GLI INVASATI

GLI INVASATI

The Haunting Robert Wise locandina poster originale i cinenauti recensioni film cinema serie tv

GENERE:         horror

ANNO:             1963

PAESE:            USA

DURATA:         112 minuti

REGIA:             Robert Wise

CAST:              Claire Bloom, Lois Maxwell, Richard Johnson, Julie Harris, Russ Tamblyn

Una casa nata storta. Porte che si chiudono da sole. Muri senza angoli retti. E il terrore che non si vede mai, ma si sente ovunque. Gli Invasati di Robert Wise, tratto dal romanzo L'Incubo di Hill House di Shirley Jackson, è il film che nel 1963 ha riscritto le regole dell'horror psicologico. Nessun effetto speciale, nessun mostro: solo angolazioni disturbanti, giochi d'ombra e una tensione che cresce fino a soffocarti. Martin Scorsese lo considera il film più terrificante di sempre. È ora di scoprire perché.

“Una casa maledetta, infestata dagli spiriti, simile ad un paesaggio sconosciuto in attesa di essere esplorato. Villa Crane era in piedi da novant’anni e poteva resisterne altrettanti. Il silenzio fasciava le pietre e le travi di quella casa e, qualunque cosa si muovesse lì dentro, era di natura misteriosa.”

Con queste parole si apre Gli Invasati, e già dal primo fotogramma capisci che Robert Wise non ha intenzione di prenderti per mano. Ti butta dentro Villa Crain – o Hill House, per usare il nome originale del romanzo – e ti lascia lì, a orientarti tra corridoi storti, porte che si chiudono da sole e un silenzio che pesa come cemento armato.

La casa esiste da novant’anni. Le sue mura hanno visto cose che nessun muro dovrebbe vedere: la prima moglie del proprietario morta in circostanze misteriose, la seconda pure, la figlia Abigail cresciuta invecchiata e morta senza mai lasciare la camera dei bambini, la dama di compagnia trovata impiccata nella biblioteca. Non c’è un solo angolo retto in tutta la struttura. È una casa nata storta, come se l’architetto avesse voluto sfidare non solo la geometria, ma la sanità mentale di chiunque ci mettesse piede.

Prima del film c’è Shirley Jackson. Il suo L’Incubo di Hill House, pubblicato nel 1959, è considerato uno dei romanzi gotici più influenti del Novecento. Non lo dico io – lo dice Stephen King, che nel suo saggio Danse Macabre lo cita come una delle sue maggiori influenze e definisce l’incipit del libro “uno dei migliori brani descrittivi della letteratura americana”.

Jackson non ti mostra mai il mostro. Non ti dice mai cosa c’è dietro la porta. Ti mette nella testa di Eleanor Lance e ti lascia decidere: la casa è davvero infestata, oppure stiamo assistendo al crollo psicologico di una donna fragile? Questa ambiguità – questo rifiuto di darti risposte facili – è il cuore pulsante dell’opera. E Robert Wise l’ha capito perfettamente.

Parliamo un attimo di Robert Wise. Quando pensi a lui, probabilmente ti vengono in mente West Side Story e Tutti insieme appassionatamente. Musical. Colori. Coreografie. Eppure Wise veniva dalla scuola di Val Lewton, il produttore che negli anni Quaranta aveva rivoluzionato l’horror con film come Il bacio della pantera e Ho camminato con uno zombi. La lezione di Lewton era semplice: il terrore più efficace è quello che non si vede.

Wise stava lavorando alla pre-produzione di West Side Story quando lesse una recensione del romanzo di Jackson sul Time. Lo trovò terrificante. Lo passò allo sceneggiatore Nelson Gidding, con cui aveva già collaborato, e iniziò un percorso che avrebbe portato alla creazione di quello che, a mio modesto parere, resta il miglior film di case infestate mai realizzato.

