
Immaginate un liceale timido che, invece di trasformarsi nel classico eroe muscoloso, diventa una mascotte peluche con una cerniera sulla schiena e un revolver in mano. Dentro di lui può entrare, letteralmente, una ragazza spietata a caccia della sorella. Gleipnir, seinen di Sun Takeda edito in Italia da Planet Manga, è uno degli oggetti fumettistici più straniant e coraggiosi degli ultimi anni: un’opera che fonde body horror, fanservice disturbante e trauma psicologico. Ma dietro l’estetica provocatoria si nasconde una riflessione seria sull’identità e sul desiderio. Ecco la mia recensione.
Shuichi Kagaya è, in apparenza, un liceale come tanti: introverso, mediocre nei voti, invisibile ai compagni. La sua unica particolarità è un segreto ingombrante. Shuichi può trasformarsi in una creatura mostruosa dall’aspetto paradossalmente infantile, una gigantesca mascotte da parco divertimenti dallo sguardo vacuo e inquietante, dotata di forza sovrumana. Il tutto completato da un dettaglio che diventerà il cardine dell’intera opera: una cerniera sulla schiena.
Quando Claire Aoki, brillante e apparentemente irreprensibile compagna di scuola, scopre il suo segreto, il destino dei due si salda in modo indissolubile. Claire, infatti, capisce di poter entrare dentro Shuichi, prendendo posto nel corpo-mostro e pilotandolo dall’interno come una sorta di operatrice di un mecha di carne. Ma la ragazza non cerca l’avventura: dà la caccia alla sorella, responsabile di un evento traumatico che le ha distrutto la famiglia. E per raggiungere il suo scopo è disposta a tutto, incluso usare Shuichi nei modi più umilianti.
Da qui prende il via un thriller soprannaturale in cui la coppia si ritrova coinvolta in una guerra sotterranea per il possesso di misteriosi gettoni legati a un alieno capace di esaudire desideri. È l’ossatura di quello che, sulla carta, sembrerebbe uno shonen d’azione. In realtà Gleipnir decostruisce quello schema fin dalle prime pagine.
Parliamoci chiaro: questo manga è un’opera profondamente polarizzante, e a mio avviso questo è un tratto voluto, non un incidente di percorso. Il fanservice è pervasivo, spesso invadente, e irrompe nei momenti di massima tensione narrativa. Il concept stesso, quello di Claire che si spoglia per infilarsi nel corpo di Shuichi attraverso la cerniera, è un dispositivo tanto sessualizzato quanto grottesco.
Molti lettori si fermano qui, respinti. E comprendo la reazione. Ma credo sia riduttivo liquidare Takeda come un semplice provocatore. La chiave, secondo me, sta nel disagio. Gleipnir non vuole eccitare in modo rassicurante: vuole mettere a disagio, sovrapporre l’attrazione al ribrezzo, il desiderio all’orrore. L’atto di “entrare dentro l’altro” è al tempo stesso il gesto più intimo immaginabile e una forma di violazione, di parassitismo, di perdita del confine corporeo. Il body horror e l’ecchi non sono due binari separati: sono la stessa cosa. È qui che l’opera diventa interessante, e dove il suo apparente cattivo gusto rivela un’intenzione tematica precisa.

Il titolo stesso è emblematico. Gleipnir, nella mitologia norrena, è la catena magica forgiata dagli dèi per incatenare il lupo Fenrir: sottile come un nastro di seta ma indistruttibile. Nel manga, questo simbolo rimanda al legame che unisce Shuichi e Claire, un vincolo che è al tempo stesso salvezza e prigionia. Quando Claire entra in Shuichi, i due condividono sensazioni, pensieri, memorie. Il concetto di “noi due siamo uno” (titolo non a caso di uno dei primi capitoli) diventa il motore filosofico dell’intera narrazione.
L’opera pone una domanda vertiginosa: fin dove arriva il mio io, e dove comincia l’altro? La fusione fisica dei protagonisti è la metafora, esplicita e disturbante, di ogni relazione di co-dipendenza. C’è chi mi accusa di sovra-interpretare, ma è difficile non leggere in questo meccanismo una riflessione sull’amore possessivo, sull’annullamento reciproco e sul confine labile tra intimità e annientamento identitario.

Tuttavia l’opera presenta anche dei limiti. La gestione del ritmo nella seconda metà si fa a tratti confusa, e la mitologia alle spalle dei gettoni e dell’alieno viene sviluppata in modo non sempre lineare, con spiegazioni che arrivano tardi e talvolta lasciano il lettore disorientato. Il finale, che non anticipo, ha diviso profondamente il pubblico. C’è chi lo trova coraggioso, chi frettoloso.
Il fanservice, inoltre, resta un ostacolo oggettivo: per quanto io sia convinto della sua funzione tematica, in diversi passaggi appare gratuito e sabota la tensione emotiva, un difetto sottolineato da molte recensioni internazionali.
Gleipnir non è un manga per tutti, e non pretende di esserlo. È un’opera visionaria, perversa e stranamente affascinante, un thriller psicologico travestito da action soprannaturale che ha il merito di osare dove altri restano nel seminato. Se cercate un fantasy d’azione rassicurante, guardate altrove. Se invece siete disposti ad accettare un’opera che vi mette a disagio per parlarvi di identità, desiderio e legami tossici, allora merita assolutamente una possibilità.
Il mio giudizio, che resta una mia opinione personale e non un verdetto assoluto, è quello di un’opera imperfetta ma autentica, di un autore che aveva qualcosa da dire e ha scelto di dirlo nel modo più scomodo possibile. E in un panorama editoriale spesso omologato, questo coraggio vale molto.