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Baby Driver il genio della fuga i cinenauti recensioni film serie tv cinema

BABY DRIVER

REGIA

Edgar Wright

GENERE

azione

ANNO

2017

PAESE

Gran Bretagna, USA

DURATA

113 minuti

CAST PRINCIPALE

Ansel Elgort, Kevin Spacey, Lily James, Eiza González, Jon Hamm

Baby Driver – Il genio della fuga di Edgar Wright è il film che nel 2017 ha ridefinito le regole del cinema d'azione, trasformando ogni inseguimento in una coreografia musicale. Con Ansel Elgort alla guida e una colonna sonora leggendaria, questa pellicola fonde heist movie, musical e romanticismo in un'esperienza visiva e sonora senza precedenti. In questa recensione analizziamo perché Baby Driver resta, a distanza di anni, un punto di riferimento imprescindibile per il genere action.

Esistono film che si limitano a raccontare una storia e film che ridisegnano il linguaggio con cui quella storia viene raccontata. Baby Driver – Il genio della fuga appartiene con prepotenza alla seconda categoria. Quando Edgar Wright lo presentò al pubblico nel 2017, molti si aspettavano l’ennesimo heist movie con inseguimenti in auto e sparatorie coreografiche. Quello che ottennero fu qualcosa di radicalmente diverso: un musical criminale in cui ogni singolo fotogramma pulsa al ritmo di una traccia musicale, in cui il montaggio non accompagna la colonna sonora ma ne diventa l’estensione visiva, e in cui un ragazzo con le cuffiette nelle orecchie trasforma la guida spericolata in una forma d’arte.

A mio avviso, è proprio questa fusione totale tra suono e immagine a rendere Baby Driver un’opera che trascende i confini del genere action e si installa in un territorio tutto suo, un luogo dove il cinema d’autore e il blockbuster di intrattenimento smettono di guardarsi con sospetto e iniziano finalmente a ballare insieme.

Il protagonista è Baby, interpretato da un Ansel Elgort che qui trova probabilmente il ruolo più iconico della sua carriera. Baby è un giovane autista dalla vita segnata dal trauma: i suoi genitori sono morti in un incidente stradale quando era bambino, un evento che gli ha lasciato in eredità un acufene persistente e la necessità costante di ascoltare musica per coprire quel ronzio che non lo abbandona mai. Vive con il padre adottivo, paraplegico e sordo-muto, una figura tenera e silenziosa che rappresenta l’unico ancoraggio affettivo autentico nella sua esistenza.

Per saldare un vecchio debito, Baby lavora come autista per rapine alle dipendenze di Doc, un boss della malavita interpretato da Kevin Spacey con quel misto di carisma gelido e minaccia sottile che solo lui sa restituire. Spacey, ingrassato appositamente per il ruolo, costruisce un personaggio che oscilla tra il mentore paterno e il manipolatore spietato, una figura che tiene Baby legato a sé con un filo invisibile fatto di debiti, rispetto e, forse, una forma distorta di affetto.

La vita di Baby si divide tra le fughe ad alta velocità e i momenti di quiete in una tavola calda dove incontra Debora, interpretata da Lily James. Il loro rapporto è costruito con una delicatezza quasi anacronistica, un romanticismo classico che Wright inserisce nel tessuto narrativo come contrappunto emotivo alla violenza che circonda il protagonista. Baby sogna una cosa semplice: una ragazza, una macchina, una strada davanti a sé e la musica giusta nelle orecchie. È un sogno americano ridotto alla sua essenza più pura e, proprio per questo, straordinariamente potente.

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La struttura narrativa di Baby Driver segue l’architettura classica dell’heist movie, ma la sovverte dall’interno. Doc ha una regola ferrea: mai la stessa squadra due volte. L’unica eccezione è Baby, perché nessuno è un mago al volante come lui. Tuttavia, per l’ultimo colpo — una rapina a un ufficio postale — questa regola viene infranta. Doc assembla un team composto dai migliori elementi a sua disposizione: Pazzo (un Jamie Foxx affilato e imprevedibile come una lama), Buddy (un Jon Hamm che regala una delle performance più sottovalutate del decennio, passando dal fascino rilassato alla furia omicida con una naturalezza inquietante) e Darling (un’Eiza González tanto letale quanto magnetica).

L’uso dei soprannomi per i membri della banda è un omaggio dichiarato a una tradizione cinematografica precisa: è impossibile non pensare a Le Iene di Quentin Tarantino e, andando ancora più indietro, a Cani Arrabbiati di Mario Bava, quel capolavoro incompiuto e maledetto del cinema d’exploitation italiano che anticipò di decenni molte delle convenzioni del genere. Wright non nasconde le sue fonti, anzi le esibisce con orgoglio, trasformandole in un dialogo cinefilo che arricchisce la visione senza mai appesantirla.

