Lino Ventura, il macaronì che ha cambiato il poliziesco francese

Pare che l’Italia e gli italiani si siano dimenticati di Lino Ventura. Sono pochi i cinefili del Bel Paese, infatti, consapevoli del fatto che il poliziesco francese, detto polar, (nato come espressione del dominio della classe borghese sul proletariato), ha infine potuto mostrare in maniera esemplare come l’uomo sia nulla nelle mani del Caso e cenere sia il suo destino, ricollegandosi proprio al cinema, ad attori come il ruvido Lino: un macaronì, come simpaticamente ci hanno sempre definiti i cugini d’oltralpe.

Nel 1987, l’anno della sua morte prematura, Ventura, il “duro” per eccellenza del cinema francese, protagonista di tante storie di malviventi, di balordi, di reietti (spesso uomini in absentia), infatti, risultava essere l’attore più amato dai francesi, come dimostrarono i molti film trasmessi e commentati dai vari media transalpini durante tutto il novembre del 1987. Il noto attore, infatti, morì improvvisamente a 68 anni per una crisi cardiaca, mentre stava per cominciare a lavorare al film I giorni del commissario Ambrosio di Corbucci, film segnato da una produzione piena di difficoltà e uscito sul finire dell’ottobre 1988, nel quale Ventura avrebbe dovuto ricoprire il ruolo di un protagonista modellato proprio sui suoi personaggi, alla fine interpretato da Ugo Tognazzi.

Nato a Parma come Angiolino Giuseppe Pasquale Ventura (14 luglio 1919 – 22 ottobre 1987), quest’attore, come detto, quasi mitico in Francia (tanto da ricevere la Legion d’Onore), ma piuttosto dimenticato in Italia, che ha attraversato la seconda metà del novecento sugli schermi cinematografici e televisivi (e qualche incursione sui palcoscenici teatrali), ha avuto una vita difficile ma contemporaneamente avvincente: una vita per certi versi simile a quella degli anti-eroi tormentati a cui ha prestato il suo volto così originale e bizzarro.

Ventura, infatti, in Francia, a Parigi, ci arriva da bambino, nel 1926, con sua madre, dopo l’abbandono di entrambi da parte del padre, rappresentante di commercio, e comincia a svolgere i mestieri più diversi. A nove anni fa il fattorino, poi il
meccanico, poi il portiere di notte. A sedici è ragazzo di bottega alla CIT, la compagnia italiana del turismo a Parigi. A quindici anni si spacca i muscoli con la lotta greco-romana, sino a diventare un apprezzato lottatore professionista e a laurearsi campione d’Europa nel 1950, con lo pseudonimo di Angelo Borrini. A venti anni, il parmense, ancora cittadino italiano, con la Francia occupata dall’esercito nazionalsocialista, appena dopo aver incontrato Odette Lecomte, l’amore di una vita, viene chiamato alle armi: deve al più presto raggiungere le truppe di Mussolini.

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Il 19 aprile 1942, in una caserma vicino a Gorizia (a Gradisca d’Isonzo?), assegnato al 24esimo reggimento di fanteria con compiti di presidio verso il territorio jugoslavo, Lino pare cedere alla disperazione «Amore mio, certi momenti mi prendo la testa fra le mani e credo di diventare pazzo», scrive a Odette. Di lettere simili, il giovane italiano ne scriverà altre trecento: testimonianze rare, prove inequivocabili di uno sconforto, di una depressione, che lo porterà a disertare con la nuova identità del bretone Lucien Vernot. Come ricorda ancora il bel libro Attends-moi mon amour di Clelia Ventura e Léon Ventura, (Flammarion edizioni, 2021), Odette verrà infine convocata dalla Gestapo che le domanderà alcune informazioni circa l’esatta posizione del marito, ma costei giurerà di non saperne nulla (il futuro attore, in realtà, si trovava nascosto in un piccolo villaggio…).

