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LEGAME MATERNO (corto)

REGIA

Simone Arrighi

GENERE

drammatico

ANNO

2025

PAESE

Italia

DURATA

15 min

CAST PRINCIPALE

Giulia Lippi, Edo Mallegni, Pavel Zelinskiy

“Legame Materno” di Simone Arrighi è un cortometraggio che osserva lo sfruttamento animale con occhi non addestrati e ci costringe a fare lo stesso. Attraverso il parallelismo tra la madre umana e la mucca, il film mette in scena l’istinto di protezione come forza universale, spogliata di ogni confine di specie. Un’opera intima e politica insieme, che affronta antispecismo, violenza domestica e la teoria criminologica di The Link. Disponibile su RaiPlay, ha già raccolto premi in numerosi festival. Ecco la mia lettura.

Il cortometraggio di Simone Arrighi parte da una domanda semplice e scomoda — e se accadesse a noi ciò che facciamo subire agli animali? — per intrecciare maternità, violenza domestica e coscienza etica in un racconto essenziale.

Ci sono forme di dolore che smettiamo di vedere perché le abbiamo trasformate in routine. È da questa cecità dell’abitudine che muove Legame Materno, cortometraggio ideato e diretto da Simone Arrighi, scritto insieme a Lorenzo Palombo. L’opera non chiede allo spettatore di imparare qualcosa di nuovo, ma di disimparare l’indifferenza: di tornare a guardare ciò che il pragmatismo adulto ha reso invisibile.

Silvia è un’ex allevatrice che ha scelto di cambiare vita. Ha lasciato l’azienda in cui lavorava insieme al marito — un uomo violento con lei e con gli animali — e ha denunciato gli abusi subiti. Ora prova a ricostruirsi in un borgo montano insieme al figlio Jacopo, otto anni, e a una vitellina di due mesi sottratta a quel passato. Il ritorno dell’uomo minaccia però l’equilibrio faticosamente raggiunto.

Il film non racconta soltanto la nascita di una consapevolezza: racconta la difficoltà, ben più dura, di difendere una libertà già conquistata.

Il cuore concettuale dell’opera è il parallelismo tra la madre umana e la mucca. Alla vacca da latte, spiega lo stesso Arrighi, viene imposta la forma di sfruttamento più crudele: farla figliare per produrre latte e sottrarle il cucciolo, senza che possa proteggerlo «come farebbe qualsiasi mamma di ogni specie».

Il merito del film è non spettacolarizzare questo dolore. Non occorre attribuire pensieri umani all’animale: basta riconoscere valore a un legame diverso dal nostro senza per questo considerarlo minore. La maternità diventa così il terreno su cui una domanda astratta si fa concreta e insostenibile.

In questa prospettiva si colloca l’orizzonte antispecista dell’opera: l’animale smette di essere risorsa produttiva e torna a essere individuo, con bisogni e affetti propri.

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Nel gesto di Jacopo che protegge la vitellina si concentra il conflitto tra empatia e consuetudine. Dove gli adulti vedono una prassi acquisita, il bambino riconosce una separazione ingiusta. Il suo sguardo non risolve nulla, ma sottrae all’abitudine la sua apparente naturalezza: costringe gli adulti a spiegare ciò che avevano smesso di mettere in discussione.

Silvia rappresenta il passo successivo, più impegnativo. Non le basta percepire l’ingiustizia: deve tradurla in una decisione che stravolge affetti, lavoro e quotidianità. Qui la maternità non è solo istinto, ma assunzione di responsabilità: prendersi cura significa anche rifiutare le condizioni che rendono possibile il danno.

Il marito riunisce sotto un’unica logica — il possesso — la violenza domestica e quella sugli animali. La chiave non è l’identità tra esperienze diverse, ma il meccanismo comune: negare autonomia a chi viene considerato proprietà.

