C'era un tempo in cui il cinema si conquistava. Si attraversava la città, si varcava una soglia, si sfioravano centinaia di copertine colorate prima di scegliere. Le videoteche erano templi laici dove il tempo rallentava e ogni VHS era una promessa. Oggi abbiamo tutto, subito, sempre. Ma nel guadagnare l'infinito, abbiamo perso qualcosa di irrecuperabile: il sapore dell'attesa, il calore dell'umano, il rito della scoperta. Questo è un requiem per un mondo che non tornerà.

Ho quarantotto anni e appartengo a una generazione di mezzo, quella che ha vissuto abbastanza a lungo nel mondo analogico da ricordarne il profumo, ma che si è trovata catapultata nel digitale senza aver firmato alcun consenso. Siamo i testimoni di un’estinzione silenziosa, quella di un modo di vivere il cinema che oggi appare anacronistico come un telegrafo, ma che per noi rappresentava qualcosa di sacro.
Ero bambino quando mio padre mi portava in videoteca. Non quella del nostro paese, troppo piccolo per averne una, ma quella del paese vicino, che per me equivaleva a un pellegrinaggio. Avevamo l’ Amstrad DD8900 Double Decker, un videoregistratore che sembrava un’astronave e che ci rendeva, nel nostro piccolo mondo, dei privilegiati. Ricordo ancora la sensazione fisica di entrare in quel negozio: l’odore della plastica delle custodie, il fruscio delle VHS che venivano estratte dagli scaffali, quelle pareti altissime tappezzate di copertine colorate fino al soffitto. Era come entrare in una biblioteca dei sogni, dove ogni cassetta conteneva un universo da esplorare.
È lì che ho scoperto I Goonies. È lì che Indiana Jones è diventato il mio eroe. È lì che Tremors mi ha fatto ridere e Gremlins mi ha insegnato che l’orrore poteva essere anche divertente. Quel cinema fantastico e irripetibile degli anni Ottanta non l’ho trovato su un algoritmo: l’ho trovato grazie a un uomo dietro un bancone che ha guardato mio padre e ha detto “per il bambino ho qualcosa di speciale”.
Il videotecaro. Ecco una figura che meriterebbe un monumento e che invece è stata cancellata dalla storia come un errore di battitura. Non era un commesso, era un custode di segreti. Imparava a conoscerti film dopo film, costruiva un profilo dei tuoi gusti che nessun algoritmo di Netflix potrà mai replicare, perché lui ci metteva l’intuizione, l’empatia, quel pizzico di rischio nel consigliarti qualcosa che non avresti mai scelto da solo ma che ti avrebbe cambiato la vita. “Fidati”, diceva. E tu ti fidavi, perché c’era un rapporto umano, una responsabilità reciproca. Se il film faceva schifo, la settimana dopo glielo dicevi e lui si scusava con un sorriso complice, come tra vecchi amici.
Mi chiedo spesso cosa direbbe quel videotecaro vedendo come “consumiamo” il cinema oggi. Probabilmente piangerebbe.
Il sabato pomeriggio era un rito. Uscivo da scuola e il percorso era sempre lo stesso: videoteca, scelta meticolosa del film per la domenica, poi pizza al taglio e corsa verso l’autobus. Era una liturgia, una sequenza di gesti che dava significato alla settimana, che creava un prima e un dopo. La domenica non era un giorno qualunque: era il giorno del film. Si aspettava, si pregustava, si immaginava. E quando finalmente il nastro iniziava a girare, quell’attesa rendeva ogni fotogramma più prezioso.
C’era qualcosa di profondamente umano in quel rallentamento forzato. Non potevi avere tutto e subito, quindi quello che avevi lo assaporavi. Due film a settimana, forse tre se eri particolarmente goloso. Li sceglievi con cura, li guardavi con attenzione, li commentavi per giorni. Oggi scorriamo cataloghi infiniti con l’ansia di chi ha troppo e non sa cosa farsene, paralizzati dal paradosso della scelta, incapaci di impegnarci in qualcosa perché c’è sempre qualcos’altro che potrebbe essere meglio.
