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BEASTARS

titolo originale

Beastars (abbr. BST)

titolo giapponese

ビースターズ

titolo inglese

Beastars

soggetto originale

Paru Itagaki

regia

Shinichi Matsumi

Nazionalità

Giappone

Categoria

Seinen

genere

drammatico, scolastico, coming of age, slice of life

studio di animazione

Orange

formato

serie tv

Un lupo grigio alto quasi due metri, timido fino a sparire, lavora dietro le quinte del club di teatro della scuola. Una coniglietta bianca che tutti giudicano e nessuno conosce davvero. Un collegio dove predatori e prede dividono banchi, dormitori e mensa (rigorosamente vegetariana). Poi una notte uno studente viene divorato. BEASTARS, adattamento del manga di Paru Itagaki firmato da Studio Orange e finalmente concluso su Netflix, è secondo me uno degli anime più audaci dell’ultimo decennio: un coming-of-age che parla di fame, desiderio e pregiudizio senza nascondersi dietro il pelo.

Chiariamo subito il titolo: si scrive BEASTARS, crasi di beast e stars. Non è un vezzo grafico, perché il nome indica il titolo onorifico che la società riserva all’animale più meritevole, una specie di guida morale capace di tenere insieme un mondo che si regge su un equilibrio fragilissimo. Tenetelo a mente: tutta la serie, in fondo, si chiede se una figura simile possa esistere davvero.

Il manga di Itagaki è uscito dal 2016 al 2020 in 22 volumi ha raccolto premi pesanti come il Manga Taishō, il Premio Culturale Osamu Tezuka come nuovo autore e il Kodansha Manga Award. L’anime, 48 episodi in tutto, si è chiuso nel marzo 2026 con la seconda parte della Final Season. Si può finalmente guardarlo dall’inizio alla fine senza attese su Netflix. E credo convenga farlo.

Siamo nella Cherryton Academy, un prestigioso istituto dove carnivori ed erbivori convivono secondo regole precise. È vietato mangiare carne e la convivenza civile è un dogma. Ai predatori si chiede di dimenticare di esserlo. Una notte però Tem, un alpaca del club di teatro, viene trovato sbranato. Il colpevole è certamente un carnivoro, e da quel momento ogni sguardo tra studenti diventa un sospetto.

Al centro c’è Legoshi, un lupo grigio che fa il tecnico delle luci e passa le giornate a farsi piccolo. Ha paura della propria mole, dei propri denti e soprattutto di ciò che potrebbe desiderare. Accanto a lui c’è Louis, un cervo rosso carismatico, stella del club e candidato naturale al titolo di Beastar, un erbivoro che ha fatto della forza di volontà la sua armatura. Poi c’è Haru, una coniglietta nana che la scuola ha già giudicato e che, a sorpresa, sembra l’unica a guardare la propria fragilità senza abbassare gli occhi.

Il primo incontro fra Legoshi e Haru è un cortocircuito. Il lupo non sa se quello che prova sia amore o fame, e la serie si guarda bene dal dargli (e dal darci) una risposta facile. Da qui parte un racconto che mescola dramma scolastico, indagine criminale, storia d’amore e discesa agli inferi, con una Zootropolis molto meno disneyana e molto più simile alle nostre città.

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Il nucleo teorico di BEASTARS è, secondo me, una rilettura quasi letterale del Disagio della civiltà di Freud. La società di Itagaki funziona perché reprime. Il carnivoro deve negare la propria natura per essere accettato, e il prezzo di quella negazione è una tensione costante che prima o poi esplode. La serie non celebra l’istinto e non lo demonizza. Mostra piuttosto quanto sia ipocrita una civiltà che pretende di cancellarlo per decreto, senza mai offrire un linguaggio per elaborarlo.

Legoshi è il caso di studio perfetto. La sua gentilezza iniziale somiglia molto a un meccanismo di difesa: si rende invisibile per non doversi confrontare con ciò che è. La sua crescita non consiste nel diventare “buono”, visto che lo è già, ma nel diventare consapevole. È una distinzione sottile che molti shonen ignorano e che qui diventa il motore di tutto il racconto.

La tematica più coraggiosa, e per alcuni la più disturbante, è la sovrapposizione tra appetito e desiderio sessuale. In BEASTARS le due pulsioni si confondono di continuo. Il lupo che guarda la coniglietta non sa distinguerle, e l’anime ci costringe a guardare con lui. Itagaki prende la metafora del predatore sessuale e la rende letterale, fino a dare consistenza fisica a un’ambiguità che la narrativa sentimentale di solito leviga via.

Qui entra in gioco Haru, per me uno dei personaggi femminili più interessanti dell’animazione recente. Isolata e giudicata per la sua vita sessuale, Haru usa l’intimità come unica forma di potere e di affermazione in un mondo che, in quanto preda minuscola, la considera irrilevante. Non è mai né una vittima da salvare né una femme fatale da condannare. È una ragazza che ha capito presto quanto poco valga per gli altri e ha deciso di scegliere lei le regole del gioco. Il rapporto con Legoshi diventa così una negoziazione continua tra paura e fiducia, forse la rappresentazione più onesta del consenso che uno shonen abbia mai osato.

