Begotten di E. Elias Merhige non è un film da guardare: è un rituale da sopportare. Questo horror sperimentale del 1990, girato in un bianco e nero abrasivo e privo di qualsiasi dialogo, racconta la creazione del mondo attraverso immagini di autodistruzione divina, parto primordiale e violenza umana. Un'opera che divide radicalmente il pubblico, ma che una volta vista non si dimentica. Mai.
C’è un momento, nei primi minuti di Begotten, in cui lo spettatore si trova di fronte a una scelta esistenziale. Una figura mascherata, seduta in una stanza fatiscente, si sta letteralmente sventrando con un rasoio. Il sangue cola denso, le viscere fuoriescono, i rantoli riempiono il silenzio. Non c’è musica. Non c’è contesto. Non c’è pietà. E tu, dall’altra parte dello schermo, devi decidere: proseguo in questo incubo o mi ritiro nella rassicurante banalità del cinema convenzionale?
Se scegli di restare, E. Elias Merhige ti condurrà in un viaggio che pochi altri registi hanno osato intraprendere. Un viaggio che non rispetta le regole della narrazione tradizionale, che rinnega il concetto stesso di intrattenimento e che ti lascia, alla fine dei suoi settantotto minuti, con una sensazione di angoscia primordiale che fatica a dissolversi.
Raccontare la trama di Begotten significa inevitabilmente impoverirla. Il film opera su un piano che trascende la narrativa lineare, eppure una struttura esiste, ed è fondamentale comprenderla per penetrare il cuore pulsante dell’opera.
Nella prima sequenza, quella figura mascherata che si autodistrugge è identificata nei titoli di coda come “God Killing Himself”, ovvero Dio che si suicida. Dalle sue spoglie emerge una donna, anch’essa celata dietro una maschera, che rappresenta Madre Natura. Lei compie un atto insieme sacro e disturbante: masturba il corpo esanime della divinità defunta e utilizza il seme per fecondarsi. Da questo amplesso necrofilo e blasfemo nasce una creatura antropomorfa, contorta, che si dimena nel fango come un animale appena partorito. È il Figlio della Terra, l’umanità allo stato primigenio.
Ma il dono di Madre Natura viene tradito. Un gruppo di nomadi incappucciati scopre la creatura e la sottopone a torture indicibili. La madre tenta di proteggerla trascinandola via, ma entrambi vengono raggiunti, massacrati, smembrati. Eppure, dalla loro carne e dal loro sangue, germogliano piante e fiori. La vita rinasce dalla morte. Il ciclo si chiude.
Il titolo stesso, “Begotten” (il generato, il creato), ci avverte fin da subito che siamo di fronte a un’opera profondamente allegorica. Merhige attinge a piene mani dalla tradizione biblica, dalla mitologia pagana e dalle teorie gnostiche per costruire un cosmogonia personale e devastante.
L’autodistruzione di Dio rappresenta, nella mia lettura, un atto di sacrificio necessario affinché la creazione possa avere luogo. La divinità deve annientarsi perché dalla sua materia possa nascere il mondo. È un concetto che ribalta la Genesi tradizionale: qui Dio non crea con la parola, ma con la propria morte. Il verbo si fa carne solo attraverso la dissoluzione della carne stessa.
Madre Natura, a sua volta, non è una figura materna rassicurante. È una creatrice ferina e istintiva, che utilizza il corpo del padre morto come strumento di fecondazione. Il messaggio è chiaro: la vita nasce sempre dalla morte, la bellezza germoglia dalla putrefazione, l’ordine emerge dal caos più abietto.
Il Figlio della Terra, infine, rappresenta l’umanità nella sua condizione più vulnerabile. Nudo, tremante, incapace di comunicare, viene gettato nel mondo senza istruzioni e senza protezione. E gli uomini, quei nomadi mascherati che incarnano la società organizzata, non sanno fare altro che torturare e distruggere ciò che non comprendono.
Begotten non sarebbe l’esperienza devastante che è senza le scelte stilistiche coraggiose di Merhige. Il regista ha sottoposto la pellicola a un processo di ri-fotografia che ha richiesto oltre un anno di lavoro, ottenendo quel bianco e nero fortemente contrastato che conferisce alle immagini un aspetto logoro, consumato, quasi archeologico.