La videoteca era anche un luogo di aggregazione sociale, e so che detta così sembra la frase di un sociologo in pensione, ma è la verità. Il sabato pomeriggio ci si trovava lì con gli amici, tra gli scaffali, a commentare le copertine, a ridere di quelle più assurde, a millantare di aver visto film che non avevamo visto e a scoprire che l’altro aveva gli stessi gusti o gusti completamente opposti, e in entrambi i casi nasceva una conversazione. Sono nate amicizie in videoteca, forse anche amori. Sono nati dibattiti accesi su quale fosse il miglior film di Schwarzenegger. Era cultura popolare vissuta insieme, non consumata in solitudine davanti a uno schermo mentre un altro schermo ci distrae.

Oggi abbiamo tutto. Ogni film mai realizzato è potenzialmente a portata di click. Cataloghi sterminati, produzioni originali che si moltiplicano come virus, contenuti che nascono e muoiono nel giro di una settimana senza lasciare traccia nella memoria collettiva. Abbiamo l’abbondanza assoluta e mai come ora il cinema mi sembra povero.
Non è nostalgia senile, o almeno non solo. È la constatazione che lo streaming ha democratizzato l’accesso uccidendo l’esperienza. Ha reso tutto disponibile rendendo tutto insignificante. Ha eliminato l’attesa, e con essa il desiderio. Ha sostituito il videotecaro con un algoritmo che non ti conosce, che non ti guarda negli occhi, che ti propone “perché hai visto X” come se il gusto cinematografico fosse una formula matematica e non un mistero dell’anima.
Mi sorprendo a guardare film con un occhio alla TV e uno al telefono, e mi faccio schifo. Mi sorprendo a mettere in pausa per controllare una notifica, a distrarmi durante scene che meriterebbero la mia completa attenzione, a finire un film senza ricordarne la trama perché in realtà non l’ho mai davvero guardato. Siamo diventati bulimici dell’intrattenimento: ingurgitiamo contenuti senza masticarli, senza digerirli, senza che diventino parte di noi.
E il binge-watching, quella pratica che ci viene venduta come il massimo della libertà, cos’è se non l’emblema di questa bulimia? Divorare una stagione intera in un weekend non è amore per le serie TV, è dipendenza. È l’incapacità di aspettare, di lasciare che la storia sedimenti, di vivere con i personaggi invece di consumarli. Le serie TV sono nate per essere diluite nel tempo, per accompagnarti settimana dopo settimana, per darti il tempo di pensare, teorizzare, discutere. Oggi le finiamo e le dimentichiamo, già proiettati verso la prossima dose.
La superficialità è diventata la cifra della nostra epoca, e l’intrattenimento ne è lo specchio fedele. Non approfondiamo più nulla perché non ne abbiamo il tempo, presi come siamo a rincorrere tutto. Non ci affezioniamo più a nulla perché c’è sempre qualcosa di nuovo all’orizzonte. Non discutiamo più di cinema perché ognuno guarda cose diverse nel suo angolo solitario, e l’esperienza condivisa è diventata un’eccezione invece che la regola.
Mi manca il mondo lento. Mi manca scegliere un film sapendo che quella scelta aveva un peso, che non potevi permetterti di sbagliare perché avevi solo quella possibilità. Mi manca l’attesa della domenica, il rito della pizza, la corsa verso l’autobus con la custodia della VHS nello zaino come un tesoro. Mi manca il videotecaro e il suo “fidati”. Mi manca toccare le cose, sfogliare, annusare, scegliere con il corpo oltre che con la mente.
Non tornerà, lo so. Le videoteche sono morte e non risorgeranno, come non risorgeranno le cabine telefoniche o le lettere scritte a mano. È il progresso, mi dicono, ed è vero: oggettivamente è più comodo avere tutto a portata di telecomando. Ma a me, da cinenauta impenitente nato in un’epoca che non esiste più, permettetemi di piangere quello che abbiamo perso. Permettetemi di ricordare che il cinema non è solo contenuto, è esperienza. È il viaggio per arrivarci, è le persone che incontri lungo la strada, è il tempo che dedichi, è l’attenzione che regali.
Oggi ho tutto e non ho niente. Ho infiniti film e zero rituali. Ho mille scelte e nessun videotecaro che mi dica “fidati”. Ho lo schermo sempre acceso e l’anima sempre più spenta.
Ma almeno ho i ricordi. Quelle pareti alte fino al soffitto, quei colori, quei titoli scritti grandi. Mio padre che mi teneva per mano. Il Double Decker dell’Amstrad che si accendeva con un ronzio. E I Goonies che partivano, mentre il mondo fuori poteva aspettare.
Perché una volta il mondo sapeva aspettare. E noi con lui.