È una prospettiva che dialoga con la teoria criminologica del “The Link”, che studia le connessioni tra maltrattamento animale e violenza interpersonale, incluso l’uso dell’animale come strumento di intimidazione nelle relazioni abusive. Va evitata però una lettura deterministica: riconoscere questa correlazione non significa affermare che il lavoro in un allevamento conduca automaticamente alla violenza domestica. Il film è più intelligente di così, perché lascia che sia il comportamento del personaggio, e non una tesi, a mostrarne la radice.

Lo stile è dichiaratamente essenziale: il film si libera di ogni orpello, riducendo i dialoghi al minimo e affidandosi all’immagine e al suono. Le inquadrature ad altezza di bambino, i primi piani, l’alternanza degli sguardi tra Silvia, Jacopo e la mucca costruiscono un’equivalenza emotiva prima ancora che intervenga la parola.

La luce naturalistica e la color scelta rifiutano la drammatizzazione artificiale; il contrasto tra gli spazi aperti e la penombra della stalla traduce visivamente la distanza tra una libertà visibile e una libertà davvero praticabile. I muggiti, i respiri, i passi sul terreno diventano un promemoria acustico costante: chiedono ascolto a ciò che la routine relega sullo sfondo.

Il rischio, in un impianto tanto esplicito, è che i personaggi si riducano a portavoce di una tesi. È il limite con cui l’opera deve fare i conti: la giusta urgenza della causa non coincide sempre con la sua piena riuscita cinematografica. Ma quando il film sceglie il gesto e il silenzio al posto della spiegazione, trova la sua forza migliore.

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La coerenza del progetto sconfina nella produzione stessa: riprese a Colognora di Pescaglia e al Parco dell’Orecchiella in cinque giorni, pasti esclusivamente vegetali sul set, costumi privi di fibre animali. E soprattutto la vicenda della vitellina protagonista, presa in allevamento per le riprese e poi – grazie all’impegno del regista con il sostegno di LAV Lucca – portata in salvo alla Casa degli Animali LAV di Castiglione del Lago.

Il corto, prodotto da Simone Arrighi con Carpe Diem, il Museo del Castagno di Colognora, Maria Angela Semenza e il Comune di Pescaglia, è disponibile su RaiPlay (puoi vedere il corto cliccando qui) nella raccolta Tulipani di seta nera. La distribuzione festivaliera è affidata a Premiere Film.

Legame Materno pone infine una domanda più esigente di un generico invito alla compassione: cosa siamo disposti a cambiare, una volta che abbiamo riconosciuto la sofferenza dell’altro? La sua forza non sta nella celebrazione dell’empatia, ma in quella distanza, spesso vertiginosa, tra il sentire e l’agire.

Premi vinti (aggiornati al 15/09/2026)

  • Toscana Filmmakers Festival (giugno 2026) – Premio del Pubblico
  • Grifo International Film Festival (marzo 2026) – Premio Migliore Sceneggiatura (Lorenzo Palombo)
  • Grifo International Film Festival (marzo 2026) – Premio Migliore Sceneggiatura (Simone Arrighi)
  • Asti International Film Festival (novembre 2025) – Premio Giuria Giovani, Asti Short Ita
  • Apulia Web Fest (Corato, Bari) – Miglior Colonna Sonora
  • Apulia Web Fest (Corato, Bari) – Green Award
  • Phlegraen Film Festival (Bacoli, Napoli) – Miglior Corto categoria Eco Short

(In concorso a novembre 2026 all’Animal Liberation Film Festival di Melbourne.)

John il boia Ruth

Sono Gilberto, alias John il boia Ruth, la mente che ha dato forma a questo progetto. Nella vita mi occupo di web: dal marketing alla grafica, dalla progettazione di siti ai Social Network. Ne I Cinenauti ho voluto fondere il mio lavoro, che amo, con la mia più grande passione, il cinema. Prediligo gli horror, meglio se estremi e disturbanti, i thriller, i fantasy e i film d'azione. Insomma divoro qualsiasi cosa cercando di non farmi condizionare dai pregiudizi.

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