
Home » Docufilm & Documentari » 27: SISTER PORTRAIT (corto)

Nel cinema ci sono titoli che fanno da etichetta e titoli che fanno da ferita. Ventisette è del secondo tipo. Quel numero non è una data né una cifra messa lì per suggestione. È la matricola che un’istituzione diede a una bambina di cinque anni, il giorno in cui la tolse alla famiglia per affidarla a un collegio del Vaticano. Secondo me è da qui che bisogna partire per capire il film. Prima ancora della guerra e delle bombe su Roma, Sara Schiavone racconta un’identità sottratta. Quello che mette in scena è il tentativo di riprendersela.
Il documentario si regge su una dualità che ha qualcosa di romanzesco. Maria, la più piccola, cresce lontana dai suoi fino all’età adulta, ma in collegio non conosce la fame. Lucia, la maggiore, resta vicina agli affetti e ne paga il prezzo: povertà e privazioni sotto le macerie della Roma bombardata. Nessuna delle due esce da questa storia davvero “fortunata”. Una ha avuto il pane senza la famiglia, l’altra la famiglia senza il pane. È una di quelle simmetrie crudeli che la Storia produce da sola, senza bisogno di sceneggiatori.
Chi ha visto Roma città aperta conosce l’iconografia della capitale sotto la Seconda guerra mondiale. Ci sono le file per il pane, i rastrellamenti, i quartieri sventrati: nell’immaginario collettivo il bombardamento di San Lorenzo del luglio 1943 è rimasto una ferita aperta. Mi pare che la scelta più interessante di Schiavone sia accostare a questa Roma “pubblica”, che il Neorealismo ci ha consegnato, un’altra Roma, chiusa, ordinata e silenziosa, quella dei collegi religiosi. Lì la guerra arriva attutita, come un rumore oltre le mura.
Da questo accostamento esce una domanda che il docufilm, a quanto mi sembra, lascia volutamente aperta: che cosa vuol dire sopravvivere? Per Lucia vuol dire resistere nel corpo, alla fame e al freddo. Per Maria vuol dire resistere nell’identità, a un sistema che ti chiama per numero. La regista non mette in fila le due sofferenze, non fa una classifica del dolore, e trovo che sia una forma di rispetto rara. Le due esperienze convivono e si guardano, finché arriva il giorno in cui le sorelle si ritrovano.
Dal punto di vista formale 27: Sister Portrait fa scelte ambiziose per un’opera di questo formato, e le rivendica. Il film alterna colore e bianco e nero, usa materiali d’archivio (da un lato l’Archivio Luce – Cinecittà, dall’altro l’archivio privato di Carlo Magri) ed è girato in 2.39:1, il formato panoramico che di solito associamo al cinema epico più che al documentario intimo.
Il formato mi sembra la scelta più eloquente. Il cinemascope è nato per i paesaggi e le battaglie. Usarlo per due donne ultranovantenni significa dichiarare che quei volti sono il paesaggio e che le rughe tengono insieme un secolo di Storia quanto una veduta di Monument Valley. La fotografia di Andrea Nordi ha così il compito difficile di fare dell’orizzontalità un tempo, oltre che uno spazio.
C’è poi un dettaglio biografico che trovo quasi ironico. Sara Schiavone si è laureata con una tesi sul cinema storico e di propaganda. Chi conosce la storia dell’Istituto Luce sa che quelle immagini nacquero come strumento del consenso di regime, cinegiornali pensati per raccontare un’Italia che spesso non esisteva. Rimontarle accanto alla testimonianza di chi quella retorica l’ha pagata sulla propria pelle è un gesto critico preciso: il racconto ufficiale viene messo a confronto con la memoria privata. Qui l’archivio non fa da decorazione. Fa da contrappunto.
Il film affida anche le versioni giovani delle protagoniste a due attrici, Lara Misiani (Lucia) e Sofia Radovani (Maria). Si entra così nel terreno ibrido del documentario con ricostruzione, dove la verità documentale incontra quella che la regista chiama “verità emotiva”. I costumi di Martina Mele, le acconciature di Micol V. Osti e la colonna sonora di Sebastiano Fattoni servono a dare consistenza a questa zona di confine tra testimonianza e messa in scena.
Qui mi permetto una riflessione, che resta una mia opinione. Schiavone dichiara di preferire un approccio “poetico ed evocativo”, e l’intenzione è chiara e legittima. È però anche la sfida più insidiosa per chi fa documentari sulla memoria. Il lirismo può amplificare una testimonianza oppure coprirla, e con testimoni di questa età e di questa forza il rischio è che la musica o l’estetica si sovrappongano a voci che basterebbero da sole. In questo tipo di cinema l’equilibrio tra evocazione e ascolto conta più di tutto. Sarà lo spettatore, in sala, a dire se il film lo ha trovato. La direzione presa, comunque, mi sembra quella giusta: stare vicini ai volti senza trasformarli in icone.

