
Chiariamo subito il titolo: si scrive BEASTARS, crasi di beast e stars. Non è un vezzo grafico, perché il nome indica il titolo onorifico che la società riserva all’animale più meritevole, una specie di guida morale capace di tenere insieme un mondo che si regge su un equilibrio fragilissimo. Tenetelo a mente: tutta la serie, in fondo, si chiede se una figura simile possa esistere davvero.
Il manga di Itagaki è uscito dal 2016 al 2020 in 22 volumi ha raccolto premi pesanti come il Manga Taishō, il Premio Culturale Osamu Tezuka come nuovo autore e il Kodansha Manga Award. L’anime, 48 episodi in tutto, si è chiuso nel marzo 2026 con la seconda parte della Final Season. Si può finalmente guardarlo dall’inizio alla fine senza attese su Netflix. E credo convenga farlo.
Siamo nella Cherryton Academy, un prestigioso istituto dove carnivori ed erbivori convivono secondo regole precise. È vietato mangiare carne e la convivenza civile è un dogma. Ai predatori si chiede di dimenticare di esserlo. Una notte però Tem, un alpaca del club di teatro, viene trovato sbranato. Il colpevole è certamente un carnivoro, e da quel momento ogni sguardo tra studenti diventa un sospetto.
Al centro c’è Legoshi, un lupo grigio che fa il tecnico delle luci e passa le giornate a farsi piccolo. Ha paura della propria mole, dei propri denti e soprattutto di ciò che potrebbe desiderare. Accanto a lui c’è Louis, un cervo rosso carismatico, stella del club e candidato naturale al titolo di Beastar, un erbivoro che ha fatto della forza di volontà la sua armatura. Poi c’è Haru, una coniglietta nana che la scuola ha già giudicato e che, a sorpresa, sembra l’unica a guardare la propria fragilità senza abbassare gli occhi.
Il primo incontro fra Legoshi e Haru è un cortocircuito. Il lupo non sa se quello che prova sia amore o fame, e la serie si guarda bene dal dargli (e dal darci) una risposta facile. Da qui parte un racconto che mescola dramma scolastico, indagine criminale, storia d’amore e discesa agli inferi, con una Zootropolis molto meno disneyana e molto più simile alle nostre città.

Il nucleo teorico di BEASTARS è, secondo me, una rilettura quasi letterale del Disagio della civiltà di Freud. La società di Itagaki funziona perché reprime. Il carnivoro deve negare la propria natura per essere accettato, e il prezzo di quella negazione è una tensione costante che prima o poi esplode. La serie non celebra l’istinto e non lo demonizza. Mostra piuttosto quanto sia ipocrita una civiltà che pretende di cancellarlo per decreto, senza mai offrire un linguaggio per elaborarlo.
Legoshi è il caso di studio perfetto. La sua gentilezza iniziale somiglia molto a un meccanismo di difesa: si rende invisibile per non doversi confrontare con ciò che è. La sua crescita non consiste nel diventare “buono”, visto che lo è già, ma nel diventare consapevole. È una distinzione sottile che molti shonen ignorano e che qui diventa il motore di tutto il racconto.
La tematica più coraggiosa, e per alcuni la più disturbante, è la sovrapposizione tra appetito e desiderio sessuale. In BEASTARS le due pulsioni si confondono di continuo. Il lupo che guarda la coniglietta non sa distinguerle, e l’anime ci costringe a guardare con lui. Itagaki prende la metafora del predatore sessuale e la rende letterale, fino a dare consistenza fisica a un’ambiguità che la narrativa sentimentale di solito leviga via.
Qui entra in gioco Haru, per me uno dei personaggi femminili più interessanti dell’animazione recente. Isolata e giudicata per la sua vita sessuale, Haru usa l’intimità come unica forma di potere e di affermazione in un mondo che, in quanto preda minuscola, la considera irrilevante. Non è mai né una vittima da salvare né una femme fatale da condannare. È una ragazza che ha capito presto quanto poco valga per gli altri e ha deciso di scegliere lei le regole del gioco. Il rapporto con Legoshi diventa così una negoziazione continua tra paura e fiducia, forse la rappresentazione più onesta del consenso che uno shonen abbia mai osato.

Un’ultima considerazione tecnica, perché qui la forma è parte del significato. Studio Orange, già autore del bellissimo Land of the Lustrous, ha trasformato la CGI, per anni la bestia nera degli appassionati di anime, in uno strumento espressivo di prim’ordine. I movimenti dei corpi, il peso di Legoshi, il tremore delle orecchie di Haru e l’uso di luci teatrali e controluce costruiscono una messa in scena quasi da palcoscenico. Pensate anche al primo opening in stop-motion su Wild Side degli ALI, un piccolo gioiello, e alla colonna sonora jazz di Satoru Kōsaki, che dà alla città un’aria da noir notturno. A mio parere è uno dei pochissimi casi in cui l’animazione 3D in un anime non è un compromesso di budget ma una scelta estetica consapevole.
Qualche calo di ritmo c’è, soprattutto nella gestione dei tempi della stagione finale, arrivata dopo una lunga attesa e con la necessità di condensare parecchio materiale. Chi ha letto il manga noterà scelte di adattamento discutibili. Ma sono difetti che, a mio avviso, non intaccano la forza complessiva dell’opera.
Se c’è una cosa che BEASTARS ha capito meglio di molti suoi contemporanei, è che l’adolescenza è una stagione predatoria: si ha fame di tutto, si ha paura di tutto e non si distingue quasi mai l’una dall’altra. Paru Itagaki (figlia d’arte, suo padre è Keisuke Itagaki di Baki, e si vede nella fisicità dei combattimenti) ha preso il vecchio espediente degli animali antropomorfi e ne ha fatto uno specchio scomodo e tenero insieme.
È un anime perfetto? No, e non credo volesse esserlo. È però uno di quei rari titoli che continuano a lavorarti dentro dopo i titoli di coda, facendoti domande a cui non sempre vuoi rispondere. Secondo me è da recuperare senza esitazioni, tenendo conto che è sconsigliato a chi cerca un intrattenimento leggero con animaletti carini. Qui gli animaletti hanno i denti, e sanno usarli.