C’è un pub di provincia dove le luci sono calde, la birra scorre e le conversazioni si intrecciano. Un luogo familiare, rassicurante. Ma sotto la superficie di questa normalità si nasconde qualcosa di indicibile: nella cantina, lontano dagli sguardi, si prepara un menù che nessuno oserebbe immaginare. Carne umana.
Questa è la premessa del nuovo cortometraggio ideato da Sebastiano Tuccitto (soggetto e sceneggiatura) e diretto da Simone Arrighi, un progetto che usa il linguaggio del cinema horror per esplorare la fame più profonda del nostro tempo: quella emotiva, identitaria, esistenziale.
Un Pub, un Segreto, una Metafora
Il pub non è solo l’ambientazione del corto. È un microcosmo sociale, uno specchio della nostra contemporaneità. Qui, tra un boccale e una risata, tutti divorano e vengono divorati. Non sempre con i denti. A volte basta uno sguardo, una parola tagliente, un giudizio silenzioso.
L’estetica scelta dai filmmaker è intima, viscerale, teatrale: luci soffuse che accarezzano i volti, suoni che amplificano ogni dettaglio, e il rosso del sangue trattato non come semplice violenza, ma come colore del desiderio. Perché la fame, in questo racconto, non è solo fisica. È bisogno. È mancanza. È voracità dell’anima.

Quattro Livelli di Lettura
Il cortometraggio si offre a molteplici interpretazioni, tutte legate al tema centrale della fame:
1. Fame come Trauma
Tutti noi siamo, in qualche misura, vittime invisibili. La solitudine, il disprezzo, la violenza subita o assistita ci segnano. Il pub diventa allora un palcoscenico cannibale dove le maschere sociali nascondono ferite profonde.
2. Fame come Potere
Ogni persona divorata dona una parte di sé: ricordi, forze, emozioni. Il protagonista diventa un mosaico di umanità rubata, un essere che esiste oltre i confini della propria identità, nutrendosi letteralmente degli altri per colmare un vuoto incolmabile.
3. Fame come Dipendenza
La carne umana tiene in vita, ma condanna. Ogni pasto allontana dall’umanità, ma paradossalmente fa sentire più “veri”, più autentici. È il circolo vizioso di ogni dipendenza: ciò che ci salva è anche ciò che ci distrugge.
4. Fame come Critica Sociale
In una società ossessionata dal consumo e dall’apparenza, tutti divorano tutti. Con gli occhi che giudicano, con le parole che feriscono, con le aspettative che soffocano. Il cannibalismo diventa la versione estrema, letterale, di una dinamica già presente nelle nostre relazioni quotidiane.
Oltre il Genere
Questo cortometraggio si inserisce nella tradizione del body horror e del cinema autoriale italiano, ma lo fa con una consapevolezza contemporanea. Non cerca lo shock fine a se stesso, ma usa il corpo, il sangue, la violenza come linguaggio per parlare di temi universali: identità, appartenenza, bisogno di connessione.
Il pub diventa teatro, la cantina diventa confessionale, e ogni personaggio porta con sé una fame diversa. Quella di essere visti, amati, ricordati. Quella di esistere davvero, anche a costo di divorare o essere divorati.
La Fame si Consuma. Dentro e Fuori.
In un’epoca in cui ci nutriamo compulsivamente di immagini, relazioni virtuali, identità costruite sui social, questo cortometraggio pone una domanda scomoda: di cosa abbiamo davvero fame? E quanto siamo disposti a sacrificare — di noi stessi o degli altri — per saziarla?
Le luci del pub continuano a brillare. La musica suona. I clienti ridono. Ma giù, nella cantina, qualcosa attende. E la fame non dorme mai.