La drammatica esperienza della guerra, marchierà ancora di più il suo volto dai lineamenti marcati, quasi immobili; Ventura, già abbastanza noto grazie alle succitate imprese sportive, verrà infine notato dal grande Jean Gabin (che lo aiuterà ad affermare la sua maschera di duro dal cuore tenero, con una umanità tutta italiana) e dal regista Jacques Becker, che lo lancerà nel film Grisbì (Touchez pas au grisbi, 1953), nel ruolo del brutale gangster Angelo. Nel giro di un decennio, Ventura prenderà parte a veri e propri capolavori come Ascensore per il patibolo (Ascenseur pour l’échafaud, 1958) di Louis Malle e Asfalto che scotta (Classe tous risques, 1960) di Claude Sautet, mentre negli anni ’60 prenderà parte a pellicole come Un tassì per Tobruk (Un taxi pour Tobrouk, 1961), un dinamico poliziesco con Belmondo diretto da Denys de La Patellière; Il giudizio universale (1961) di Vittorio De Sica; Tutte le ore feriscono… l’ultima uccide (Le Deuxième Souffle, 1966), di Jean Pierre Melville, considerato un caposaldo del genere poliziesco e noir (i cosiddetti polar); Il clan dei siciliani (Le Clan des Siciliens, 1969) di Henri Verneuil; Ultimo domicilio conosciuto (Dernier domicile connu, 1969), straordinario poliziesco per la regia di Josè Giovanni e L’armata degli eroi (L’armée des ombres, 1969) dolente omaggio ai partigiani francesi all’opera durante l’occupazione nazista, diretto ancora da Melville.

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Negli anni ’70, l’attore prende parte ad alcune brillanti commedie come L’avventura è l’avventura (L’aventure c’est l’aventure, 1972) diretto da Claude Lelouch, incentrato sulle gesta di 5 simpaticissime canaglie; Il rompiballe (L’emmerdeur, 1973) diretto da Édouard Molinaro, in cui interpreta il killer professionista Ralf Milan incaricato dalla mafia di eliminare uno scomodo testimone, ma ostacolato dal rappresentante François Pignon, in crisi depressiva per essere stato piantato dalla moglie, nonché Una donna e una canaglia (La bonne année, 1973), diretto ancora da Lelouch che narra di uno scassinatore e di un’antiquaria che si innamorano l’uno dell’altra. In questo decennio, che è quello della sua consacrazione a star del cinema mondiale, Ventura viene chiamato da Francesco Rosi per Cadaveri eccellenti (1976), in cui interpreta un ispettore di polizia capace di ottenere le prove d’un disegno eversivo che coinvolge le alte sfere dello Stato e da Giuseppe Ferrara per Cento giorni a Palermo (1984), opera incentrata sulla figura del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, assassinato dalla criminalità organizzata. Film di una certa qualità, che non riescono però a scalfire davvero l’indifferenza dei critici italiani.

Film troppo complessi, “politici”, per un periodo che iniziava ad essere sempre più segnato dall’intrattenimento a buon mercato e dall’ingegneria narrativa televisiva. Pellicole troppo “disturbanti”, perché capaci di rappresentare perfettamente lo zeitgeist dei cosiddetti anni di piombo (1969 – primi anni ’80), segnati da tentati colpi di Stato (ad esempio il golpe Borghese avvenuto in Italia durante la notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 e organizzato dal fondatore del Fronte Nazionale Junio Valerio Borghese); da stragi di matrice neofascista e dalla lotta armata di gruppi di estrema sinistra come le Brigate Rosse; da sequestri eccellenti come quello del Presidente della DC Aldo Moro, avvenuto il 16 marzo 1978, ormai sempre più considerato alla stregua di un intrigo internazionale che ha visto la partecipazione di organizzazioni criminali, ma anche di importanti agenzie di servizi segreti.

Ventura, che, per un’incredibile stravaganza, solo nel Bel Paese è considerato un «attore francese», mentre per il resto del mondo è l’attore italiano per eccellenza, dal 1966 si è impegnato a fondo per aiutare i bambini diversamente abili e le loro famiglie promuovendo manifestazioni pubbliche, sovvenzionando con i suoi soldi numerosi istituti di ricerca medica. Soprattutto, ha creato l’associazione umanitaria «Perce-Neige», che sopravvive, dopo la sua morte, come Fondazione; e che ha anticipato di cinquant’anni la famosa legge sul dopo di noi, approvata in Italia solo nel 2016.

Stiamo parlando di un uomo con importanti valori, la cui maschera e la cui presenza scenica rappresentano ancora oggi un’icona insostituibile per gli appassionati di cinema: incarnano, da sole, l’epoca classica del noir francese.

Giancarlo Chiariglione