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Helldriver è il film che capita quando un genio degli effetti speciali decide di trasformare un litro di emoglobina finta in un manifesto politico. Diretto da Yoshihiro Nishimura, maestro dello splatterpunk giapponese, questo delirio del 2010 mescola zombie cornuti, motoseghe-spada e una satira feroce sul Giappone contemporaneo. Dietro l’eccesso visivo si nasconde un sottotesto sorprendentemente lucido su discriminazione, identità nazionale e famiglie tossiche. In questa recensione esploro perché Helldriver merita più di un’occhiata distratta, almeno secondo il mio personale punto di vista.
Esiste un sottogenere del cinema giapponese che sembra concepito per mettere alla prova la resistenza dello spettatore medio, e Yoshihiro Nishimura ne è probabilmente il sommo sacerdote. Reduce dal successo di culto di Tokyo Gore Police e dalla sua collaborazione come effettista per decine di produzioni splatter, con Helldriver Nishimura firma quello che potremmo definire il suo testamento estetico: un’opera che spinge l’eccesso fino al punto di rottura, salvo poi rivelare, sotto la patina di sangue e lattice, un’intelligenza tematica che molti liquidano troppo in fretta.
La trama, almeno sulla carta, è molto semplice e direi quasi scontata. Un meteorite si schianta sul Giappone settentrionale, scaricando nell’atmosfera una nube di cenere infetta che trasforma gli esseri umani in zombie dotati di corna ramificate, animati da una fame ingorda di carne umana e sangue. Il governo, incapace (come spesso vediamo nei film provenienti dalla terra del Sol Levante) di gestire la catastrofe, erige un enorme muro che divide la nazione in due: il Nord contaminato e il Sud “sano”. La giovane Kika (Yumiko Hara), dotata di un cuore artificiale e di una motosega-spada, viene reclutata per attraversare la zona infetta ed eliminare la fonte del contagio: sua madre Rikka, interpretata da una magnetica Eihi Shiina (volto indimenticabile di Audition di Takashi Miike).
Chi si avvicina a Helldriver cercando coerenza narrativa o realismo rimarrà inevitabilmente spiazzato. Il film è un flusso ininterrotto di iperbole visiva: arti amputati che diventano armi, geyser di sangue digitale, automobili costruite con cadaveri, e una sequenza finale che trasforma decine di zombie in una sorta di mecha volante gigante di carne. Tutto è volutamente artificiale, sopra le righe, quasi cartoonesco.
Ed è qui che, a mio avviso, si nasconde la prima chiave di lettura. L’eccesso in Nishimura non è mai gratuito nel senso pigro del termine: è un linguaggio estetico preciso, erede della tradizione del pinky violence anni Settanta e del cinema d’exploitation più sfrenato, ma filtrato attraverso la sensibilità postmoderna del cinema digitale giapponese degli anni Duemila. La sospensione totale del realismo non è un difetto, bensì una scelta programmatica: liberato dal vincolo della verosimiglianza, il film può permettersi di funzionare come pura allegoria.

È proprio nella stratificazione tematica che quest’opera si rivela molto più astuta di quanto la sua reputazione “trash” lasci intendere. Per comprenderne la portata, però, è necessario contestualizzarla nel preciso momento storico in cui nasce. Il 2010 è un anno in cui il Giappone, ancora prima del trauma collettivo di Fukushima dell’anno successivo, vive una stagione di profonda ansia identitaria: stagnazione economica cronica, crisi demografica, dibattiti sempre più accesi sull’apertura ai lavoratori stranieri e una destra nazionalista in fermento. Nishimura, che potremmo definire un autore istintivo più che programmatico, sembra assorbire queste tensioni e restituirle in forma di incubo grottesco, lasciando che il sottotesto emerga dalla materia stessa del film.
