danza macabra & Funerailles

GENERE: horror, thriller
REGIA: Antonio Bido
Dopo Francesco Tassara con Cose Nere, Fulvio Wetzl con Rorret e Michelangelo Bertocchi con Atanomia Di Un Massacro, per l'ultimo appuntamento dell'Horror Tour la Mediateca Fregoso ha avuto il piacere di ospitare il regista padovano Antonio Bido e la compagna di una vita nonché valente sceneggiatrice di alcuni suoi lavori Marisa Andalò.
Bido, dopo l’esordio con alcuni mediometraggi dal taglio avanguardistico, ha lasciato la sua impronta sul thriller settantiano con due titoli cult come Il Gatto Dagli Occhi Di Giada del 1977 e Solamente Nero del 1978, rimanendo attivo per anni anche come documentarista al servizio delle forze armate; per l’occasione ha presentato il videoclip Danza Macabra del 2015 e Funérailles, il suo atteso ritorno al lungometraggio, due titoli che “flirtano” tra loro a cominciare dalla presenza di Axel Trolese da una parte in veste di protagonista e dall’altra in quello di curatore ed esecutore delle musiche.

Partiamo dunque dal corto: un pianista, mentre sta suonando la celeberrima Danza Macabra di Saint Saëns/Liszt, viene insidiato dalle Parche che vogliono farne un proprio burattino e dalla Morte che si imbelletta per sedurlo, in una partita a scacchi che diviene affermazione del talento artistico e della determinazione per esprimerlo compiutamente; assecondando il tocco virtuosistico di Trolese, Bido recupera già, negli effetti visivi e nei punti macchina arditi, quel tratto sperimentale giovanile che andiamo a ritrovare più compiutamente in Funérailles, dove è di nuovo un brano di Franz Liszt a fungere da innesco per uno “spartito” che prende le mosse da alcuni cenni autobiografici (in special modo, naturalmente, la passione del regista per il pianoforte) per poi deragliare in un cupo melodramma/noir screziato di elementi fantastici ed orrorifici.
Bido e la Andalò dissezionano lo sfacelo di una coppia, Miriam e Andrea (i bravi Alessandra Chieli e Fausto Morciano), entrambi artisti ma situati su cabotaggi differenti (lei ha fama internazionale, lui è un buon mestierante ma non ne eguaglia minimamente il talento), attraverso il tema portante del rifiuto della maternità (il sottotitolo recita significativamente Non Ti Voglio), dal quale consegue la difficoltà nell’accettare le scelte dell’altro in nome di un più alto ideale di benessere reciproco; tra piani temporali sfalsati e visioni inquietanti (elementi valorizzati da scelte di montaggio anticonvenzionali) affiora allora, a complicare i nodi del presente, un passato di traumi mai rimossi che, in un’ottica spietatamente circolare, si ripresenta e chiede il conto con un crescendo ossessivo sempre più parossistico: un “orco”, una madre castrante latrice dell’assunto che la piena realizzazione della donna debba passare necessariamente dal mettere al mondo un figlio (l’iconica Stefania Casini, che è davvero bello rivedere sul grande schermo), un desiderio di paternità che assume valenza compensativa rispetto ad una frustrazione che consuma lentamente l’anima.
Così l’amore, che già in partenza presentava tratti sottilmente sadomasochistici alla Mozart/Salieri – ma qui entrambi nelle vesti del “soccombente” (per dirla col grande Thomas Bernhard) – si fa infine tragico (come nel quadro della morte di Ofelia del pittore preraffaellita John Everett Millais, espressamente citato in una sequenza tra le più conturbanti e criptiche), ammantandosi di una componente brutale e ferina – ottimi come sempre gli effetti speciali del maestro Sergio Stivaletti nelle parti più truculente – (oppure, interpretando in chiave psicanalitica come suggerito nel vivace dibattito post-proiezione, si può leggere il tutto come l’incontro/scontro tra la parte maschile e quella femminile di una medesima persona).

Girato in quattro settimane con una cura ed un’eleganza degne di nota (Bido e il collaboratore Gianni Del Popolo hanno optato per un’alternanza di bianco e nero e di colore per scansionare i piani drammaturgici, sbizzarrendosi poi in effetti cromatici iperrealistici e in movimenti di macchina di notevole gusto estetico e giocati su prospettive sempre spiazzanti), Funérailles guarda con eguale deferenza al cinema claustrofobico e grottesco di Roman Polanski (in particolar modo la trilogia dell’appartamento – Repulsion, Rosemary’s Baby e L’Inquilino Del Terzo Piano -) e a quello noir e surreale di David Lynch (artista che Bido ha dichiarato di amare spassionatamente, e come dargli torto…), rifacendosi in particolar modo alla struttura a “nastro di Moëbius” di Strade Perdute (anche qui c’è un personaggio che all’inizio e alla fine suona ad un citofono…), senza dimenticare un archetipo come Viale Del Tramonto di Billy Wilder (con la narrazione ad opera di qualcuno già
morto).
Funérailles è un’opera complessa e affascinante, densa di possibili piani di lettura molto attuali, probabilmente apprezzabile in pieno dopo ripetute visioni (sarebbe doverosa, a questo proposito, una distribuzione in home video); l’auspicio è che possa rappresentare un nuovo inizio (difficoltà produttive permettendo, vista la condivisibile propensione di Bido nel non scendere a compromessi…) per un autore che ha ancora voglia di dare molto al nostro cinema.