Gidding, durante la scrittura della sceneggiatura, sviluppò una teoria interessante: il romanzo non era affatto una storia di fantasmi, ma la cronaca della disgregazione mentale di Eleanor. Hill House poteva essere un ospedale psichiatrico, Markway il suo psichiatra, i rumori e le visioni il risultato di trattamenti invasivi. Wise non scelse mai tra le due interpretazioni. Le tenne entrambe in equilibrio, fotogramma dopo fotogramma, fino alla fine.

La struttura narrativa è elegante nella sua semplicità. L’antropologo John Markway (Richard Johnson), studioso di fenomeni paranormali, ottiene il permesso di condurre ricerche a Hill House. Porta con sé due assistenti: Eleanor “Nell” Lance (Julie Harris), una donna introversa e ipersensibile che in passato ha vissuto un’esperienza paranormale, e Theodora “Theo” (Claire Bloom), una sensitiva con capacità telepatiche e un fascino ambiguo. A loro si aggiunge Luke Sanderson (Russ Tamblyn), futuro erede della magione, scettico cronico e presente più per obbligo che per convinzione.

Fin dalla prima notte, la casa si manifesta. Colpi ritmici alle pareti. Passi nel corridoio. Maniglie che girano da sole. Urla che potrebbero essere il vento – o potrebbero non esserlo. Eleanor è la più vulnerabile: entra in una sorta di simbiosi con la casa, come se Hill House l’avesse riconosciuta, l’avesse scelta, l’avesse aspettata per novant’anni.

Luke abbandona rapidamente il suo scetticismo. Theo e Markway cercano di mantenere il controllo, di non far precipitare la situazione. Ma qualunque cosa abiti tra quelle mura – suggestione collettiva, fantasmi vendicativi, o qualcosa di ancora più terribile – Villa Crain ha fame. E vedrà saziata la sua sete.

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Ed è qui che Gli Invasati diventa un caso di studio. Robert Wise costruisce 112 minuti di puro terrore senza mostrare praticamente nulla. Non ci sono mostri. Non ci sono apparizioni spettrali. Non c’è sangue. L’unico effetto speciale dell’intero film – l’unico – è la porta che si deforma nel finale, ottenuto con un tecnico dall’altra parte che la spingeva con quanta forza aveva in corpo.

Tutto il resto è regia pura. Wise sfrutta le nostre paure più primordiali: il buio, un rumore nella notte, una porta socchiusa, il non sapere cosa c’è dietro l’angolo. La fotografia in bianco e nero di Davis Boulton trasforma ogni ombra in una minaccia. I grandangoli distorcenti fanno sembrare i corridoi più lunghi, le stanze più strette, gli spazi più claustrofobici. I giochi di specchi moltiplicano le figure, creando doppelgänger inquietanti. La musica dissonante di Humphrey Searle – con effetti elettronici e scale musicali registrate al contrario – ti entra sotto pelle e non ti lascia più.

Il montaggio alterna sapientemente momenti di dinamismo frenetico a sequenze ossessivamente lente. La macchina da presa si muove come un predatore: a volte ti insegue, a volte ti aspetta. Non sai mai quando arriverà il colpo – e spesso il colpo non arriva, il che è ancora peggio.

C’è una scena che mi ha perseguitato per giorni. Eleanor e Theo sono nella loro stanza. Un rumore cresce fuori dalla porta, sempre più forte, sempre più vicino. Nell, terrorizzata, afferra la mano di Theo e la stringe. Il rumore raggiunge l’apice. Nell non ce la fa più, urla. E Theo si sveglia. Dall’altra parte della stanza. Troppo lontana per averle tenuto la mano.

Di chi era quella mano?

Wise non te lo dice. Non te lo dirà mai.

Sotto la superficie horror, Gli Invasati nasconde un ritratto psicologico di rara profondità. Eleanor Lance non è solo una sensitiva: è una donna sola. Ha passato undici anni a prendersi cura della madre malata. Non ha una casa propria – vive con la sorella, che la disprezza. Non ha amici, non ha legami, non appartiene a nessun luogo.

