HORRORS OF THE MALFORMED MEN

GENERE: horror
ANNO: 1969
PAESE: Giappone
DURATA: 99 minuti
REGIA: Teruo Ishii
CAST: Teruo Yoshida, Yukie Kagawa, Teruko Yumi, Mitsuko Aoi, Tatsumi Hijikata
Un viaggio allucinato nell'abisso della psiche umana, dove il grottesco diventa arte e la follia si trasforma in visione. "Horrors of the Malformed Men" rappresenta l'apice del cinema ero guro giapponese, un'opera che ancora oggi sfida ogni convenzione narrativa e visiva con la forza dirompente di un incubo lucido.
Quando si parla di cinema giapponese degli anni ’60, è impossibile ignorare la figura controversa e visionaria di Teruo Ishii. Con “Horrors of the Malformed Men” (江戸川乱歩全集 恐怖奇形人間, Edogawa Ranpo Zenshū: Kyōfu Kikei Ningen), il regista ha creato quello che molti considerano il suo capolavoro assoluto, un’opera talmente estrema da essere stata bandita in Giappone per decenni. Basato sui racconti di Edogawa Ranpo, maestro del mystery e del grottesco nipponico, il film rappresenta un unicum nel panorama cinematografico mondiale, una fusione perfetta tra l’estetica ero guro (erotismo grottesco – puoi leggere qui l’approfondimento) e le pulsioni più oscure dell’inconscio collettivo.
La trama si sviluppa come una spirale discendente verso la follia. Hirosuke, un giovane medico rinchiuso in manicomio senza memoria del proprio passato, fugge dall’istituto psichiatrico solo per scoprire di essere il sosia perfetto di un uomo appena deceduto. Assumendo l’identità del defunto, si ritrova coinvolto in una rete di misteri che lo condurrà su un’isola remota, dove il dottor Komoda conduce esperimenti aberranti per creare una società di “uomini deformi”. È qui che il film abbandona ogni pretesa di normalità narrativa per immergersi completamente nell’universo delirante di Ishii.
Dal punto di vista estetico, “Horrors of the Malformed Men” è un trionfo del cinema sperimentale giapponese. La fotografia di Shigeru Akatsuka trasforma ogni inquadratura in un tableau vivant dell’orrore, dove i colori saturi e le composizioni geometriche creano un’atmosfera di costante straniamento. Le sequenze sull’isola, in particolare, raggiungono vette di lirismo macabro raramente eguagliate nel cinema mondiale. I corpi contorti dei “malformati” diventano sculture viventi, mentre la scenografia naturale dell’isola vulcanica amplifica il senso di isolamento e alienazione.
La performance di Tatsumi Hijikata, fondatore del butoh (la danza delle tenebre), nel ruolo del dottor Komoda, merita una menzione particolare. La sua presenza scenica trasforma il personaggio in qualcosa che trascende la semplice recitazione: ogni movimento, ogni gesto diventa una coreografia dell’abiezione. Hijikata porta sullo schermo l’essenza stessa del butoh, quella ricerca del grottesco e del deforme come via per esplorare le zone d’ombra dell’esistenza umana. La sua interpretazione non è solo memorabile, è letteralmente ipnotica, capace di trascinare lo spettatore in un vortice di fascinazione e repulsione.

Il film si inserisce perfettamente nel contesto culturale del Giappone post-bellico, un periodo di profonde trasformazioni sociali e di ricerca di nuove forme espressive. L’ero guro, movimento artistico nato negli anni ’20 e ’30, trova in Ishii un interprete capace di portarne l’estetica alle estreme conseguenze cinematografiche. Il regista non si limita a mostrare il grottesco, ma lo utilizza come chiave di lettura per esplorare temi universali: l’identità, la memoria, il desiderio di trascendenza attraverso la trasformazione del corpo.
Particolarmente interessante è il modo in cui il film affronta il tema della deformità. Nella visione di Ishii, i “malformati” non sono semplicemente vittime o mostri, ma rappresentano una forma alternativa di esistenza, una ribellione contro le norme sociali e biologiche. Il dottor Komoda non è un semplice scienziato pazzo, ma un demiurgo che cerca di ricreare l’umanità secondo la propria visione distorta. In questo senso, il film può essere letto come una metafora del processo creativo stesso, dove l’artista manipola e deforma la realtà per creare qualcosa di nuovo e inquietante.
