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meatball machine kodoku

MEATBALL MACHINE KODOKU

REGIA

Yoshihiro Nishimura

GENERE

Horror, splatter, body horror, cyberpunk

ANNO

2017

PAESE

Giappone

DURATA

100 minuti

CAST PRINCIPALE

Eihi Shiina, Takumi Saitô, Ami Tomite, Maki Mizui, Yoji Tanaka

Esiste un cinema che non chiede il permesso. Meatball Machine Kodoku (2017) di Yoshihiro Nishimura è un’esplosione di sangue, lattice, metallo e umorismo nichilista che incarna l’anima più viscerale del body horror giapponese. Sequel spirituale del cult del 2005, questo film d’exploitation trasforma corpi umani in armi biomeccaniche grottesche. Tra splatter estremo, satira sociale e una sorprendente vena malinconica, Kodoku è un’esperienza per stomaci forti e cinefili curiosi. In questa recensione esploriamo perché resta un titolo imprescindibile per gli amanti del cinema di genere nipponico più radicale.

Ammettiamolo subito, perché sarebbe ipocrita girarci intorno: Meatball Machine Kodoku non è un film per tutti. È, anzi, programmaticamente costruito per respingere chiunque non condivida una certa idea di cinema, quella in cui il gore non è un effetto collaterale ma il linguaggio stesso dell’opera. Eppure, sotto i litri di sangue artificiale e gli arti che esplodono in geyser cremisi, si nasconde qualcosa di più interessante di quanto la superficie viscerale lasci intendere. Almeno, questa è la mia personale lettura.

Diretto da Yoshihiro Nishimura, vero e proprio patriarca dello splatter nipponico contemporaneo (suoi i make-up effects di Tokyo Gore Police e Tokyo Zombie), il film si pone come reboot/sequel dell’originale Meatball Machine del 2005, firmato da Yûdai Yamaguchi. Nishimura, però, non si limita a riproporre la formula: la ipertrofizza, la porta a un livello di delirio formale che rasenta il manifesto poetico. Il risultato è un’opera che funziona come una macchina spettacolare e, allo stesso tempo, come un curioso commento sulla condizione dell’individuo nella società giapponese.

La premessa narrativa è volutamente esile, quasi pretestuosa, e qui sta una delle scelte più consapevoli del film. Yuji Noda (interpretato da un eccellente Yôji Tanaka) è un esattore di crediti di mezza età, un uomo grigio, solitario, schiacciato dalla routine e dall’invisibilità sociale. La sua esistenza anonima viene stravolta quando misteriose “spore” aliene invadono la Terra, infettando gli esseri umani e trasformandoli in Necroborg: creature ibride mezzo carne e mezzo metallo, costrette a combattere all’ultimo sangue come marionette di un’entità superiore.

Quando Yuji e Kaoru, una giovane donna di cui è segretamente innamorato, vengono entrambi infettati, i loro corpi si trasformano in mostruose armi viventi. Il dramma, qui, assume una piega quasi commovente: i due sono costretti a combattersi pur provando affetto reciproco, prigionieri di una biologia impazzita. È in questa tensione tra desiderio e annientamento che il film, sorprendentemente, trova un suo cuore pulsante.

Da un punto di vista puramente tecnico, Kodoku è una dichiarazione d’amore agli effetti pratici. In un’epoca dominata dalla CGI levigata e asettica, Nishimura rivendica con orgoglio l’artigianalità del lattice, del silicone e del sangue finto. Le sue creature sono design barocchi, grotteschi, deliranti: trivelle al posto delle braccia, fauci dentate che spuntano dal petto, geometrie corporee che sembrano uscite da un incubo di H.R. Giger filtrato attraverso la sensibilità del tokusatsu più demenziale.

