UN MALEDETTO IMBROGLIO

GENERE: drammatico
ANNO: 1959
PAESE: Italia
DURATA: 110 min
REGIA: Pietro Germi
CAST: Claudio Gora, Franco Fabrizi, Eleonora Rossi Drago, Cristina Gaioni, Pietro Germi, Claudia Cardinale, Nino Castelnuovo
Personaggio atipico e controcorrente, Pietro Germi è stato uno dei maestri indiscussi del nostro cinema; trascorsa da poco la ricorrenza dei cinquant'anni dalla scomparsa, ne celebriamo la parabola umana ed artistica parlando di Un Maledetto Imbroglio, uno dei suoi film più significativi ed influenti.
Siamo a Roma in piazza Farnese: un ladro si introduce nell’appartamento di un eccentrico commendatore, portando via alcuni gioielli; pochi giorni dopo, nello stesso stabile, viene uccisa la signora Liliana, moglie dell’uomo d’affari Remo Banducci; il cadavere, riverso sul pavimento della sua abitazione e crivellato con diverse coltellate, viene scoperto dal cugino della donna, Massimo Valdarena, il quale aveva un appuntamento con lei.
Dei due casi, che hanno tutta l’aria di essere collegati, si occupa il commissario Ciccio Ingravallo, uomo tutto d’un pezzo e lavoratore infaticabile, tanto da trascurare la vita privata; l’indagine, dopo aver portato alla luce molti retroscena legati ai personaggi coinvolti, avrà una conclusione sorprendente.
Cinquant’anni fa, dopo aver consegnato all’amico Mario Monicelli, quasi come un lascito testamentario, il copione di quello che sarebbe diventato poi una sorta di epitaffio della commedia all’italiana, ossia l’imprescindibile Amici Miei, se ne andava prematuramente a causa di un tumore Pietro Germi, uno dei grandissimi che hanno dato lustro al nostro cinema in giro per il mondo; a fronte di una carriera luminosa, partita dal Centro Sperimentale per arrivare ai più prestigiosi riconoscimenti, Germi nel nostro paese ha scontato in vita una strisciante ostilità dei critici (bilanciata comunque dal grande successo popolare di molte sue pellicole, divenute addirittura parte dell’immaginario collettivo, e dall’ammirazione di mostri sacri della settima arte come ad esempio Billy Wilder), dettata spesso da motivazioni biecamente politiche quando non da un’aperta antipatia personale (va detto, a onor del vero, che l’uomo non era per nulla accomodante, ma tant’è…), per poi, una volta morto, venire piano piano condannato ad un assurdo oblio che solo negli ultimi anni è stato finalmente squarciato da una riscoperta più che doverosa.
Germi è sempre stato considerato il più “americano” dei nostri registi poiché sin dagli esordi ha cercato di innervare il discorso verista che connotava le pellicole nostrane del primo dopoguerra con una visione di genere di respiro internazionale, rifacendosi in particolar modo al noir, al melodramma e al western (si vedano, a questo proposito, l’opera prima Il Testimone del 1945, supervisionata da Alessandro Blasetti e scritta in collaborazione con Cesare Zavattini, nella quale mette in scena un “meccanismo” psicologico ad “orologeria” – davvero in senso letterale, poiché l’intrigo giudiziario ruota intorno ad un orologio manomesso… – dallo stile quasi hitchcockiano, oppure gli echi “fordiani” dello straordinario In Nome Della Legge del 1949 – tratto dall’autobiografia del magistrato Giuseppe Guido Lo Schiavo -, film ambientato in quella Sicilia che per Germi diventerà “terra d’elezione” e tra i primi in assoluto a parlare di mafia, azzardando oltretutto nel finale una “saldatura” tra l’organizzazione criminale e l’autorità statale della quale, fatta salva una profonda mutazione del contesto, si continua a discutere ancora oggi…); strada facendo, poi, il suo stile ha cominciato ad assumere sfumature sempre più briose, venate di grottesco e di caustica ironia (una svolta quantomai inaspettata, poiché Germi, nei racconti di chi lo conosceva bene, ha sempre dato l’impressione di essere completamente privo di senso dell’umorismo…), raggiungendo l’apoteosi con l’ineguagliabile trittico Divorzio All’Italiana, Sedotta E Abbandonata e Signore & Signori.
Un Maledetto Imbroglio rappresenta uno snodo fondamentale del suo percorso e anche un riferimento importante per il cinema italiano tout court: in esso Germi infatti, oltre a congedarsi definitivamente dal neorealismo (lo fa citando nel finale la celeberrima sequenza della corsa disperata di Anna Magnani in Roma Città Aperta…), condensa tutti i propri riferimenti filmici e culturali (la trama “gialla”, le atmosfere sottilmente torbide, l’attenzione al sociale, i siparietti brillanti tendenti all’iperrealismo) gettando semi importanti da cui germoglieranno sia la commedia all’italiana (la satira di costume comincia qui a farsi preponderante ed incisiva), della quale diverrà poi, come abbiamo ricordato, tra i massimi esponenti, che il nuovo thriller (si vedano le inquadrature sugli oggetti, ad esempio bambole, atte a generare inquietudine, lo sfruttamento degli spazi architettonici in funzione tensiva, l’uso del flashback – da rimarcare in particolar modo l’efferatezza, per l’epoca, di quello nel quale viene svelata la dinamica dell’omicidio della signora Banducci – ecc., elementi dei quali terranno conto, estremizzandoli, i vari Bava ed Argento).