Quando Hill House la “sceglie”, Eleanor trova finalmente un posto dove stare. Per la prima volta qualcuno – qualcosa – la vuole. La desidera. Ha bisogno di lei. È una dinamica perversa e straziante: la casa le offre l’appartenenza che ha sempre cercato, ma il prezzo è la sua stessa identità. Eleanor non viene posseduta nel senso classico del termine. Viene sedotta. E quando capisci questo, il finale diventa ancora più devastante.

C’è poi il rapporto tra Eleanor e Theodora. Nel romanzo di Shirley Jackson, Theo è esplicitamente lesbica. Nel 1963, con il Codice Hays ancora in vigore, Wise non poteva mostrare nulla di esplicito. Ma l’attrazione tra le due donne è palpabile: negli sguardi, nei silenzi, nella gelosia quando Markway entra in scena. Claire Bloom interpreta Theo con un’ambiguità magnetica, sofisticata, pericolosa. È uno dei personaggi queer più riusciti del cinema classico – e lo è senza che venga mai pronunciata una sola parola in proposito.

Nel 1999, Jan de Bont tentò un remake intitolato Haunting – Presenze. Cast stellare: Liam Neeson, Catherine Zeta-Jones, Owen Wilson. Budget stellare. Effetti digitali a profusione. Risultato? Un disastro. De Bont commise l’errore fatale di mostrare tutto: fantasmi in CGI, scene splatter, jump scare telegrafati. Tutto ciò che Wise aveva costruito con l’assenza, de Bont lo distrusse con l’eccesso.

Nel 2018, invece, Mike Flanagan firmò per Netflix la serie The Haunting of Hill House. Flanagan – che evidentemente ha studiato Wise a memoria – capì la lezione: il terrore abita nel fuori campo, nel suono dietro la porta chiusa, nel dubbio che ti resta addosso dopo i titoli di coda. La serie non è un remake del film, ma una rielaborazione del romanzo che ne conserva lo spirito. Se l’avete amata, dovete risalire alla fonte.

Viviamo in un’epoca di jump scare a buon mercato. L’horror contemporaneo, con le dovute eccezioni, punta tutto sull’effetto immediato: il rumore fortissimo, l’apparizione improvvisa, lo splatter gratuito. È un cinema che ti spaventa per un secondo e ti lascia indifferente per sempre.

Gli Invasati fa l’esatto opposto. Non ti spaventa: ti inquieta. Ti mette a disagio. Ti fa guardare due volte le porte di casa tua prima di andare a dormire. È un film che lavora sul lungo periodo, che si insinua nella tua mente e ci resta per giorni.

Martin Scorsese lo considera il film più terrificante mai realizzato. Steven Spielberg lo definì “il film più spaventoso mai fatto” parlando direttamente con Wise. Non sono elogi da poco. E non sono immeritati.

Se amate l’horror intelligente, se cercate un film che vi tratti da adulti, se volete capire da dove vengono Shining, The Others, Insidious, Hereditary e tutto ciò che è venuto dopo – Gli Invasati è il vostro punto di partenza obbligato.

Villa Crain esiste da novant’anni. Può resisterne altrettanti. Le porte si chiudono sempre da sole. E qualunque cosa si muova lì dentro, si muove sola.

Vi sta aspettando.

John il boia Ruth

Sono Gilberto, alias John il boia Ruth, la mente che ha dato forma a questo progetto. Nella vita mi occupo di web: dal marketing alla grafica, dalla progettazione di siti ai Social Network. Ne I Cinenauti ho voluto fondere il mio lavoro, che amo, con la mia più grande passione, il cinema. Prediligo gli horror, meglio se estremi e disturbanti, i thriller, i fantasy e i film d'azione. Insomma divoro qualsiasi cosa cercando di non farmi condizionare dai pregiudizi.