Il muro che divide il Giappone è l’immagine centrale e più carica di significato dell’intera opera. Non si tratta di un semplice espediente da film catastrofico: è un’architettura simbolica che taglia in due non solo il territorio, ma l’idea stessa di nazione. La separazione netta tra contaminati e non contaminati mette in scena, con brutale ironia, la paura xenofoba dell’alterità che attraversa la società giapponese, storicamente costruita attorno al mito dell’omogeneità etnica e ossessionata dal concetto di kegare, l’impurità rituale che la tradizione shintoista impone di tenere lontana dal corpo sociale. Il muro non protegge soltanto dai mostri: protegge l’illusione di una purezza identitaria che, nel mondo globalizzato, è ormai indifendibile. Ed è significativo che il confine non passi per i mari — la barriera naturale che ha plasmato per secoli l’insularità culturale giapponese — ma divida la nazione al suo interno. La minaccia, suggerisce Nishimura, non viene più da fuori: è già dentro, è già parte di noi.
Il vero colpo di genio satirico arriva quando il film smonta la dicotomia che esso stesso aveva costruito. Scopriamo infatti che molti cittadini “sani” del Sud desiderano segretamente diventare zombie, e che una parte della classe politica li difende come categoria sociale da tutelare, trasformandoli in bacino elettorale, in causa da sbandierare, in strumento di propaganda. Nishimura ribalta così il classico schema umani-contro-mostri del cinema di genere per costruire una caustica parodia del dibattito politico contemporaneo sull’immigrazione, sull’integrazione e sui diritti civili.
Quel che rende la satira particolarmente affilata è la sua ambivalenza. Il regista non offre un messaggio consolatorio né una morale rassicurante di stampo progressista. Gli zombie cornuti diventano una minoranza oppressa, certo, ma rimangono al tempo stesso una minaccia reale e divorante: la retorica che li circonda — protezione, sfruttamento, criminalizzazione, strumentalizzazione — riproduce in chiave grottesca tutti i meccanismi del discorso pubblico, tanto quello securitario quanto quello buonista. Nessuna fazione esce indenne dallo sguardo cinico del regista. I difensori degli infetti non sono mossi da genuina compassione, ma da opportunismo e calcolo; i loro persecutori, dall’altro lato, mascherano dietro la paura della contaminazione interessi economici inconfessabili. È una visione disincantata e nichilista della politica come teatro dell’ipocrisia, dove ogni causa apparentemente nobile nasconde un secondo fine. Sotto i litri di sangue, insomma, batte un cuore politicamente consapevole, per quanto camuffato dietro la risata e refrattario a qualsiasi schieramento.
Non meno significativo è il tema delle corna, forse l’invenzione visiva più densa di sottotesto dell’intero film. Gli infetti ne sono ricoperti, escrescenze ossee che deturpano e insieme “decorano” il corpo deviante. Ma il dettaglio cruciale è economico: la sostanza che le compone viene estratta, raffinata e immessa sul mercato nero come droga. Il corpo dell’altro, del diverso, del mostruoso, viene così letteralmente smembrato, mercificato e consumato.
Qui Nishimura tocca, forse senza piena premeditazione ma con indubbia efficacia, uno dei nervi scoperti del tardo capitalismo: la sua capacità di assorbire e monetizzare qualsiasi cosa, persino — anzi soprattutto — ciò che dovrebbe ripugnargli. La diversità che il discorso ufficiale criminalizza, il mercato la trasforma silenziosamente in profitto. È lo stesso meccanismo per cui la cultura contemporanea condanna a parole la trasgressione mentre la vende a caro prezzo come merce di consumo. Il corpo zombie diventa allora una potente metafora della spettacolarizzazione e del consumo della carne — e non sfugge l’ironia metacinematografica: lo stesso film che stiamo guardando è esattamente quel prodotto, splatter venduto al pubblico avido di eccessi. Nishimura, in altre parole, sembra consapevole di essere parte integrante della macchina che critica, e questa lucidità autoironica aggiunge un ulteriore strato di significato all’operazione.