Non esiste una scala di grigi intermedia: le ombre divorano i dettagli, le luci abbagliano senza pietà. Questo approccio visivo ha una conseguenza precisa: lo spettatore fatica a comprendere cosa sta guardando. Le inquadrature strette frammentano i corpi, le figure si confondono con lo sfondo, il movimento diventa convulsione indistinta. È un cinema che rifiuta la chiarezza, che abbraccia l’ambiguità come principio estetico.
L’assenza totale di dialoghi trasforma Begotten in un film muto contemporaneo, ma la colonna sonora è tutt’altro che silenziosa. Merhige ha costruito un paesaggio sonoro fatto di cicalii ossessivi, lamenti umani, rigurgiti, acqua che scorre, ronzii di insetti. Ogni suono è stato registrato dalla natura e poi elaborato, distorto, stratificato fino a creare un ambiente acustico che penetra sotto la pelle e amplifica il senso di disagio viscerale.
È interessante notare che Begotten rappresenta l’opera prima di Merhige, un regista che successivamente avrebbe firmato film come L’Ombra del Vampiro (2000) e Suspect Zero (2004). La traiettoria artistica appare quasi paradossale: da un esordio così radicalmente sperimentale a produzioni hollywoodiane con star del calibro di Willem Dafoe e Ben Kingsley.
Eppure, chi conosce L’Ombra del Vampiro può riconoscere in quel film una continuità tematica con Begotten. L’ossessione per il confine tra vita e morte, la fascinazione per il mostruoso come specchio dell’umano, la capacità di trasformare il set cinematografico in uno spazio liminale dove le regole della realtà si sospendono.
Anche il cast di Begotten merita una menzione: Brian Salzberg, Donna Dempsey e Stephen Charles Barry erano tutti alla loro prima esperienza cinematografica. Le loro performance, se così possiamo definirle, sono prove di resistenza fisica più che recitazione nel senso tradizionale. I loro corpi vengono esposti, contorci, brutalizzati in modi che sfidano i confini tra finzione e realtà.
A distanza di oltre trent’anni dalla sua realizzazione, Begotten continua a esercitare un fascino oscuro su una nicchia di appassionati. Non è un film che si consiglia con leggerezza. Non è un’opera che si guarda per svago. È, piuttosto, un’esperienza che si affronta con la consapevolezza che qualcosa, dentro di noi, potrebbe cambiare.
L’influenza di Begotten si percepisce in molte produzioni successive: dai videoclip musicali più sperimentali (non a caso la band Marilyn Manson ha utilizzato spezzoni del film nel video di “Cryptorchid”) alle opere di registi come Gaspar Noé e Panos Cosmatos, che hanno ereditato quella volontà di spingere il cinema verso territori inesplorati e perturbanti.
Ma l’eredità più importante di Begotten, a mio parere, risiede nella sua capacità di ricordarci che il cinema può ancora essere pericoloso. In un’epoca di contenuti algoritmicamente ottimizzati per il massimo gradimento, un film che sfida attivamente lo spettatore, che lo respinge e lo attira con la stessa intensità, rappresenta un atto di resistenza culturale.
Begotten è, in ultima analisi, un viaggio visivo e visionario all’interno di un incubo. È un prodotto che probabilmente vi disgusterà e abbandonerete nei primi minuti, ma che d’altro canto potrebbe ammaliarvi con la sua sublime fotografia. In entrambi i casi, non lo dimenticherete.
Come recita la citazione che chiude l’articolo originale: “Come una fiamma che brucia l’oscurità, la vita è carne su ossa che si agitano sulla terra”. È una sintesi perfetta di ciò che Merhige ha voluto comunicare: la vita è un processo violento, la creazione è un atto di distruzione, e noi siamo tutti figli di quel fango primordiale che il Figlio della Terra calca nei suoi ultimi, strazianti momenti di esistenza.
Non consiglio Begotten a tutti. Lo consiglio a chi cerca nel cinema qualcosa di più di due ore di evasione. A chi vuole essere sfidato, disturbato, trasformato. A chi crede ancora che l’arte debba fare male per curare. Per tutti gli altri, esistono infiniti contenuti più rassicuranti. Ma una volta che avrete varcato la soglia di quella casa abbandonata dove Dio si sta uccidendo, non potrete più tornare indietro.
“Come una fiamma che brucia l’oscurità, la vita è carne su ossa che si agitano sulla terra“
Ultimo aggiornamento: 3 Gennaio 2026