Il film nasce dalla proposta del produttore Peppino Amato il quale, grazie al suo fiuto imprenditoriale, si mette in testa di sfruttare il grande successo avuto dallo straordinario romanzo Quer Pasticciaccio Brutto De Via Merulana di Carlo Emilio Gadda, uno dei vertici della prosa italiana del novecento; Germi, sempre restio a girare partendo da modelli letterari (pur avendolo già fatto, come abbiamo visto sopra…), lo legge di malavoglia e rimane a pelle irritato dal pirotecnico lessico sperimentale e dalle digressioni del sommo “ingegnere”, aspetti da lui ritenuti nient’altro che fumisterie da snob (c’è un aneddoto che più di tutti esprime compiutamente la spigolosità di questi due giganti: Germi, vincendo la sua leggendaria misantropia e quell’anti-intellettualismo di cui abbiamo appena detto – sebbene egli stesso fosse, a suo modo, un grande intellettuale… -, una volta accettato di fare il film, invitò Gadda, per un atto di cortesia, a visionare alcune sue pellicole in una sala di proiezione; lo scrittore, noto fobico ai limiti della paranoia, venuto a conoscenza che i due sarebbero stati da soli e temendo così che il regista volesse approfittare dell’occasione per ucciderlo (!), diede incarico ad alcuni amici di chiamare la polizia se non lo avessero visto fare ritorno a casa entro un orario stabilito…); tuttavia, essendo appassionato di storie criminali, capisce di poter rielaborare la materia espungendo i tratti più prettamente idiomatici e filosofici per concentrarsi da
una parte sull’indagine poliziesca (dandole in primis un finale efficace – per il quale guarderà di nuovo ad Hitchcock, lasciandosi ispirare da quello di Il Delitto Perfetto -, aspetto che Gadda aveva lasciato invece in sospeso, pur dopo averne pensati diversi lungo il corso degli anni) e dall’altra, messo in sordina il plurilinguismo del “gran lombardo”, su un vivido spaccato delle classi sociali e della loro interazione (si va dall’ambiguità e dal cinismo della borghesia all’arte di arrangiarsi del sottoproletariato, passando attraverso il folclore e l’ignavia dei questurini, l’austerità degli esponenti del clero ecc.).
Ne approffitta così per ribadire, attraverso la figura del commissario Ingravallo, che non solo interpreta con grande bravura (Germi, giova ricordarlo, è stato anche un attore notevole: tralasciando i suoi film, spicca ad esempio la partecipazione alla pellicola d’esordio di Damiano Damiani Il Rossetto, dove ricopre un ruolo molto simile a quello dell’Imbroglio), ma nella quale, con una sintesi geniale, condensa tratti autobiografici ed elementi riferibili alla figura del tipico detective hard boiled – il cappello a tesa larga in testa e il sigaro perennemente in bocca, un “sentire” al tempo stesso romantico e disilluso, la capacità di indignarsi di fronte all’ipocrisia di certe squallide figure, un paio di tormentoni ad accompagnarne le gesta (lo stizzito “Non sono dottore!” in risposta a chi si ostina continuamente a dargli tale qualifica e le telefonate della fidanzata alle quali non riesce mai a rispondere perchè oberato dagli impegni) – quella sorta di “umanesimo populista” che lo ha accompagnato per tutta l’esistenza (Germi però, secondo l’ottusa critica militante dell’epoca, aveva il grave torto di stare sì formalmente dalla parte dei più deboli ma senza riconoscersi nell’ortodossia del Partito Comunista – era dichiaratamente socialdemocratico -; l’autore genovese infatti, lungi dalla rappresentazione idealizzata che tendeva a darne quest’ultimo, ha ad esempio sempre dipinto la classe operaia, in grandi film carichi di complessità e di finezza psicologica come Il Ferroviere o L’Uomo Di Paglia, evidenziando anche le strumentalizzazioni politiche delle quali era fatta oggetto e mettendone in risalto le debolezze private, risultando in fin dei conti, pur definendosi un uomo “all’antica”, molto più lucido e avanti sui tempi rispetto a chi intendeva censurarlo ideologicamente).