Se l’impianto allegorico fornisce a Helldriver la sua spina dorsale concettuale, il suo nucleo emotivo risiede in una storia di trauma familiare di sorprendente intensità. Il conflitto tra Kika e Rikka non è un semplice espediente narrativo posto a giustificazione della violenza: è il vero motore drammatico dell’opera, ciò che le impedisce di ridursi a puro catalogo di efferatezze. La madre divoratrice — una Eihi Shiina in stato di grazia, capace di transitare dal sadismo più gelido a una fisicità quasi kabuki, teatrale ed eccessiva — incarna l’archetipo della genitrice cannibale, la figura mitologica e junghiana della Madre Terribile che divora la propria prole per affermare e perpetuare il proprio potere.
Questa figura affonda le radici in un immaginario culturalmente specifico. La tradizione giapponese pullula di donne-mostro mosse da rancore e possessività: dalle yūrei delle ghost story Edo alle onryō assetate di vendetta, fino alle madri soffocanti e divoranti che popolano l’horror contemporaneo nipponico. Rikka si inserisce in questa genealogia, ma Nishimura la spinge verso un’iperbole letterale: la madre non divora metaforicamente la figlia, la divora fisicamente, in un gesto che rende esplicito ciò che la psicoanalisi descrive in termini simbolici.
Da una prospettiva psicologica, l’intero film può leggersi come la messa in scena della lotta della figlia per emanciparsi da un legame tossico e fagocitante. E il dettaglio narrativo che condensa tutto questo è il cuore artificiale di Kika, costruito a partire dal corpo della madre stessa. Si tratta di un’immagine di rara potenza simbolica: per sopravvivere, per continuare letteralmente a battere, la protagonista deve portare dentro di sé un frammento di ciò che la opprime.
È la rappresentazione più cruda e perfetta del trauma transgenerazionale: ciò che ci ferisce non è qualcosa di esterno da cui possiamo semplicemente fuggire, ma una componente costitutiva della nostra stessa identità, innestata nel profondo, impossibile da espiantare senza morire. L’emancipazione di Kika, dunque, non potrà mai essere una rimozione netta del passato, ma una faticosa convivenza con la ferita, una negoziazione permanente con l’eredità materna. La motosega-spada con cui combatte non recide soltanto i mostri: è il tentativo, sempre incompiuto, di tracciare un confine tra sé e l’altra da cui proviene. E in questa lotta — lo confesso, è la mia interpretazione — Helldriver trova la sua dimensione più autenticamente toccante, capace di elevare il film ben al di sopra della pura esercitazione gore e di collegarlo a una tradizione narrativa che attraversa tutta la cultura giapponese, dalle ghost story classiche fino agli anime più disturbanti di autori come Kon o Anno.

Il film però, mi tocca ammetterlo, ha anche difetti evidenti: il ritmo è discontinuo, alcune sequenze si trascinano oltre il necessario, la qualità degli effetti digitali è volutamente posticcia ma in alcuni passaggi risulta semplicemente povera. La recitazione oscilla tra il geniale e il dilettantesco, e la durata della director’s cut mette a dura prova anche lo spettatore più indulgente.
È, in definitiva, un’opera che divide radicalmente il pubblico: la stessa scena che farà urlare di gioia l’appassionato di splatterpunk indurrà lo spettatore casuale a spegnere tutto dopo venti minuti. E questo, va detto, è esattamente ciò che Nishimura vuole. Il suo cinema è programmaticamente non inclusivo, fieramente di nicchia, costruito per un pubblico che parla la sua stessa lingua di sangue e ironia.
Helldriver è, secondo la mia opinione, uno dei vertici — nel bene e nel male — del cinema d’exploitation giapponese degli anni Duemila. Un’opera che chiede di essere guardata con la chiave interpretativa giusta: non quella del realismo o del buon gusto, ma quella dell’allegoria grottesca. Chi saprà superare la barriera dell’eccesso troverà un film che riflette con sorprendente acutezza sulla paura dell’altro, sul trauma generazionale e sulla mercificazione della diversità.
Non è cinema per tutti, e non pretende di esserlo. Ma nel suo essere irriducibilmente sé stesso, Helldriver merita un posto nel pantheon dello splatterpunk consapevole. Un consiglio: avvicinatevi con stomaco forte e mente aperta.