Faccia a faccia con il male: dal Serial Killer Museum di Torino alla nostra ossessione cinematografica

Il cinema e i serial killer hanno un rapporto inquietante che va oltre la semplice narrazione: è un'ossessione culturale che ci interroga su chi siamo. Dal Serial Killer Museum di Torino alla serialità Netflix, viaggio nell'abisso del nostro fascino per il male.

Immaginate di entrare in una stanza buia. Le luci sono soffuse. Davanti a voi, penzola dal soffitto il corpo esangue di una giovane donna. Davanti a lei, una figura femminile in abiti d’epoca la osserva con sguardo impassibile. Non è un set cinematografico. Non è un film horror. È un museo. Un museo dedicato ai serial killer. E quella figura è la ricostruzione di Erzsébet Báthory, la “Contessa Sanguinaria”. È reale quanto basta per farti chiedere: perché sono qui? Perché ho pagato un biglietto per stare faccia a faccia con il peggio dell’umanità?

Questa è stata la mia esperienza al Serial Killer Museum di Torino, un luogo che definirei un “podcast visivo”: dieci scene ricreate nei minimi dettagli, dieci mostri della storia, dieci storie che ascolti con le cuffie mentre sei faccia a faccia con loro. Un’esperienza che mi ha costretto a fare i conti con una domanda scomoda che riguarda tutti noi: perché siamo così ossessionati dai serial killer?

Il Museo Come Specchio Oscuro della Nostra Psiche

Il Serial Killer Museum di Torino non è un museo tradizionale. Non ci sono teche polverose o didascalie accademiche. È un’esperienza immersiva che sembra quasi un escape room dell’orrore, ma non c’è nulla da cui scappare. Solo da guardare. E ascoltare. La prima cosa che vedi, appena varchi la soglia, è proprio Erzsébet Báthory con al suo cospetto il corpo di una delle sue centinaia di vittime, appeso al soffitto come un macabro lampadario. La scena è forte, violenta, e tu sei lì, immobile, a chiederti perché stai guardando questo.

Poi passi alla casa di Ed Gein. La ricostruzione è inquietante nella sua precisione maniacale. Gli oggetti, i mobili, tutto ricorda quel bordello di orrore che la polizia trovò nel 1957 in quella fattoria sperduta del Wisconsin. Paralumi fatti di pelle umana, sedie rivestite con volti umani, vagine inchiodate ai muri. E mentre guardi, capisci che quella casa non è solo un set museale. È il prototipo di tutto l’horror moderno che conosciamo e, forse, amiamo. Qui puoi leggere l’articolo di approfondimento su Ed Gein.

Jeffrey Dahmer ha la sua “galleria” con i barattoli, le fotografie, gli strumenti del suo folle operato. E capisci che non stai guardando solo un’attrazione da museo. Stai guardando la matrice di centinaia di film, serie TV, libri. Stai guardando la fonte primigenia del nostro immaginario horror contemporaneo.

L’Attrazione Fatale: Psicologia del Fascino Macabro

Ma perché siamo attratti da queste storie così oscure? La psicologia ci offre diverse interpretazioni, e penso sia importante esplorarne almeno tre che ho trovato particolarmente illuminanti nella mia esperienza.

Prima di tutto c’è quella che gli psicologi chiamano il “richiamo del proibito”. L’essere umano è programmato per esplorare ciò che non comprende e, soprattutto, ciò che teme. I serial killer rappresentano l’antitesi della normalità, sono la devianza portata all’estremo. Studiarli attraverso un libro, un documentario o un museo è un modo “sicuro” per esplorare il lato oscuro dell’umanità. È come guardare un documentario sugli squali: sai che non ti possono dilaniare attraverso lo schermo, ma il brivido c’è lo stesso, ed è proprio quel brivido controllato che cerchiamo.

Poi c’è la nostra disperata ricerca della logica nel caos. Di fronte a un serial killer, la domanda che ci facciamo sempre è: “Perché?” Perché lo ha fatto? Cos’è scattato nella sua testa? Qui entra in gioco il fascino per la psicologia criminale, per il profiling, per il tentativo quasi ossessivo di dare un senso a qualcosa che senso non ha. È l’illusione del controllo: se capisco il mostro, forse posso prevenirlo, forse posso riconoscerlo, forse non sarò la prossima vittima.

Infine, e questo è l’aspetto più disturbante secondo me, c’è quella che definirei “empatia deviata”. Non empatia nel senso classico del termine, ma l’esercizio mentale del mettersi nei panni del killer. È osceno, lo so, eppure è anche profondamente umano. Cosa si prova a non avere coscienza? A non provare rimorso? È un esercizio di immaginazione che ci disturba proprio perché ci fa capire quanto sia sottile il confine tra noi e loro, quanto fragile sia quella membrana che ci separa dall’abisso.