Il cinema dell’archivio familiare ha in Italia una tradizione piccola e preziosa. Penso a Un’ora sola ti vorrei di Alina Marazzi, che attraverso i filmini di famiglia ricostruiva la figura di una madre scomparsa e, con lei, un pezzo di storia dell’identità femminile italiana. Ventisette si inserisce in questo filone con una differenza importante: le protagoniste sono vive, parlano e ricordano. Non è un’elaborazione del lutto ma una corsa contro il tempo, il tentativo di fissare una voce prima che si spenga.
Maria è la nonna della regista. Lei stessa lo scrive con una franchezza che disarma: è “il vero amore della sua vita”. Una vicinanza così può diventare un limite, perché l’affetto rischia di togliere lucidità. Ma può anche diventare un privilegio, perché nessun estraneo otterrebbe la stessa confidenza davanti all’obiettivo. Credo che il film giochi tutto su questa intimità, e mi pare una scommessa sensata.
C’è poi il livello più sorprendente, quello generazionale. Nelle note di regia Schiavone racconta che il numero 27 ricorre con insistenza nella vita della sorella minore, Giorgia: il numero sulla maglia della squadra, il posto nel registro di classe, altre coincidenze più curiose. Non so se sia destino, caso o quella tendenza tutta umana a trovare un senso nelle ripetizioni. So però che trasforma il film in qualcosa di più di una testimonianza. Due sorelle di ieri, Maria e Lucia, si specchiano in due sorelle di oggi, Sara e Giorgia, a cui tocca ora il ruolo di custodi della memoria familiare. In questo senso il titolo “Ritratto di sorella” sembra riguardare tutte e quattro.
Si potrebbe pensare che un altro documentario sulla Seconda guerra mondiale sia superfluo. Credo che sia il contrario, per due ragioni.
La prima è anagrafica. I testimoni diretti di quegli anni stanno scomparendo, e ogni voce registrata oggi è un documento che domani non si potrà più raccogliere. La seconda è politica, nel senso più ampio del termine. Il film esce mentre nuovi conflitti riempiono i notiziari con immagini di città distrutte e civili affamati, e la regista stessa parla di una condizione “non lontana da ciò che accade ancora oggi in alcune parti del mondo”. Ascoltare Lucia raccontare la fame nella Roma del 1943 significa, inevitabilmente, pensare a Gaza, all’Ucraina, al Sudan. Senza forzature, la memoria diventa un monito. Il film ricorda che dietro le cifre dei bilanci di guerra ci sono bambine che perdono il nome, la casa, l’infanzia.
C’è infine l’aspetto produttivo, che per chi segue il cinema indipendente italiano non è secondario. Ventisette è realizzato da una troupe giovanissima, con persone che vengono da tutta Italia, e prodotto da Caora Film, la realtà fondata dalla stessa Schiavone nel 2025 dopo un’esperienza tra i pastori irlandesi (caora in gaelico significa “pecora”, e il dettaglio è di quelli che fanno sorridere). La distribuzione è di Sayonara Film. Nata ad Argenta, nella pianura ferrarese, con alle spalle il corto d’esordio Little Bird ed esperienze su set come Majonezë di Giulia Grandinetti, la regista porta a Bari una storia romana filtrata da uno sguardo emiliano. Mi sembra un bel ritratto di come si fa cinema giovane oggi in Italia: di corsa, in modo collettivo, attraversando i territori. Oltre alla première nazionale al Bif&st, il film è stato selezionato anche come anteprima internazionale all’Italian Film Festival USA.
Parlo per me, senza pretese di verdetto definitivo. Ventisette: ritratto di sorella mi pare un’opera piccola solo nel minutaggio. È un documentario sulla memoria che fa una scelta formale forte, cioè archivio, scope e ricostruzione, per restituire dignità a due vite che la grande Storia avrebbe lasciato ai margini. Il rischio da tenere d’occhio è quello di ogni cinema “poetico”: che l’estetica copra le voci. La posta in gioco, però, è alta e nobile. Il film vuole restituire a Maria il nome che un’istituzione le aveva tolto, e a Lucia lo spazio di una storia che nessun cinegiornale ha mai raccontato.
Alla fine il numero 27 smette di essere una matricola e diventa un’eredità, e in venti minuti non è poco.
