IKUSAGAMI – LAST SAMURAI STANDING

ikusagami - last samurai standing

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GENERE:                   jidaigeki, azione, battle royale, survival

ANNO:                       2025

PAESE:                      Giappone

DURATA:                   6 episodi (in corso)

DA UN’IDEA DI:      Kento Yamaguchi, Michihito Fujii

CAST:                       Junichi Okada, Yumia Fujisaki, Kaya Kiyohara,

Netflix scommette sul fascino sanguinario del Giappone feudale con Ikusagami, una serie che promette di fondere la brutalità del survival game con l'eleganza letale dei samurai. Tra coreografie marziali autentiche e una critica sociale che risuona con inquietante attualità, Last Samurai Standing potrebbe ridefinire il jidaigeki per il pubblico globale. Ecco perché vale la pena tenere d'occhio questo progetto ambizioso.

C’è qualcosa di profondamente disturbante nell’idea di trasformare i guerrieri più romantizzati della storia mondiale in pedine di un gioco mortale orchestrato da plutocrati annoiati. Eppure è proprio questa tensione, questa frizione tra l’ideale eroico del bushido e la cruda realtà della sopravvivenza a ogni costo, che rende Ikusagami un progetto così intrigante ancora prima del suo debutto ufficiale.

La serie, diretta da Michihito Fujii e basata sulla monumentale trilogia letteraria di Shogo Imamura, ci trasporta nel tardo periodo Edo, un’epoca di transizione convulsa in cui il Giappone stava lentamente scivolando verso la modernizzazione forzata. È in questo contesto di decadenza istituzionale e morale che prende forma il torneo Kodoku, una competizione clandestina dove 292 combattenti si massacrano a vicenda per l’intrattenimento di mercanti corrotti e burocrati senza scrupoli.

Al centro di questa carneficina troviamo Shujiro Saga, interpretato da Junichi Okada, un ronin che ha perso tutto tranne la disperazione. La sua motivazione è tanto semplice quanto devastante: ha bisogno di denaro per curare la moglie malata e garantire un futuro al figlio. Non c’è gloria in questa scelta, non c’è onore. C’è solo la matematica spietata della sopravvivenza familiare contro quella di altri 291 esseri umani ugualmente disperati.

Sarebbe riduttivo liquidare Ikusagami come l’ennesima variazione sul tema del survival game, un genere che dopo il successo planetario di Squid Game ha conosciuto una proliferazione a tratti eccessiva. Quello che distingue questa serie, almeno nelle intenzioni dichiarate dal team creativo, è il suo radicamento in un contesto storico specifico che amplifica enormemente la portata della critica sociale.

Il tardo periodo Edo rappresenta infatti il crepuscolo di un sistema feudale che aveva retto il Giappone per oltre due secoli. I samurai, già ridotti a burocrati o ronin vagabondi, assistevano impotenti alla progressiva erosione del loro ruolo sociale. Nel frattempo, la classe mercantile accumulava ricchezze senza precedenti, ribaltando di fatto la gerarchia tradizionale che la poneva al gradino più basso della scala sociale.

In questo scenario, il torneo Kodoku funziona come una metafora cristallina del capitalismo predatorio: i ricchi comprano letteralmente la vita dei poveri per il proprio divertimento, trasformando l’agonia umana in spettacolo. Non è difficile cogliere i paralleli con certe dinamiche contemporanee, dalle piattaforme di gig economy che sfruttano la precarietà lavorativa fino ai reality show che mercificano le difficoltà personali. La scelta di ambientare questa critica in un contesto storico le conferisce un distacco sufficiente per risultare digeribile, pur mantenendo intatta la sua forza corrosiva.

Uno degli aspetti più promettenti di Ikusagami riguarda il coinvolgimento totale di Junichi Okada nel progetto. L’attore non si limita infatti a interpretare il protagonista, ma ricopre anche il ruolo di coreografo d’azione e produttore, portando sul set competenze marziali certificate in diverse discipline.

Questa scelta produttiva potrebbe rivelarsi determinante per il successo della serie. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un ritorno prepotente delle coreografie fisiche nel cinema d’azione, una reazione comprensibile all’abuso di CGI che aveva caratterizzato il decennio precedente. Film come John Wick o la recente serie Shogun hanno dimostrato come il pubblico apprezzi visceralmente la differenza tra un combattimento costruito digitalmente e uno in cui i corpi degli attori si muovono realmente nello spazio, sudano, soffrono, si stancano.

Okada, con la sua formazione marziale, porta questa autenticità a un livello ulteriore. Le scene d’azione non sono semplici coreografie esteticamente gradevoli, ma espressioni fisiche dello stato emotivo e psicologico del personaggio. Un samurai che combatte per salvare la propria famiglia non si muove come uno che lotta per la gloria. La disperazione, la paura, l’esaurimento morale prima ancora che fisico: tutto questo traspare  attraverso il linguaggio del corpo.

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Se c’è un elemento che mi preoccupa personalmente riguardo questa serie Netflix, è la questione della gestione narrativa di un cast così sterminato. Duecentonovantadue partecipanti rappresentano una sfida titanica per qualsiasi sceneggiatore, anche il più dotato.

Il rischio concreto è quello di produrre una galleria di figure bidimensionali, antagonisti usa e getta che esistono solo per fornire cadaveri al protagonista nel suo percorso verso Tokyo. È un problema che affligge molte produzioni del genere survival game, dove l’attenzione si concentra inevitabilmente sui personaggi principali mentre gli altri vengono ridotti a ostacoli interscambiabili.