Parlare di Baby Driver senza affrontare la sua rete di riferimenti intertestuali significherebbe ignorare metà della sua ricchezza. Edgar Wright costruisce il film come un mosaico cinefilo, dove ogni tessera rimanda a un classico del cinema d’azione e del thriller.

Il debito più evidente è nei confronti di Driver – L’imprendibile di Walter Hill (1978), con cui Baby Driver condivide non solo il concetto del pilota silenzioso e talentuoso, ma anche una certa poetica della solitudine urbana. C’è poi l’eco di Punto Zero di Richard C. Sarafian (1971), quel road movie esistenzialista che trasformava la velocità in metafora della libertà e della fuga dalla società. Le rapine e le dinamiche di gruppo richiamano inevitabilmente Heat – La sfida di Michael Mann, mentre l’adrenalina degli inseguimenti strizza l’occhio a Point Break di Kathryn Bigelow.

Ma la vera genialità di Wright, a mio modo di vedere, sta nel non limitarsi a citare. Ogni riferimento viene metabolizzato e rifiltrato attraverso la sua sensibilità unica, quel mix di ironia britannica, precisione formale e genuino amore per il cinema popolare che caratterizza tutta la sua filmografia, da Shaun of the Dead a Hot Fuzz fino a The World’s End — la celebre Trilogia del Cornetto che lo ha reso un autore di culto.

Se dovessi individuare il vero protagonista di Baby Driver, non sceglierei Baby, né Doc, né Debora. Sceglierei il montaggio. Il lavoro di Jonathan Amos e Paul Machliss (premiato con numerosi riconoscimenti, tra cui il premio per il miglior montaggio agli ACE Eddie Awards) è semplicemente straordinario. Ogni taglio, ogni transizione, ogni cambio di inquadratura è sincronizzato con la colonna sonora in modo così preciso da creare un effetto quasi ipnotico.

La musica in Baby Driver non è un semplice accompagnamento: è il motore narrativo del film. Baby sceglie la traccia giusta per ogni momento della sua vita, e la realtà stessa sembra piegarsi al ritmo di quelle note. I semafori cambiano a tempo, i colpi di pistola scandiscono il beat, i pedoni si muovono come comparse di un videoclip ad altissimo budget. Wright porta alle estreme conseguenze un concetto che aveva già sperimentato nel celebre videoclip di “Blue Song” dei Mint Royale (2003), che è di fatto il prototipo embrionale di Baby Driver.

La soundtrack del film è un viaggio nella storia della musica pop e rock: dai Jon Spencer Blues Explosion ai Queen, da Simon & Garfunkel a T. Rex, passando per The Damned, Beck, Commodores e Barry White. Ogni brano è stato scelto non solo per il suo valore estetico, ma per il suo significato narrativo: le canzoni raccontano lo stato d’animo di Baby, commentano l’azione, anticipano gli sviluppi della trama. È un lavoro di curatela musicale che rivaleggia con quello dei migliori film di Martin Scorsese e dello stesso Tarantino.

A distanza di otto anni dalla sua uscita, Baby Driver continua a reggere magnificamente. Mentre molti action movie contemporanei invecchiano alla velocità dei loro effetti speciali, il film di Wright mantiene intatta la sua freschezza perché la sua forza non risiede nella tecnologia ma nel linguaggio. È un film costruito sul ritmo, sulla precisione coreografica, sulla capacità di trasformare ogni sequenza in un pezzo di cinema puro.

Certo, non è un’opera priva di difetti. Si potrebbe obiettare che la storia d’amore tra Baby e Debora segue binari piuttosto convenzionali, o che il terzo atto accelera forse troppo verso un territorio quasi action-horror che stona leggermente con il tono giocoso della prima parte. Ma questi sono, a mio parere, peccati veniali in un’opera che offre così tanto in termini di inventiva registica e piacere cinematografico.

Edgar Wright ha dimostrato con questo film che è possibile reinventare un genere saturo senza rinunciare all’accessibilità, che l’originalità formale e l’intrattenimento popolare non sono nemici ma alleati naturali. Baby Driver è, in ultima analisi, una lettera d’amore al cinema scritta a tempo di musica, un’opera che vi farà venire voglia di saltare in macchina, alzare il volume e guidare verso l’orizzonte.

P.S. — Andrete subito a scaricarvi la track list. Non è una previsione, è una certezza.

John il boia Ruth

Sono Gilberto, alias John il boia Ruth, la mente che ha dato forma a questo progetto. Nella vita mi occupo di web: dal marketing alla grafica, dalla progettazione di siti ai Social Network. Ne I Cinenauti ho voluto fondere il mio lavoro, che amo, con la mia più grande passione, il cinema. Prediligo gli horror, meglio se estremi e disturbanti, i thriller, i fantasy e i film d'azione. Insomma divoro qualsiasi cosa cercando di non farmi condizionare dai pregiudizi.

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