Grazie anche alla sapienza di due “penne” d’eccezione come Alfredo Giannetti ed Ennio De Concini (in team con i quali vincerà quattro anni più tardi l’Oscar per la migliore sceneggiatura originale per Divorzio All’Italiana, evento tuttora rarissimo per un film non di lingua inglese) prende forma così un copione estremamente stratificato ma dalla struttura inattaccabile (premiato, a sua volta, con un Nastro D’Argento per la sceneggiatura originale: particolare curioso, ma secondo lo stesso Giannetti sostanzialmente giustificato, poichè l’opera di rimaneggiamento di fatto aveva configurato un punto di partenza totalmente nuovo): la vicenda, originariamente ambientata ai tempi del fascismo, viene spostata negli anni cinquanta (ma qualche cenno al ventennio rimane, come nella stilettata all’atavico vizio del trasformismo quando una foto di Remo Banducci in orbace fa capolino, a mo’ di proverbiale “scheletro”, da un armadio…), in modo forse da intercettare anche certe suggestioni provenienti dalla coeva cronaca nera – era appena avvenuto, ad esempio, il famoso caso Fenaroli, sul quale Rodolfo Sonego aveva basato Il Vedovo, come abbiamo ampiamente sviscerato in un’altra occasione, e che ispirerà un anno dopo anche Damiano Damiani per Il Sicario -, colorandosi di un saliscendi di umori e di “colori” gestito con un senso del ritmo che lascia stupefatti (caratteristica peraltro di prammatica soprattutto per il Germi della seconda parte di carriera, il quale è stato, non a caso, tra i primi ad operare tagli interni alle inquadrature in fase di montaggio); il maestro ligure dimostra altresì una padronanza della macchina da presa che ha pochi eguali, distinguendosi sia per l’estremo gusto nella composizione di “quadri” pregni di dettagli e di punti di vista singolari, che nella gestione di riprese estremamente complesse e movimentate soprattutto in ambienti chiusi (suo tratto distintivo negli anni sarà un uso innovativo dello zoom abbinato al carrello), col magnifico bianco e nero del fido Leonida Barboni a scandire i passaggi tra i generi (si va da toni più mordidi a virate quasi espressioniste), lasciando il segno già dall’incipit nel quale ci introduce nel palazzo di piazza Farnese dove si svolgerà la vicenda sulle note dello struggente pezzo Sinnò Me Moro, scritto insieme a Carlo Rustichelli e cantato dalla figlia di quest’ultimo Alida Chelli.
La statura di Germi come cineasta davvero a tutto tondo si evince anche da una direzione degli attori così precisa e maniacale da non trascurare finanche l’ultima delle comparse: detto del ruolo iconico riservato a sé stesso, del cast vanno comunque almeno segnalati una giovanissima Claudia Cardinale (la spaurita ma determinata Assuntina, domestica di casa Banducci) e l’altrettanto imberbe Nino Castelnuovo, al suo esordio assoluto (il fidanzato Diomede), Claudio Gora (Remo Banducci) e Franco Fabrizi (Fabrizio Valdarena), come sempre a loro agio con personaggi dalla dubbia moralità, un “feticcio” del regista come Saro Urzì (il quale, grazie al sodalizio con Germi, finirà addirittura per vincere un premio come migliore attore a Cannes per Sedotta E Abbandonata) nei panni di un vulcanico maresciallo, nonché le splendide Eleonora Rossi Drago (Liliana Banducci) e Cristina Gajoni (Virginia), poli estremi di un universo femminile così ben rappresentato persino nelle sue sfumature più lascive e morbose.
Per la cronaca, il giudizio di Gadda sulla pellicola fu, come nel suo stile, piuttosto ondivago: pubblicamente se ne dichiarò soddisfatto, mentre nel corso di una corrispondenza privata con la nipote tese a sminuirne il valore consigliandole di non fare troppa strada per andarla a vedere.
Vale la pena ricordare altresì l’intervento di Pier Paolo Pasolini il quale, pur non amando Germi, da lui ritenuto troppo sentimentale, e criticando alcuni aspetti del film (in particolar modo un tratto di omofobia insito nella rappresentazione del personaggio del commendator Anzaloni) ne riconobbe però, con indubbia onestà intellettuale, la riuscita e la forza complessiva, scrivendo di aver avuto l’impressione di trovarsi di fronte a dei “frammenti di capolavoro” (un piccolo inciso: pensiamo all’Italia del 1959 – un paese nel quale Pier Paolo Pasolini recensiva un lavoro di Pietro Germi liberamente tratto da un testo di Paolo Emilio Gadda – e confrontiamola con quella di oggi: c’è di che esserne sinceramente sconfortati…): giudizio che, sessantacinque anni dopo, si può ancora tranquillamente sottoscrivere.
Post scriptum: successivamente all’adattamento di Germi, Il Pasticciaccio ha conosciuto anche la ribalta del piccolo schermo: nel 1983 è stata infatti prodotta dalla Rai una miniserie di un certo pregio – scritta da Franco Ferrini, diretta da Pietro Schivazappa e con Flavio Bucci nei panni del protagonista – maggiormente fedele al testo gaddiano.



