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i cinenauti recensioni film serie tv cinema Fora pal mont di Lorena Trevisan e Michele Pastrello

FORA PAL MONT

REGIA

Lorena Trevisan, Michele Pastrello

GENERE

Documentario

ANNO

2026

PAESE

Italia

DURATA

81 min

CAST PRINCIPALE

Sei testimoni, ultime sedonere di Claut, Cimolais ed Erto, nate tra il 1926 e il 1935

Partivano a piedi dall’alta Valcellina con la gerla o il carretto carichi di cucchiai di legno e tornavano settimane dopo, più libere di quando erano partite. Sono le sedonere, protagoniste di Fora Pal Mont (I passi rimasti), il documentario di Lorena Trevisan e Michele Pastrello che, dopo aver ottenuto riconoscimenti al Premio Vittorio De Seta e al Mediterraneo Video Festival, arriva nelle sale e negli spazi culturali da metà ottobre. Sei donne tra i novanta e i cento anni ci raccontano una storia di emigrazione femminile e di autonomia che i libri di storia hanno quasi sempre lasciato fuori.

Il nome di un cucchiaio, il nome di un destino

Tutto comincia da un oggetto piccolissimo. Nella parlata di Claut il sedòn è il cucchiaio di legno, e le sedonere erano le donne che vendevano questi cucchiai insieme a mestoli, portasale, pestacarne e tappi per botti, quasi sempre intagliati d’inverno dai mariti o dai padri. Più tardi arrivarono anche aghi, filo e merletti. Il titolo stesso del film viene dalla lingua di quelle valli: fòra pal mònt, cioè “fuori per il mondo”, è il modo in cui a Claut si diceva lasciare il paese per andare a vendere. A Erto dicevano dhì a girè, a Cimolais a le basse.

Mi sembra una scelta di grande lucidità. Invece di un titolo “da festival”, gli autori usano l’espressione con cui le protagoniste chiamavano la propria vita. La lingua è il primo archivio e, secondo me, il film lo sa bene.

Sei voci contro l’oblio

Il centro di Fora Pal Mont sono le testimonianze di sei donne tra i novanta e i cento anni. Da bambine o da ragazzine furono tra le ultime a percorrere le strade che portavano dai passi di Sant’Osvaldo e della Crous verso la pianura friulana, il Veneto, la Lombardia, l’Emilia, spesso fino a Trieste e all’Istria. Dormivano nei fienili, pagavano l’ospitalità dei contadini con un po’ di merce e trattavano sul prezzo con una bravura che le fonti dell’ecomuseo locale descrivono come proverbiale. In certi casi, per non farsi capire dai clienti, parlavano tra loro una specie di lingua segreta.

La giuria del Mediterraneo Video Festival ha dato al film la Menzione Speciale proprio perché lascia a queste donne “la possibilità di raccontarsi in prima persona”. Per me è questo il dato più importante. Il documentario storico ha una tentazione costante: la voce fuori campo onnisciente, lo storico che spiega, il testimone ridotto a illustrazione di una tesi. Qui, stando ai materiali di presentazione, vale il contrario: la memoria orale è la struttura stessa del racconto, sostenuta da un ampio patrimonio fotografico d’epoca e dalle immagini della Valcellina di oggi.

Un’autonomia che nessuno aveva previsto

Il punto più interessante, e politicamente meno scontato, è il paradosso su cui si regge il film. Le sedonere partivano per necessità, perché la montagna non bastava a sfamare le famiglie. Eppure proprio quel lavoro durissimo, considerato da uomini, diventava uno spazio di libertà. Mentre molte coetanee scendevano in città a fare le domestiche o le operaie nelle filande, dipendendo da padroni e raccomandazioni, le venditrici ambulanti in viaggio non avevano padrone. Gestivano i soldi, sceglievano i percorsi, conoscevano altri dialetti, altre case, altri modi di vivere.

Credo che qui il film vada oltre la memoria locale e parli del presente. Racconta un’autonomia femminile nata non da un’idea emancipatrice ma dalla pratica quotidiana della strada. Nella campagna veneta quelle donne erano guardate con sospetto proprio perché non stavano al loro posto. Mi pare una storia di indipendenza meno eroica e più concreta di tante altre: nasceva dai calli ai piedi e dalla capacità di contrattare.

