Giunta alla seconda prova dopo lo spiazzante Hai Mai Avuto Paura? Del 2023, Ambra Principato conferma con Invisibili, nelle sale dal 17 luglio distribuito da Fandango, un talento registico e di scrittura capace di esplorare le possibilità del genere al servizio di storie originali e di tematiche complesse.
Tommy, un adolescente tormentato la cui madre è ricoverata in una clinica a causa di seri disturbi psichiatrici, va a vivere al paese dei nonni; mentre sta seguendo la prima lezione nella sua nuova scuola, irrompe in classe una ragazza eccentrica che gli si avvicina con fare minaccioso rivendicando la proprietà del banco nel quale è seduto; questo avvenimento provoca in lui una forte reazione ansiosa che però i compagni e il professore sembrano non riuscire a spiegarsi: quest’ultimo, dopo un momento di sconcerto, riesce comunque a fatica a calmarlo. Nei giorni seguenti Tommy incontra di nuovo la giovane, che dice di chiamarsi Elise, e stabilisce con lei un legame fatto di attrazione e repulsione, sino a quando per caso scopre una verità
sconcertante…
Che quello di Ambra Principato, milanese con un diploma al Centro Sperimentale ed un passato in ambito pubblicitario, fosse un nome da tenere d’occhio lo avevamo già compreso dalla sua opera di esordio Hai Mai Avuto Paura? di due anni orsono, nella quale, ampliando lo spunto tracciato da quel virtuoso della parola scritta e della commistione spericolata di registri e suggestioni che risponde al nome di Michele Mari nel suo Io Venìa Pien D’Angoscia A Rimirarti, era riuscita a concepire con sorprendente classe un folk-horror “licantropico” incentrato nientemeno che sulla figura, sul contesto familiare e finanche, in senso lato, sul pensiero filosofico di un giovanissimo Giacomo Leopardi…

Ce lo conferma adesso con il suo secondo lavoro, in uscita il 17 luglio distribuito da Fandango: Invisibili, questo il titolo, mescola umori che vanno dal “coming of age” al dramma per sconfinare in una sorta di horror gotico dove cupezza e romanticismo la fanno da padroni; ma in questo cercare di nuovo una sua strada peculiare all’interno del genere (che guarda sì ai maestri del passato – qui volendo c’è qualcosa di Bava e di Freda – ma ne calibra la lezione su un “mood” più contemporaneo, alla maniera ad esempio di un Saverio Costanzo: non sono forse anche Tommy ed Elise due “numeri primi”?) e ribadendo tra l’altro un’indubbia abilità nel creare inquadrature eleganti e di sicura presa emotiva e visiva (grazie anche all’ottima fotografia di Davide Sondelli) senza mai lasciarsi tentare dal facile effettaccio (e la qualità del montaggio ad opera di Pietro Morana si giova senza dubbio della nota abitudine della regista di lavorare a monte con gli storyboard), la Principato ambisce ad introdurre, con sensibilità e maturità di scrittura, concetti importanti afferenti a temi quali la genitorialità, l’elaborazione del lutto, la malattia mentale e la socializzazione tra pari in età adolescenziale, con tutti i corollari rappresentati dal senso di inadeguatezza, di solitudine e dalle prevaricazioni striscianti.

Il grande Fernando Pessoa in una sua memorabile poesia diceva che “la morte è la curva della strada, morire è solo non essere visto”, ed ecco allora che qui il fatto di “vedere i morti” non viene usato come twist ormai trito e ritrito ma opportunamente inserito in un discorso più sottile e stratificato, che da un nucleo individuale si riverbera nel fondo di un torbido inconscio collettivo: se Tommy infatti aspira ad essere “invisibile” per fuggire da quel dolore che lo macera, “la farfalla” Elise è più “visibile” da morta in quanto presente nei pensieri, nei rimorsi, nelle frustrazioni, in sostanza nella cattiva coscienza di tutti quanti (e quando un flashback svela cosa sia successo davvero su quel ponte, paradossalmente comprendiamo ancor meglio la vitalità di questo personaggio, così sopra le righe e fragile allo stesso tempo, in rapporto al contesto deprimente…).
Forse il termine “follia” è solo la definizione con la quale la società respinge come un corpo estraneo chi non è omologato ed è percepito come “fallato”, e colui al quale viene appiccicato lo stigma non può far altro che assecondarlo, “recitando” anche la parte in qualche misura e magari traslando questa presunta incompiutezza in qualche forma d’arte – che siano disegni demoniaci alla Hieronymus Bosch, fotografie prive di persone (le Polaroid, il telefono a gettoni, le hit degli anni ottanta come Take On Me degli A-Ha danno conto di un’altra scelta interessante, ovverosia quella di ambientare il film in epoca “analogica”), una partitura di pianoforte incompleta o una natura (apparentemente) morta -, nell’attesa di arrivare ad accordare gli strumenti del vedere e del sentire per ritrovare l’armonia nel rapporto con chi ci ha concepito e con ciò che ci circonda, con chi se ne è andato e con chi è rimasto.
Invisibili diviene dunque, in definitiva, come si evince dal bel dialogo finale tra Tommy e la madre, un inno al fatto di poter imparare a riconoscere la bellezza del mondo tra le pieghe della sua complessità, delle sue storture, del suo mistero. Restano da elogiare i protagonisti, Justin Korovkin (già fulcro dell’opera prima della Principato nei panni del genio recanatese) e Sara Ciocca, due ragazzi ancora alla soglia della maggiore età ma con le facce e il talento giusti, i quali non a caso bazzicano da tempo quel cinema “altro” che a noi tanto piace (in ordine sparso, li abbiamo visti in Favolacce e America Latina dei fratelli D’Innocenzo, Io Sono L’Abisso di Donato Carrisi, Mimì Il Principe Delle Tenebre di Brando De Sica, Nina Dei Lupi di Antonio Pisu, Il Nido e A Classic Horror Story di Roberto De Feo – il secondo in collaborazione con Paolo Strippoli -: niente male direi…), senza dimenticare Zoe Nochi (Sara) e Pier Giorgio Bellocchio (il professor Mair).
Correte dunque in sala perchè questo è il cinema italiano che merita davvero di essere promosso e supportato.