Da Ed Gein a Dahmer: Come il Cinema Ha Trasformato i Mostri in Miti

Ed eccoci al punto cruciale della questione: il ruolo del cinema in questa ossessione collettiva. Perché quando sei davanti alla ricostruzione della casa di Ed Gein nel museo, non pensi solo a Ed Gein. Pensi immediatamente a Norman Bates in Psycho di Hitchcock. Pensi a Leatherface in Non aprite quella porta di Tobe Hooper. Pensi a Buffalo Bill ne Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme. Ed Gein è il padre putativo di tutti loro, letteralmente.

Non è solo un criminale nella storia della cronaca nera americana. È diventato un mito fondativo dell’horror moderno. La sua storia – la madre opprimente, l’isolamento sociale estremo, la necrofilia, la trasformazione di esseri umani in oggetti – ha dato vita a un archetipo che il cinema ha sfruttato per decenni con modalità diverse. Hitchcock lo ha reso elegante e psicologicamente sofisticato con Psycho nel 1960, creando un thriller che ancora oggi è considerato un capolavoro assoluto. Tobe Hooper lo ha reso viscerale e brutale con Non aprite quella porta nel 1974, inaugurando di fatto l’era dello slasher movie. Jonathan Demme lo ha trasformato in qualcosa di ancora più complesso con Il silenzio degli innocenti nel 1991, mescolando horror psicologico e thriller investigativo in un cocktail perfetto che ha vinto cinque Oscar.

Tre film profondamente diversi, un solo mostro originale, tre modalità diverse di raccontare l’orrore e di esplorare la psiche umana attraverso la sua degenerazione più estrema.

E poi c’è Jeffrey Dahmer, l’ultimo grande “fenomeno” mediatico nel mondo degli assassini seriali. Netflix ha sdoganato definitivamente la sua storia con la serie Dahmer – Mostro: La storia di Jeffrey Dahmer nel 2022, con Evan Peters nei panni del killer. La serie è stata un successo globale stratosferico con milioni di visualizzazioni in tutto il mondo, ma ha sollevato un dibattito feroce e necessario: stiamo raccontando una storia per comprendere o stiamo glamourizzando un mostro?

La differenza è sottile ma cruciale. Zodiac di David Fincher del 2007 racconta la frustrazione dell’indagine, l’ossessione degli investigatori, il vuoto lasciato dall’impossibilità di dare un volto al male. Il killer non ha nemmeno un volto definito nel film, non è glorificato, è un’ombra che aleggia su tutto. Monster di Patty Jenkins con Charlize Theron del 2003 racconta Aileen Wuornos (anche lei presente al museo) cercando di umanizzarla, di capire il contesto sociale e psicologico che l’ha portata a diventare quello che è diventata. Ma la serie Netflix su Dahmer? Lì, secondo me, c’è il rischio concreto di trasformare il killer in un personaggio affascinante, in un’icona pop, in qualcosa di “interessante” nel senso peggiore del termine.

Il Merchandising dell’Orrore: Quando il Male Diventa Prodotto

E qui arriviamo al punto più scomodo e controverso di tutta la questione. Il fenomeno della popolarizzazione dei killer ha raggiunto livelli che francamente trovo inquietanti. Esistono musei dedicati ai serial killer in tutto il mondo. Esistono tour guidati sui luoghi dei delitti che attirano migliaia di turisti ogni anno. Esistono libri, podcast, canali YouTube interamente dedicati, merchandise di ogni tipo. Puoi comprare t-shirt con la faccia di Ted Bundy su Amazon. Puoi collezionare carte da gioco con i serial killer più famosi. Puoi andare su eBay e cercare “memorabilia” legate a criminali reali, e troverai un mercato florido e disturbante. C’è un intero ecosistema economico che vive su questo, e noi ne facciamo parte.

Il museo di Torino, in fondo, è parte di questo ecosistema, e io stesso, andandoci e ora scrivendone, sono complice. Ma complice di cosa esattamente? Di un processo educativo che ci aiuta a comprendere la complessità del male o di un voyeurismo collettivo che sfrutta la sofferenza altrui per intrattenimento?

Il vero nodo della questione secondo me è questo: quando smettiamo di ricordare le vittime e iniziamo a celebrare i carnefici? Quando la faccia di Dahmer diventa più famosa dei nomi delle sue diciassette vittime, qualcosa si è irrimediabilmente rotto nel nostro approccio a queste storie. Quando Ted Bundy riceveva lettere d’amore in prigione da centinaia di donne – il fenomeno dell’hybristophilia, l’attrazione sessuale per i criminali -, capisci che la mediazione cinematografica e mediatica ha distorto profondamente la realtà. Bundy era carismatico e affascinante? Probabilmente sì. Ma era anche e soprattutto un predatore spietato che ha distrutto decine di vite. Eppure, la sua icona è sopravvissuta e prosperata. Grazie al cinema. Grazie ai media. Grazie, in ultima analisi, a noi.