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Tra De Seta e Revelli: una genealogia possibile

Non credo sia un caso che uno dei riconoscimenti più significativi arrivi dal Premio Vittorio De Seta. La giuria ha lodato il “rigore documentario e la sensibilità antropologica” del film. Chi conosce i cortometraggi che De Seta girò negli anni Cinquanta nel Sud contadino e marinaro, da Lu tempu di li pisci spata a Contadini del mare, sa quanto quel cinema abbia insegnato a guardare i mondi che stavano sparendo senza folklore e senza pietismo.

Ma il riferimento che mi è venuto in mente subito è letterario: Nuto Revelli e il suo L’anello forte, la raccolta di testimonianze delle contadine del Cuneese che nel 1985 rivelò quanto la storia della montagna e della campagna italiana fosse stata, di nascosto, una storia di donne. Fora Pal Mont sembra appartenere a questa famiglia. Per me è un cinema che si mette in ascolto e sceglie di non spiegare più del necessario.

C’è poi il territorio, che in questo caso non è mai neutro. Erto e Casso e la Valcellina hanno una memoria collettiva segnata da ferite profonde, a partire dal Vajont, e da uno spopolamento che ha svuotato le valli in pochi decenni. Raccontare le sedonere oggi vuol dire anche chiedersi che cosa rimane di una comunità quando se ne vanno gli ultimi testimoni. I passi rimasti, appunto.

Lo sguardo degli autori

La coppia alla regia unisce due sensibilità complementari. Michele Pastrello ha curato anche montaggio e fotografia, e arriva a questo progetto dopo un percorso che va dal cortometraggio 1485KHz al documentario 5 Donne (2022). Il suo interesse per i ritratti femminili, dunque, viene da lontano. Lorena Trevisan porta un lavoro di ricerca che le giurie hanno riconosciuto più volte come la vera spina dorsale del progetto. Completa il quadro la canzone originale “Feméne” del cantautore friulano Franco Giordani, un ponte in più tra il documentario e la cultura della regione.

A mio parere il rischio maggiore per un’opera come questa sarebbe stato l’eccesso di nostalgia: la montagna in cartolina, il passato come età dell’oro. Da quel che il progetto lascia intuire, e dal modo in cui la critica dei festival ne ha parlato, Trevisan e Pastrello sembrano aver evitato la trappola, raccontando la fatica insieme alla libertà e il distacco insieme al guadagno. Il giudizio definitivo, com’è giusto, spetta alla visione in sala.

Un percorso che continua

Il 2026 è stato un anno pieno per il documentario. È passato da Le Giornate della Luce, Nuovi Mondi Film Festival, Edera Film Festival, Mario Puzo Film Festival ed ETNOfilmFest, e ha ottenuto la Menzione d’Onore della Giuria al Premio Vittorio De Seta e la Menzione Speciale al 29° Mediterraneo Video Festival nel Cilento. Da metà ottobre comincia la fase più delicata e forse più bella: le proiezioni nelle sale e negli spazi culturali, spesso con gli autori presenti e con incontri con il pubblico. Nel frattempo sono usciti due trailer ufficiali, che offrono un primo sguardo sui luoghi e sulle testimonianze.

Secondo me è la sede giusta per un film così. Un documentario di memoria orale trova il suo pubblico nelle sale comunali, nelle biblioteche, nei circoli, dove qualcuno in platea alza la mano e dice “anche mia nonna…”. In un panorama che spesso scambia la storia per un contenuto da consumare in fretta, Fora Pal Mont sembra chiederci di rallentare e ascoltare, prima che quei passi smettano di lasciare traccia. Penso valga la pena di andarlo a cercare.

Vuoi saperne di più? Visita il sito del progetto cliccando qui.

John il boia Ruth

Sono Gilberto, alias John il boia Ruth, la mente che ha dato forma a questo progetto. Nella vita mi occupo di web: dal marketing alla grafica, dalla progettazione di siti ai Social Network. Ne I Cinenauti ho voluto fondere il mio lavoro, che amo, con la mia più grande passione, il cinema. Prediligo gli horror, meglio se estremi e disturbanti, i thriller, i fantasy e i film d'azione. Insomma divoro qualsiasi cosa cercando di non farmi condizionare dai pregiudizi.