

C’è un momento, nei primi minuti di As the Gods Will, in cui un’aula di liceo si trasforma in un mattatoio per mano di un bambolotto Daruma dotato di superpoteri decapitanti. È in quell’istante che si capisce esattamente con chi si ha a che fare. Takashi Miike, regista vulcanico capace di sfornare anche tre o quattro film all’anno, non perde tempo con i preamboli: ti afferra per il bavero e ti scaraventa nel suo universo di violenza cartoonesca e logica onirica. Tratto dal manga omonimo di Muneyuki Kaneshiro e Akeji Fujimura, il film racconta di Shun Takahata, studente annoiato dalla monotonia dell’esistenza, che si ritrova improvvisamente protagonista di una serie di giochi infantili rivisitati in chiave letale.
A mio avviso, la prima vera intuizione del film sta proprio in questa perversione dell’innocenza. I giochi che vediamo — dal celebre daruma-san ga koronda (la nostra “un, due, tre, stella”) al gatto maneki-neko gigante, fino alle bambole matrioska assassine — appartengono all’immaginario dell’infanzia giapponese. Miike li decontestualizza e li carica di terrore, creando un cortocircuito che è insieme infantile e profondamente disturbante. È un meccanismo che il pubblico occidentale ha imparato a riconoscere anni dopo con Squid Game, ma che qui assume una connotazione molto più anarchica e meno moralistica.
Parliamoci chiaro: chi si aspetta da Miike sobrietà e misura ha sbagliato sala. As the Gods Will è un trionfo di palline rosse di sangue che schizzano come coriandoli, decapitazioni che farebbero impallidire un film di Sam Raimi e una CGI volutamente artificiale che, a tratti, sembra quasi un videogioco anni Duemila. Eppure, ed è qui che entra in gioco la mia personale lettura, credo che questa estetica plasticosa sia una scelta consapevole più che un limite di budget.
Miike non cerca il realismo, cerca l’iperrealtà del fumetto. La fotografia satura, il montaggio sincopato e la fisicità esagerata dei corpi trasformano ogni sequenza in una tavola di manga in movimento. Il risultato è un film che funziona come macchina sensoriale: non vuole spaventarti con il terrore psicologico, ma stordirti con il suo ritmo forsennato e la sua imprevedibilità. Personalmente trovo che questo approccio sia tanto liberatorio quanto, a volte, sfiancante: la fatica dello spettatore è reale, e non tutti la sopporteranno con piacere.

Sarebbe un errore liquidare As the Gods Will come puro intrattenimento splatter. Sotto la superficie grondante di sangue finto si nasconde una riflessione, per quanto sghemba, sulla condizione giovanile contemporanea. Il protagonista Shun, all’inizio, invoca quasi la catastrofe: la sua vita è così piatta e priva di stimoli che il caos mortale diventa, paradossalmente, una forma di risveglio esistenziale.
Qui Miike tocca un nervo scoperto della società giapponese: l’alienazione dei giovani, la pressione sociale, la sensazione di essere ingranaggi privi di scopo in un sistema che li ha già programmati. Gli “dei” del titolo — entità capricciose e infantili che impongono regole arbitrarie — possono essere letti come metafora di un’autorità adulta insensata, di un destino indifferente o, se vogliamo spingerci oltre, della stessa logica spietata del capitalismo della performance. È un’interpretazione mia, certo, e Miike è troppo furbo per esplicitarla del tutto, ma il vuoto esistenziale che pervade i personaggi è innegabile e costituisce il cuore tematico dell’opera.
Per quanto io adori l’opera devo essere onesto e puntare il dito su alcune debolezze. La struttura episodica, basata sul susseguirsi di giochi, finisce per rivelarsi un’arma a doppio taglio. Se da un lato garantisce varietà e adrenalina costante, dall’altro impedisce un reale approfondimento dei personaggi, ridotti spesso a sagome funzionali alla prossima carneficina. La figura del rivale psicopatico Amaya, interpretato da un istrionico Ryūnosuke Kamiki, è probabilmente la più memorabile, ma anche lui resta più maschera che persona.
Il problema più evidente, però, è il finale. Il film si chiude in modo brusco e marcatamente aperto, tradendo la sua natura di adattamento parziale di un manga ancora in corso all’epoca. Lo spettatore che cerca una risoluzione resterà a bocca asciutta, con la sgradevole sensazione di aver assistito a un lungo, sanguinoso prologo. È una scelta che comprendo dal punto di vista produttivo, ma che indebolisce la tenuta complessiva dell’opera come esperienza autonoma.

Tirando le somme, As the Gods Will è esattamente ciò che promette: un’esperienza eccessiva, irriverente e fuori controllo, marchiata a fuoco dalla personalità di uno dei registi più anarchici del cinema mondiale. Non è il miglior Miike — gli appassionati continueranno giustamente a citare Audition o Ichi the Killer come vette più alte della sua filmografia — ma è un’opera che diverte, disturba e, a suo modo, fa anche riflettere.
Lo consiglio senza riserve agli amanti del cinema giapponese estremo, dell’horror grottesco e a chiunque voglia scoprire un curioso antesignano del fenomeno survival che avrebbe poi dominato lo streaming globale. Lo sconsiglio, invece, a chi cerca coerenza narrativa, profondità psicologica e un finale che chiuda i conti. Resta, secondo me, un cult imperfetto ma sinceramente godibile: il tipo di film che si guarda con un sorriso incredulo stampato in faccia, chiedendosi continuamente fino a che punto Miike sia disposto a spingersi. La risposta, come sempre con lui, è: molto, molto oltre.