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Hellbound i cinenauti recensioni film serie tv cinema

HELLBOUND

DA UN'IDEA DI

Kyu-Seok Choi, Sang-ho Yeon

GENERE

drammatico, fantastico, horror

ANNO

2021

PAESE

Corea del Sud

STAGIONI

2

EPISODI

12

CAST PRINCIPALE

Yoo Ah-in, Kim Hyun-joo, Jeong Min Park, Jin-ah Won, Ik-joon Yang, Lee Dong-hee, Yang Ik-june

Cosa accade quando il soprannaturale irrompe nella vita quotidiana e la paura diventa strumento di potere? Hellbound, la serie coreana firmata Yeon Sang-ho, trasforma l’incubo di demoni venuti dall’Inferno in una lucidissima riflessione su fede, fanatismo e manipolazione mediatica. Disponibile su Netflix, l’opera ha conquistato pubblico e critica diventando un piccolo cult del cinema di genere asiatico. In questa recensione aggiornata analizziamo perché Hellbound resta, a parer mio, una delle proposte più stratificate e disturbanti del panorama seriale contemporaneo.

Dopo il fenomeno planetario di Squid Game, Netflix ha aperto le porte a un’ondata di produzioni coreane che hanno ridefinito gli equilibri dell’intrattenimento globale. In questo affollato panorama, Hellbound si è imposta come una delle proposte più meritevoli, capace di coniugare un impianto horror viscerale con una densità tematica fuori dal comune. Tratta dal webtoon dello stesso Yeon Sang-ho e di Choi Kyu-seok, la serie parte da una premessa tanto semplice quanto inquietante: una misteriosa entità appare ad alcuni esseri umani per annunciare l’ora esatta della loro morte. Allo scoccare del momento fatale, tre creature mostruose emergono dal nulla per massacrare, bruciare e trascinare la vittima all’Inferno.

L’incipit è un colpo allo stomaco. Un uomo seduto al bancone di un caffè, visibilmente terrorizzato, viene fatto a pezzi da tre demoni davanti a passanti increduli. È solo l’inizio di un meccanismo narrativo che, anziché concentrarsi sul “cosa”, sceglie di indagare il “come reagiamo”. Ed è qui che Hellbound rivela la sua vera natura: non un semplice racconto soprannaturale, ma un’autopsia spietata dei meccanismi sociali, religiosi e psicologici che governano la paura collettiva.

Il fulcro tematico della serie ruota attorno a La Nuova Verità, una setta religiosa guidata dal carismatico e ambiguo “Presidente” Jeong Jin-soo (un magnetico Yoo Ah-in). L’organizzazione strumentalizza le condanne soprannaturali, trasmettendo le esecuzioni in diretta streaming e dogmatizzando l’accaduto come volontà divina: Dio, stanco della corruzione umana, manderebbe questi segnali per spingere l’umanità verso la redenzione.

Come ogni movimento dogmatico, anche La Nuova Verità genera la propria frangia estremista: La Punta di Freccia, un gruppo di fanatici digitali che, esasperando il messaggio originario, semina violenza e morte. Non ufficialmente riconosciuti, ma indispensabili per il “lavoro sporco”, questi adepti accumulano un potere crescente. Attraverso queste due entità, Yeon Sang-ho costruisce una riflessione affilata sulla manipolazione delle masse: in una società sfiduciata, che non crede più nelle istituzioni né nella giustizia terrena, la religione diventa il terreno più fertile per il controllo. Solo Dio, sembra suggerire la narrazione, può garantire una punizione giusta. Ma quando anche Dio sbaglia? La risposta che la serie lascia intravedere è vertiginosa: forse abbiamo riposto la nostra fede in qualcosa che non esiste.

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Uno degli aspetti più attuali e perturbanti di Hellbound è la sua analisi del potere distruttivo dei social network. La Punta di Freccia incarna alla perfezione il fanatismo digitale contemporaneo: con un linguaggio trascinante e deformante, i suoi leader entrano nelle menti dei follower, alterano la realtà e plasmano i fatti a proprio uso e consumo, spingendo persone comuni a compiere atrocità di cui normalmente non sarebbero capaci.

