

Trionfatore della quinta edizione di Onirica Film Festival, Knockout di Pietro Graffeo è un corto in grado di soddisfare i palati più esigenti per la sua capacità di catturare l’essenza del thriller-noir dal taglio surreale anche attraverso un uso peculiare della fotografia.
Per un killer la pistola non è solo un arnese del mestiere ma una propaggine del proprio braccio, un oggetto che finisce per assumere un valore sentimentale e quasi feticistico, tanto da volerlo tramandare alle generazioni future: parte da qui Knockout di Pietro Graffeo – vincitore assoluto della quinta edizione di Onirica Film Festival (bissando così il successo ottenuto nel 2020 con Il Bacio) e premiato anche per la migliore fotografia -, mostrando la minuziosa procedura di pulitura e di assemblaggio di un’arma destinata in dono all’erede maschio di questo sicario senza nome, attempato e un po’ scarmigliato (interpretato con ottimo piglio da Ludovico Caldarera).
Ma questo gesto, concreto e simbolico allo stesso tempo, finisce per rappresentare, lungi dalle intenzioni paterne, un fardello insostenibile nella testa del giovane, che sente forse di non potersi affrancare da ciò che percepisce come un destino ineluttabile, ossia l’affiliazione al milieu criminale per obbligo di sangue; e allora, piuttosto che trascorrere la vita a guardarsi le spalle e ad uccidere gli altri, meglio rivolgere verso se stessi quel pezzo di ferro maledetto.
Eccolo qui il diretto al mento che mette ko anche il più scafato degli assassini, l’escrescenza purulenta che non si può più schiacciare e coprire con un cerotto – nonostante il corto sia prettamente ancorato al genere, in questo assunto non si può fare a meno di notare un sottotesto, se vogliamo, più “politico”, afferente alla denuncia di certe dinamiche mafiose, presenti a partire dal contesto familiare -; la bestia che uccide a sangue freddo ritorna uomo, costretto ora a confrontarsi con quel senso di colpa che aveva sempre tenuto a bada attraverso il cinico distacco e la pedanteria delle sue implacabili procedure: sarà capace di redenzione, o sceglierà di perseverare nella strada che conosce meglio?

Da queste premesse, Graffeo e il dop Stefano Scaglione allestiscono, grazie anche al sapiente “assemblaggio” del montatore Luca Fiammengo, un racconto nero “sghembo” e frammentato (scritto dallo stesso regista insieme ad Elisa Lo Giudice), immergendolo dentro un’atmosfera cupa e notturna ma “screziata” da una tavolozza cromatica di taglio iperrealista – specialmente nelle varie gradazioni di rosso, giallo, verde e blu – di grande impatto, ottenuta principalmente mediante l’uso di luci al neon, quasi a voler rappresentare una proiezione dello stravolgimento interiore del protagonista (questo utilizzo creativo del colore richiama un certo cinema thriller-horror italiano anni settanta, e lo ritroviamo poi in autori fondamentali come David Lynch, Lars Von Trier, Wong Kar-way, per giungere sino a Nicolas Winding Refn, Gaspar Noè, i fratelli Safdie, ecc.).
Knockout si impone dunque come un piccolo gioiello di grammatica filmica che ibrida il sogno allucinato di matrice lynchiana con derive pulp e splatter, innervato da suggestioni cinefile anche nel decor e nell’oggettistica (spiccano ad esempio la gigantografia di un “leoniano” Clint Eastwood e la spider Alfa Romeo del protagonista, auto presente in molte pellicole cult degli anni sessanta e settanta, una per tutte Il Laureato di Mike Nichols…), nonché da un gustoso tocco di humour nero (la scritta “ritorno al pulito” sulla borsa che contiene l’occorrente per lavare il sangue dei cadaveri dissezionati…): risultato che conferma Pietro Graffeo come una delle voci più interessanti ed originali del panorama indipendente nostrano.