Il Cinema Come Specchio: Tra Comprensione e Consumo

Il cinema ha il potere straordinario di trasformare la cronaca nera in mitologia popolare. E quando lo fa bene, ci fa capire qualcosa di profondo su noi stessi e sulla natura umana. Quando lo fa male, vende solo intrattenimento a buon mercato sulle spalle delle vittime e delle loro famiglie.

Penso che il cinema, quello ben realizzato, ci offra uno specchio fondamentale. Non ci dice semplicemente “ecco il mostro”, ci dice “ecco cosa ti affascina del mostro”. E forse, riconoscere quel fascino, ammettere quella attrazione morbosa, è il primo passo per non esserne dominati, per mantenere quella distanza critica necessaria.

Film come Henry – Pioggia di sangue di John McNaughton del 1986 o Man Bites Dog del 1992 ci costringono a confrontarci con la nostra complicità di spettatori. Non ci permettono di guardare passivamente, ci sbattono in faccia il fatto che stiamo guardando, che stiamo scegliendo di guardare. Sono film scomodi proprio perché non glamourizzano, non romanticizzano, mostrano il male per quello che è: banale, stupido, distruttivo.

La Responsabilità dell’Arte nell’Era del True Crime

Viviamo nell’epoca d’oro del true crime. I podcast hanno milioni di ascoltatori (me compreso…). Le serie documentary su Netflix sui serial killer sono tra le più viste. C’è chiaramente una fame insaziabile per queste storie. Ma con questa popolarità viene anche una responsabilità enorme.

Il cinema e i media in generale hanno il dovere, secondo me, di raccontare queste storie con rispetto per le vittime, con un approccio che privilegi la comprensione sulla spettacolarizzazione. Mindhunter di David Fincher è un esempio perfetto di come si possa esplorare la psicologia criminale senza glorificare i criminali. La serie si concentra sugli investigatori, sul processo di comprensione, sulla costruzione del profiling criminale come scienza. I killer ci sono, ma non sono eroi oscuri, sono oggetti di studio.

Uscire dal Museo: Cosa Ci Portiamo a Casa?

Uscito dal Serial Killer Museum di Torino, non ho trovato risposte definitive. Ho trovato solo altre domande, e forse è questo il vero valore di un’esperienza del genere. Non è “capire il male” in senso assoluto, ma capire quanto sia complessa e ambigua la nostra relazione con esso.

Il museo, come il cinema quando è fatto bene, non ti dà soluzioni preconfezionate. Ti costringe a confrontarti con te stesso, con le tue paure, con le tue curiosità morbose, con quella parte di te che preferiresti non ammettere esiste. È scomodo? Assolutamente sì. È necessario? Penso proprio di sì.

La vera domanda che dovremmo porci non è se sia giusto o sbagliato essere affascinati dai serial killer. La domanda è: cosa facciamo con questo fascino? Lo usiamo per comprendere meglio la complessità della psiche umana, per sviluppare empatia per le vittime, per riflettere sulla società che produce questi mostri? O lo usiamo solo per un brivido a buon mercato, per quel fremito di eccitazione che viene dal guardare l’orrore da una distanza sicura?

Il grande schermo ci ha dato gli strumenti narrativi per raccontare queste storie in modi sempre più sofisticati. Ma sta a noi decidere se usarli per comprendere o solo per consumare. Se guardare il mostro per studiarlo e capire cosa ci dice su di noi, o solo per farci spaventare e poi tornare alle nostre vite con la soddisfazione di essere “normali”.

Personalmente, credo che il valore di esperienze come il museo di Torino o di film che esplorano seriamente la psicologia criminale stia proprio nel farci uscire dalla nostra comfort zone, nel costringerci a guardare aspetti della natura umana che preferiremmo ignorare. Non per normalizzarli o glorificarli, ma per riconoscerli, comprenderli e, si spera, prevenirli.

Per maggiori informazioni consulta il sito del “SERIAL KILLER MUSEUM” cliccando qui.

John il boia Ruth

Sono Gilberto, alias John il boia Ruth, la mente che ha dato forma a questo progetto. Nella vita mi occupo di web: dal marketing alla grafica, dalla progettazione di siti ai Social Network. Ne I Cinenauti ho voluto fondere il mio lavoro, che amo, con la mia più grande passione, il cinema. Prediligo gli horror, meglio se estremi e disturbanti, i thriller, i fantasy e i film d'azione. Insomma divoro qualsiasi cosa cercando di non farmi condizionare dai pregiudizi.