La struttura narrativa, apparentemente caotica, segue in realtà una logica onirica precisa. Ishii abbandona la linearità tradizionale per abbracciare un approccio più vicino al surrealismo, dove le sequenze si susseguono secondo associazioni simboliche piuttosto che causali. Questo approccio, che potrebbe disorientare lo spettatore abituato a narrazioni più convenzionali, è in realtà perfettamente funzionale al progetto estetico del regista: creare un’esperienza cinematografica che agisca direttamente sull’inconscio, bypassando le difese razionali.
L’influenza di “Horrors of the Malformed Men” sul cinema successivo è innegabile. Registi come Takashi Miike, Sion Sono e Shinya Tsukamoto hanno tutti, in modi diversi, attinto all’immaginario estremo di Ishii. Ma l’impatto del film va oltre i confini del Giappone: elementi della sua estetica si ritrovano nel body horror di David Cronenberg, nel cinema trasgressivo di Alejandro Jodorowsky, e persino in certe derive del cinema horror contemporaneo.
È importante sottolineare che, nella mia opinione, il film non è una semplice provocazione o un esercizio di stile fine a se stesso. Sotto la superficie scabrosa e disturbante, Ishii affronta temi di profonda rilevanza filosofica e psicologica. La ricerca dell’identità di Hirosuke diventa una discesa negli inferi della psiche, un viaggio iniziatico attraverso gli strati più profondi dell’essere. La deformità fisica diventa metafora della deformità morale e spirituale di una società che nasconde i propri mostri dietro una facciata di normalità.
La colonna sonora, composta da Hajime Kaburagi, merita un’analisi a parte. Alternando momenti di silenzio opprimente a esplosioni sonore cacofoniche, la musica diventa un elemento narrativo fondamentale, capace di amplificare l’effetto destabilizzante delle immagini. I suoni elettronici e le percussioni tribali creano un paesaggio sonoro alieno che contribuisce all’atmosfera di straniamento totale.
Dal punto di vista tecnico, il film dimostra una padronanza assoluta del mezzo cinematografico. Il regista utilizza ogni strumento a sua disposizione – dal montaggio frenetico alle dissolvenze incrociate, dalle angolazioni estreme ai movimenti di macchina vertiginosi – per creare un linguaggio visivo unico. Particolarmente efficaci sono le sequenze di massa sull’isola, dove la coreografia dei corpi deformi raggiunge momenti di bellezza perversa che ricordano i dipinti di Hieronymus Bosch.
La censura che ha colpito il film per decenni in Giappone testimonia la sua capacità di toccare nervi scoperti nella società. Il divieto, motivato ufficialmente dalla rappresentazione “offensiva” delle persone con disabilità, nasconde in realtà un disagio più profondo verso un’opera che mette in discussione i fondamenti stessi dell’ordine sociale. Paradossalmente, questa censura ha contribuito a creare un’aura mitica attorno al film, trasformandolo in un oggetto di culto per generazioni di cinefili.
Ritengo che “Horrors of the Malformed Men” rappresenti uno di quei rari casi in cui il cinema raggiunge lo status di arte totale. Non è un film che si può semplicemente “guardare”: è un’esperienza che richiede una partecipazione attiva dello spettatore, una disponibilità ad abbandonare le proprie certezze per immergersi in un universo governato da leggi proprie. In questo senso, l’opera di Ishii si avvicina più alla performance art che al cinema tradizionale.
L’eredità del film continua a vivere nel cinema contemporaneo giapponese e internazionale. La sua influenza si può rintracciare non solo nel cinema di genere, ma anche in opere più mainstream che hanno saputo incorporare elementi della sua estetica estrema in contesti narrativi più accessibili. Registi come Sion Sono con “Love Exposure” o Takashi Miike con “Gozu” hanno dimostrato come sia possibile coniugare la visione trasgressiva di Ishii con sensibilità moderne.
Concludendo “Horrors of the Malformed Men” rimane, a mio avviso, un’opera fondamentale per comprendere non solo l’evoluzione del cinema giapponese, ma anche le potenzialità espressive del mezzo cinematografico quando viene spinto ai suoi limiti estremi. È un film che continua a disturbare, affascinare e ispirare a oltre cinquant’anni dalla sua realizzazione, testimonianza della sua forza visionaria e della genialità compromessa di Teruo Ishii. Non è un’opera per tutti, questo è certo, ma per chi ha il coraggio di affrontarla, rappresenta un’esperienza cinematografica unica e indimenticabile, un viaggio nell’abisso da cui si emerge profondamente trasformati.



