivi del cinema giapponese (ho scritto un approfondimento sullo Yakuza Eiga che puoi leggere qui). Nato nel dopoguerra come variante nipponica del gangster movie americano, il genere si è progressivamente evoluto, sviluppando codici narrativi e stilistici propri.

Yakuza’s Law occupa una posizione peculiare all’interno di questo panorama. Non è un film yakuza nel senso tradizionale: manca una trama lineare con protagonisti con cui identificarsi, mancano le dinamiche romantiche o i conflitti tra clan che caratterizzano i classici del genere. Si tratta piuttosto di un’opera che prende il genere e lo decostruisce, concentrandosi su un aspetto specifico – le punizioni rituali – per farne il fulcro di un’indagine più ampia.

Se confrontato con i lavori successivi di registi come Kinji Fukasaku, che negli anni Settanta avrebbe rivoluzionato il genere con la sua saga di Battles Without Honor and Humanity (leggi qui la recensione del film), il film di Ishii appare come un precursore della visione disincantata e anti-romantica della yakuza che sarebbe diventata dominante nel decennio successivo. In questo senso, ritengo che Yakuza’s Law meriti un posto d’onore nella genealogia del cinema criminale giapponese.

Al di là della sua superficie provocatoria, Yakuza’s Law solleva questioni che trascendono il genere di appartenenza. Il tema centrale è quello della lealtà e del suo rovescio, il tradimento. In ogni episodio, assistiamo alle conseguenze del venir meno ai propri obblighi nei confronti del gruppo, dell’organizzazione, della famiglia criminale.

Ma c’è di più. Osservando l’opera con attenzione, emerge una riflessione sul corpo come territorio di potere. Le punizioni inflitte non mirano semplicemente a uccidere: mirano a marcare, a trasformare il corpo del traditore in un messaggio leggibile da tutti. È semiotica della violenza, se mi si perdona l’espressione, che Ishii visualizza con lucidità quasi clinica.

Un altro tema che percepisco nel film è quello della continuità storica. La struttura tripartita sembra suggerire che, al di là dei cambiamenti superficiali, alcune dinamiche restano costanti nella società giapponese. È una visione pessimista, certo, ma che trova riscontro nella persistenza della yakuza come istituzione fino ai giorni nostri.

Yakuza’s Law ha influenzato, direttamente o indirettamente, numerosi registi successivi. L’impatto più evidente si riscontra nel cinema di Takashi Miike, il cui Ichi the Killer (2001) porta alle estreme conseguenze quella fusione di violenza stilizzata e riflessione sul potere che caratterizzava il lavoro di Ishii. Non è un caso che Miike abbia più volte citato Ishii come fonte di ispirazione.

Anche nel cinema occidentale, l’eco di questo approccio alla violenza cinematografica si percepisce in registi come Quentin Tarantino, il cui Kill Bill attinge esplicitamente all’estetica del cinema exploitation giapponese. Ovviamente, il debito non è diretto, ma passa attraverso quella rete di influenze incrociate che caratterizza la cinefilia contemporanea.

Arrivato alla fine di questa analisi, mi trovo a riflettere su cosa renda Yakuza’s Law un film ancora rilevante a più di cinquant’anni dalla sua realizzazione. Non è certo la violenza in sé, che il cinema contemporaneo ha superato in termini di esplicitezza. Non è nemmeno il valore documentario, per quanto le ricostruzioni storiche siano accuratamente curate.

Ciò che, a mio avviso, conferisce al film la sua duratura potenza è la coerenza della sua visione. Ishii ha creato un’opera che non si scusa per ciò che mostra, ma che al contempo non si compiace gratuitamente. È cinema difficile, scomodo, ma profondamente onesto nel suo confrontarsi con aspetti della natura umana che preferiremmo ignorare.

Per gli appassionati di cinema giapponese, Yakuza’s Law rappresenta una tappa obbligata. Per i curiosi del cinema exploitation, offre un esempio di come il genere possa trascendere le proprie limitazioni. Per tutti gli altri, resta un’esperienza cinematografica unica, da affrontare con consapevolezza ma senza pregiudizi.

Teruo Ishii ci ha lasciato un’opera che interroga, disturba, affascina. Non è cinema per tutti, e non pretende di esserlo. Ma per chi ha il coraggio di guardare, offre uno sguardo senza filtri sull’oscurità che si annida nel cuore di ogni sistema di potere.

John il boia Ruth

Sono Gilberto, alias John il boia Ruth, la mente che ha dato forma a questo progetto. Nella vita mi occupo di web: dal marketing alla grafica, dalla progettazione di siti ai Social Network. Ne I Cinenauti ho voluto fondere il mio lavoro, che amo, con la mia più grande passione, il cinema. Prediligo gli horror, meglio se estremi e disturbanti, i thriller, i fantasy e i film d'azione. Insomma divoro qualsiasi cosa cercando di non farmi condizionare dai pregiudizi.