A qualche passo dalle vetrine illuminate della città c’è il Mercato Nero, dove la carne (di erbivoro) si vende apertamente e le autorità chiudono un occhio. È forse l’idea politica più lucida della serie: una società che si proclama pacifica ma che ha bisogno di una valvola di sfogo nascosta per continuare a funzionare. Chi conosce il nostro rapporto collettivo con il proibizionismo, con le periferie o con certe “zone grigie” urbane riconoscerà il meccanismo.
Molti hanno letto BEASTARS come un’allegoria del razzismo, e in parte lo è. Qui però mi permetto un’osservazione critica, che resta un’opinione: la metafora non regge del tutto, e il motivo è interessante. Nel mondo di Itagaki la minaccia del carnivoro è biologicamente reale, mentre il pregiudizio razziale nel mondo reale non ha alcun fondamento. Credo che l’autrice ne sia consapevole. Più che una parabola sull’etnia, la sua mi sembra un’indagine sulla paura strutturale, cioè su come le società costruiscono gerarchie, stereotipi e ruoli sociali sulla base di differenze percepite come immutabili. Il sistema di caste implicito, con i carnivori temuti ma socialmente sottomessi e gli erbivori vulnerabili ma politicamente dominanti, è molto più ambiguo di un semplice “oppressore contro oppresso”. Ed è proprio questa ambiguità a renderlo stimolante.
Non è un caso che il cuore della Cherryton sia il club di teatro. Tutti i personaggi recitano: Louis interpreta il leader invincibile, Legoshi il gigante innocuo, Haru la ragazza che non ha bisogno di nessuno. È la persona di Jung, la maschera sociale che indossiamo per sopravvivere, portata sul palco in senso letterale. Louis in particolare è una tragedia shakespeariana in miniatura. Il suo desiderio di dimostrare che un erbivoro può dominare nasce da una ferita profonda, e la sua ossessione per il controllo è la risposta a un trauma che la serie svela con grande pudore. Il suo percorso è, secondo me, il più doloroso e riuscito di tutta l’opera.
Con la Final Season il discorso si allarga all’identità e al meticciato. Non vi rovino nulla, ma l’antagonista Melon incarna tutto ciò che una società divisa in categorie non sa gestire: chi non appartiene del tutto a nessuna delle due parti. È qui che BEASTARS raggiunge la sua maturità tematica, perché l’appartenenza, da conquista, diventa condanna, e la domanda passa da “che animale sono?” a “ho il diritto di essere qualcosa di diverso?”.
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Un’ultima considerazione tecnica, perché qui la forma è parte del significato. Studio Orange, già autore del bellissimo Land of the Lustrous, ha trasformato la CGI, per anni la bestia nera degli appassionati di anime, in uno strumento espressivo di prim’ordine. I movimenti dei corpi, il peso di Legoshi, il tremore delle orecchie di Haru e l’uso di luci teatrali e controluce costruiscono una messa in scena quasi da palcoscenico. Pensate anche al primo opening in stop-motion su Wild Side degli ALI, un piccolo gioiello, e alla colonna sonora jazz di Satoru Kōsaki, che dà alla città un’aria da noir notturno. A mio parere è uno dei pochissimi casi in cui l’animazione 3D in un anime non è un compromesso di budget ma una scelta estetica consapevole.

Qualche calo di ritmo c’è, soprattutto nella gestione dei tempi della stagione finale, arrivata dopo una lunga attesa e con la necessità di condensare parecchio materiale. Chi ha letto il manga noterà scelte di adattamento discutibili. Ma sono difetti che, a mio avviso, non intaccano la forza complessiva dell’opera.

Se c’è una cosa che BEASTARS ha capito meglio di molti suoi contemporanei, è che l’adolescenza è una stagione predatoria: si ha fame di tutto, si ha paura di tutto e non si distingue quasi mai l’una dall’altra. Paru Itagaki (figlia d’arte, suo padre è Keisuke Itagaki di Baki, e si vede nella fisicità dei combattimenti) ha preso il vecchio espediente degli animali antropomorfi e ne ha fatto uno specchio scomodo e tenero insieme.

È un anime perfetto? No, e non credo volesse esserlo. È però uno di quei rari titoli che continuano a lavorarti dentro dopo i titoli di coda, facendoti domande a cui non sempre vuoi rispondere. Secondo me è da recuperare senza esitazioni, tenendo conto che è sconsigliato a chi cerca un intrattenimento leggero con animaletti carini. Qui gli animaletti hanno i denti, e sanno usarli.

 

John il boia Ruth

Sono Gilberto, alias John il boia Ruth, la mente che ha dato forma a questo progetto. Nella vita mi occupo di web: dal marketing alla grafica, dalla progettazione di siti ai Social Network. Ne I Cinenauti ho voluto fondere il mio lavoro, che amo, con la mia più grande passione, il cinema. Prediligo gli horror, meglio se estremi e disturbanti, i thriller, i fantasy e i film d'azione. Insomma divoro qualsiasi cosa cercando di non farmi condizionare dai pregiudizi.