La soluzione più elegante, adottata con successo da opere come Battle Royale (leggi qui la recensione del film) di Koushun Takami o lo stesso Squid Game, consiste nel selezionare un numero limitato di figure secondarie a cui dedicare veri archi narrativi, trasformando le loro morti in eventi emotivamente significativi piuttosto che in semplici numeri da aggiornare. Sarà interessante vedere come Michihito Fujii affronterà questa sfida, considerando che il romanzo originale di Imamura è noto proprio per la sua capacità di intrecciare molteplici linee narrative senza perdere coerenza.

È impossibile parlare di Ikusagami senza menzionare la recente serie Shogun prodotta da FX, che ha rappresentato un vero e proprio spartiacque per la rappresentazione del Giappone feudale nel mercato audiovisivo occidentale.

Il lavoro di James Clavell, adattato con cura filologica impressionante, ha alzato enormemente le aspettative del pubblico internazionale riguardo ai jidaigeki televisivi (se vuoi sapere cosa sono i jidaigeki eiga, leggi qui l’approfondimento). Improvvisamente, non bastava più offrire katana scintillanti e kimono colorati. Gli spettatori hanno scoperto il piacere di perdersi nelle sfumature della politica feudale giapponese, di apprezzare i codici di comportamento stratificati, di riconoscere l’importanza dei silenzi e dei non-detti nella comunicazione sociale dell’epoca.

Per Ikusagami questa eredità rappresenta sia un’opportunità che un rischio. L’opportunità sta nel fatto che esiste ora un pubblico globale alfabetizzato al genere, desideroso di esplorare ulteriormente questo mondo affascinante. Il rischio è che qualsiasi imperfezione nella ricostruzione storica verrà notata e criticata con una severità che non sarebbe stata possibile solo pochi anni fa.

D’altra parte, quest’opera sembra voler occupare una nicchia diversa rispetto a Shogun. Laddove quest’ultimo privilegiava l’intrigo politico e il ritmo contemplativo, la serie Netflix punta dichiaratamente sull’azione fisica e sulla violenza esplicita. Sono due approcci complementari piuttosto che concorrenti, e c’è spazio nel mercato per entrambi.

La scelta di affidare la regia a Michihito Fujii rappresenta una dichiarazione d’intenti inequivocabile sulla direzione estetica della serie. Il regista giapponese, noto per lavori come The Journalist e Village, ha costruito la propria reputazione su un approccio visivo caratterizzato da toni cupi e profondità psicologica.

Il suo cinema rifugge dalla spettacolarizzazione fine a sé stessa per abbracciare un realismo sporco, disturbante, che costringe lo spettatore a confrontarsi con aspetti scomodi dell’esperienza umana. Applicato al contesto del survival game storico, questo approccio promette di restituirci combattimenti che non sono coreografie eleganti ma macellerie disperate, in cui il sangue schizza, le ossa si spezzano e i corpi soffrono nella loro carnalità irriducibile.

È un rischio calcolato da parte di Netflix. Il pubblico mainstream potrebbe trovare eccessiva questa crudezza, preferendo l’azione più stilizzata e “pulita” a cui siamo stati abituati. Ma esiste anche una fascia significativa di spettatori (come il sottoscritto) che cerca precisamente questa intensità, questo rifiuto del compromesso estetico in favore di una rappresentazione più onesta della violenza e delle sue conseguenze.

Un elemento che merita attenzione è la natura della fonte letteraria da cui Last Samurai Standing attinge. Il romanzo di Shogo Imamura, suddiviso in tre volumi, rappresenta un’opera ambiziosa che mescola ricerca storica meticolosa con le convenzioni della fiction pulp.

Questa combinazione potrebbe rivelarsi la chiave del successo della serie. Da un lato, l’accuratezza storica fornisce il fondamento di credibilità necessario per coinvolgere il pubblico più esigente. Dall’altro, le convenzioni del genere pulp garantiscono quel ritmo serrato e quelle situazioni estreme che mantengono alta l’attenzione anche dello spettatore più casual.

È un equilibrio delicato, che la serie televisiva dovrà necessariamente rinegoziare per adattarsi alle esigenze del medium. La sfida sarà preservare la sostanza tematica dell’opera originale senza sacrificare l’accessibilità richiesta da una produzione destinata al mercato globale di Netflix.

A mio parere, Ikusagami rappresenta uno dei progetti più interessanti nel panorama delle serie televisive del 2025. Non perché sia destinata necessariamente al successo, ma perché incarna una serie di tensioni creative il cui esito è genuinamente incerto. La tensione tra fedeltà storica e appeal commerciale. Quella tra violenza esplicita e sensibilità mainstream. Tra la profondità psicologica del cinema d’autore e il ritmo incalzante richiesto dal genere survival game. Tra l’eredità ingombrante di Shogun e la necessità di trovare una propria identità distintiva.

Se il team creativo riuscirà a navigare con successo queste acque insidiose, potremmo trovarci di fronte a un’opera capace di ridefinire le possibilità del jidaigeki contemporaneo, dimostrando che il dramma storico giapponese può parlare al pubblico globale senza sacrificare la propria specificità culturale. Se fallirà, avremo comunque la conferma che certe ambizioni sono più facili da dichiarare che da realizzare.

In entrambi i casi, sarà un esperimento degno di attenzione. E in un panorama televisivo sempre più dominato da sequel, prequel e reboot, la sola esistenza di un progetto così rischioso merita, quantomeno, il nostro rispetto.

John il boia Ruth

Sono Gilberto, alias John il boia Ruth, la mente che ha dato forma a questo progetto. Nella vita mi occupo di web: dal marketing alla grafica, dalla progettazione di siti ai Social Network. Ne I Cinenauti ho voluto fondere il mio lavoro, che amo, con la mia più grande passione, il cinema. Prediligo gli horror, meglio se estremi e disturbanti, i thriller, i fantasy e i film d'azione. Insomma divoro qualsiasi cosa cercando di non farmi condizionare dai pregiudizi.