Strettamente connessa a questo tema c’è la spettacolarizzazione del dolore. Le esecuzioni diventano show a pagamento, eventi mediatici a cui si assiste fisicamente o in diretta. Attraverso questa esibizione del dramma altrui, il potere si consolida instaurando un autentico regime del terrore. È difficile non cogliere il parallelismo con la quotidianità, dove i telegiornali mostrano immagini di morte con una leggerezza spesso disarmante. La Nuova Verità si rivela maestra nello scatenare il panico per poi proporsi come unica garante di ordine e sicurezza: un meccanismo che la Storia ha dimostrato innumerevoli volte, poiché un popolo impaurito perde la propria umanità e la capacità di discernere la verità.

A mio avviso, la chiave di lettura più potente di Hellbound risiede nella natura simbolica dei suoi mostri. Le creature venute dall’Inferno non sono semplici antagonisti horror: rappresentano qualsiasi evento portatore di caos, dalla guerra alle pandemie, dalle catastrofi naturali a ogni crisi capace di destabilizzare l’ordine costituito. Di fronte all’inspiegabile, l’essere umano reagisce dogmatizzando, costruendo intolleranza e perdendo la capacità di guardare oltre la propria convinzione. È una riflessione che, nel contesto post-pandemico in cui la serie è uscita, assume una risonanza quasi profetica.

La serie apre inoltre interrogativi etici di enorme portata, che meriterebbero saggi a parte: se Dio ordinasse di commettere atrocità, sarebbe lecito negarne l’esistenza? E coloro che uccidono nel nome del divino stanno comunque peccando? Sono domande che Hellbound non pretende di risolvere, ma che lascia decantare nello spettatore.

Dietro la macchina da presa c’è Yeon Sang-ho, già autore del magistrale Train to Busan, che conferma una mano sicura nel gestire tensione e ritmo. Il cast è di altissimo livello: oltre a Yoo Ah-in (memorabile in Burning, Voice of Silence e #Alive), troviamo Park Jung-min (Deliver Us from Evil) e una convincente Kim Hyun-joo nei panni dell’avvocatessa Min Hye-jin, unico personaggio realmente intenzionato a scoprire la verità dietro questi eventi.

L’unica pecca, se proprio vogliamo trovarne una, riguarda alcuni effetti speciali dei demoni, talvolta un po’ “caserecci” rispetto all’ambizione complessiva del progetto. Una sbavatura perdonabile a fronte di una scrittura così solida.

Quando recensii Hellbound per la prima volta, il finale lasciava troppe domande senza risposta, spalancando la porta a una inevitabile seconda stagione. Quella previsione si è poi avverata: la Stagione 2, arrivata su Netflix, ha provato a sciogliere alcuni nodi narrativi, sebbene con esiti che hanno diviso il pubblico. Resta il fatto che la prima stagione conserva intatta la propria forza dirompente, restando uno degli esempi più riusciti di horror sociale prodotto dalla Corea del Sud.

In definitiva, Hellbound non è una serie per chi cerca spaventi facili e dimenticabili. È un’opera stratificata, provocatoria e profondamente attuale, che usa il linguaggio del fantastico per parlarci di noi stessi e delle nostre paure più profonde. Un consiglio personale, naturalmente, che invito ogni spettatore a verificare con i propri occhi.

John il boia Ruth

Sono Gilberto, alias John il boia Ruth, la mente che ha dato forma a questo progetto. Nella vita mi occupo di web: dal marketing alla grafica, dalla progettazione di siti ai Social Network. Ne I Cinenauti ho voluto fondere il mio lavoro, che amo, con la mia più grande passione, il cinema. Prediligo gli horror, meglio se estremi e disturbanti, i thriller, i fantasy e i film d'azione. Insomma divoro qualsiasi cosa cercando di non farmi condizionare dai pregiudizi.

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