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a killer paradox i cinenauti recensioni film serie tv cinema

A KILLER PARADOX

DA UN'IDEA DI

Lee Chang-hee dal webtoon Sar-in-ja(-ui) nan-gam di Kkomabi.

GENERE

thriller, commedia nera

ANNO

2024

PAESE

Corea del Sud

STAGIONI

1

EPISODI

8

CAST PRINCIPALE

Choi Woo-shik, Son Suk-ku, Lee Hee-jun, Kim Yo-han

Cosa succede quando un ragazzo qualunque scopre di avere un “talento” per uccidere solo le persone che lo meritano? A Killer Paradox, thriller coreano targato Netflix e tratto dall’omonimo webtoon, prova a rispondere trasformando una banale tragedia in un vertiginoso dilemma morale. Con Choi Woo-shik (Parasite) e un magnetico Son Suk-ku, la serie gioca con i codici del vigilantismo e del pulp, confezionando otto episodi nervosi, ironici e visivamente sfrontati. Un piccolo paradosso, appunto, che merita di essere sviscerato.

Partiamo da una premessa che, ammetto, mi ha conquistato per la sua sfacciataggine. Lee Tang (un Choi Woo-shik lontanissimo dalle simpatie disarmanti di Parasite) è un universitario alla deriva, uno di quei personaggi che la società coreana relega ai margini con chirurgica efficienza. Una notte, durante un alterco, uccide un uomo quasi per riflesso. Il panico, il senso di colpa, la classica spirale del thriller. Solo che c’è un colpo di scena: la vittima era un serial killer ricercato. Lee Tang non ha commesso un omicidio, ha eliminato un mostro.

Da qui nasce il paradosso del titolo. Il ragazzo scopre di possedere una sorta di istinto infallibile: le persone che uccide si rivelano, sistematicamente, criminali che meritavano una punizione. È un dono o una maledizione? La serie, intelligentemente, non sembra avere fretta di rispondere, e qui sta a mio avviso la sua qualità più interessante. A Killer Paradox non è il solito racconto consolatorio sul vigilante che ripulisce le strade; è piuttosto un’indagine inquieta sul concetto stesso di giustizia quando viene sottratto allo Stato e affidato al caso o all’istinto.

Sul fronte opposto si muove il detective Jang Nan-gam, interpretato da un Son Suk-ku che ruba letteralmente ogni scena in cui appare. Il suo poliziotto è cocciuto, anticonformista, dotato di un fiuto che rasenta l’ossessione. Il duello a distanza tra Tang e Nan-gam costituisce la spina dorsale narrativa, e ricorda – senza scopiazzare – la tensione tra L e Light di Death Note, altra opera giapponese che giocava con l’idea del giustiziere autoproclamato. Anche qui il confine tra bene e male si fa poroso, scivoloso, deliberatamente scomodo.

A complicare il quadro arriva Song Chon (Lee Hee-jun), figura ambigua e disturbante che funge da specchio oscuro del protagonista. È attraverso questo triangolo di forze che la serie costruisce la sua tensione più autentica: non tanto il “chi uccide chi”, quanto il “chi ha il diritto di decidere”. Trovo che sia proprio in questa domanda, mai pienamente sciolta, che risieda il valore della scrittura.

Devo spendere due parole sull’aspetto che, personalmente, ho apprezzato di più: la confezione visiva. Lee Chang-hee dirige con un’energia che tradisce le origini fumettistiche del materiale di partenza. La serie è intrisa di estetica pop, con un uso del colore audace, split screen, transizioni grafiche e una fotografia che alterna il neon urbano coreano a tonalità più cupe e malsane. È un linguaggio che richiama esplicitamente il webtoon, e in più di un’occasione mi è sembrato di assistere a tavole disegnate prese vita.

Questa scelta stilistica funziona perché crea un contrasto stridente con la gravità dei temi trattati. L’omicidio viene messo in scena con un’ironia visiva quasi cartoonesca, e questo straniamento – diciamolo – è una mossa rischiosa. C’è chi lo troverà geniale e chi insopportabilmente leggero. Io mi colloco nella prima categoria, ma capisco perfettamente le riserve di chi cerca nel crime coreano la cupezza realistica di titoli come The Chaser o I Saw the Devil.

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Non sarebbe onesto, da parte mia, dipingere A Killer Paradox come un capolavoro senza crepe. La serie soffre di alcuni problemi di ritmo, soprattutto nella sezione centrale, dove l’accumulo di flashback e sottotrame rischia di diluire la tensione costruita nei primi episodi. Inoltre, alcuni snodi narrativi richiedono una buona dose di sospensione dell’incredulità: la “fortuna” sistematica di Lee Tang nel colpire solo i colpevoli viene spiegata solo parzialmente, e chi cerca una coerenza ferrea potrebbe storcere il naso.

C’è poi un nodo tematico che mi ha lasciato qualche dubbio. La serie flirta pericolosamente con una giustificazione del giustizialismo, salvo poi tirare il freno nei momenti chiave. Questa ambiguità è, da un lato, la sua forza intellettuale; dall’altro, può risultare frustrante per chi desidera una presa di posizione netta. È una scelta che rispetto, ma che probabilmente non accontenterà tutti.

Vale la pena sottolineare – ed è una lettura personale, sia chiaro – come A Killer Paradox si inserisca nel filone del K-drama che usa il genere per radiografare le tensioni della società sudcoreana. La rabbia repressa di Lee Tang, la sua condizione di giovane invisibile e precario, parla a una generazione schiacciata dalla competizione e dalla disuguaglianza. Il suo trasformarsi in vigilante può essere letto come una fantasia di potere, un riscatto immaginario contro un sistema percepito come ingiusto e incapace di proteggere i deboli. Sotto la superficie pulp, insomma, batte un cuore profondamente sociale e psicologico, lo stesso che animava fenomeni come Squid Game o The Glory.

In definitiva, ritengo che A Killer Paradox sia un’aggiunta intelligente e stilisticamente vivace al catalogo del thriller coreano Netflix. Non è perfetta – il ritmo altalenante e qualche forzatura narrativa le impediscono di raggiungere l’eccellenza assoluta – ma compensa con una regia ispirata, interpretazioni solide (Son Suk-ku su tutti) e un nucleo concettuale che continua a frullare in testa anche a visione conclusa. È una serie che pone domande scomode senza la pretesa di dare risposte facili, e già solo per questo merita una possibilità.

Se amate i racconti morali ambigui, l’estetica da fumetto e i duelli mentali tra cacciatore e preda, questo piccolo paradosso saprà intrattenervi. Se invece cercate il realismo crudo del miglior noir coreano, mettete in conto qualche compromesso. Ma resta, a mio modesto avviso, una delle proposte più curiose e personali viste ultimamente in streaming.

John il boia Ruth

Sono Gilberto, alias John il boia Ruth, la mente che ha dato forma a questo progetto. Nella vita mi occupo di web: dal marketing alla grafica, dalla progettazione di siti ai Social Network. Ne I Cinenauti ho voluto fondere il mio lavoro, che amo, con la mia più grande passione, il cinema. Prediligo gli horror, meglio se estremi e disturbanti, i thriller, i fantasy e i film d'azione. Insomma divoro qualsiasi cosa cercando di non farmi condizionare dai pregiudizi.