Questa scelta non è solo estetica ma profondamente filosofica. Il fascino del film risiede proprio nella sua fisicità tangibile: si percepisce il peso dei materiali, l’imperfezione orgogliosa del fatto a mano. È un cinema che esibisce il proprio trucco senza vergogna, in una sorta di patto di complicità con lo spettatore. Personalmente, trovo che questa onestà materica sia più coinvolgente di mille effetti digitali impeccabili ma anonimi.

Il montaggio è frenetico, a momenti quasi epilettico, e la fotografia abbraccia toni saturi e contrastati che esaltano il rosso del sangue contro le superfici metalliche. C’è una vena di demenzialità splatter che attraversa tutto il film, in cui l’orrore e la comicità diventano due facce della stessa moneta. Il body horror qui non spaventa: diverte, disgusta, stupisce, in un crescendo di trovate sempre più assurde.

meatball machine kodoku

Sarebbe però blasfemia liquidare Meatball Machine Kodoku come puro intrattenimento gratuito. A mio avviso, il film dialoga con una tradizione precisa del cinema giapponese, quella che da Shinya Tsukamoto (il Tetsuo del 1989 è ovviamente il nume tutelare) usa la mutazione corporea come metafora dell’alienazione moderna. Il corpo che si fonde con la macchina è l’immagine perfetta dell’individuo schiacciato dalla tecnologia e dalla società dei consumi. Non si tratta di un riferimento casuale: l’estetica del Necroborg, con quei cavi che lacerano l’epidermide e quel metallo che sembra crescere come un tumore organico, è figlia diretta di quella fusione carne-ferro che Tsukamoto codificò anni or sono. Nishimura, però, vi aggiunge una componente farsesca che dissacra il rigore quasi monastico del maestro, scegliendo la via dell’iperbole anziché quella dell’angoscia claustrofobica.

Non è un caso che il protagonista sia un esattore di crediti, una figura sociale invisibile e disprezzata, simbolo di un’umanità ridotta a ingranaggio. Il film insiste su questo punto fin dalle sequenze iniziali, quando vediamo Yuji trascinarsi in un quotidiano fatto di umiliazioni: la sua postura curva, lo sguardo basso, l’incapacità di dichiararsi a Kaoru che osserva da lontano. È un uomo che, prima ancora dell’invasione aliena, vive già una forma di morte sociale, ridotto a strumento meccanico di riscossione. La metafora, qui, mi sembra fin troppo trasparente per essere accidentale: il corpo-macchina che il film mostrerà nella seconda metà non fa che rendere letterale ciò che era già vero in senso figurato.

La svolta più interessante, però, arriva con la trasformazione in Necroborg, che diventa paradossalmente l’unica occasione per Yuji di esistere davvero, di provare emozioni intense, di lottare per qualcosa. C’è un momento che trovo particolarmente rivelatore, ed è quello in cui il protagonista, ormai mutato in arma vivente, sembra acquisire una goffa dignità guerriera che la sua vita borghese gli aveva sempre negato. La biologia impazzita lo libera, in un certo senso, dalle catene della normalità. È una lettura amara e affascinante: solo diventando mostro l’uomo invisibile trova finalmente la propria voce.

Ancora più toccante è la dinamica con Kaoru. Il film gioca con crudeltà sulla costrizione al combattimento tra i due infetti: il loro affetto reciproco si scontra con l’imperativo biologico di distruggersi a vicenda. La sequenza in cui i loro corpi, ormai grotteschi agglomerati di carne e metallo, si fronteggiano pur tentando di non colpirsi è probabilmente l’apice emotivo dell’opera. Sotto i geyser di sangue e le trovate splatter più sfrenate, Nishimura nasconde una piccola, struggente storia d’amore impossibile, in cui la fisicità mostruosa diventa l’ostacolo insormontabile a una tenerezza che non può mai esprimersi se non attraverso la violenza. È, se vogliamo, una versione cremisi e ipertrofica del classico amore contrastato.

C’è dunque una malinconia esistenziale che serpeggia sotto il grandguignol, un commento amaro sulla solitudine (non a caso “kodoku” in giapponese significa proprio solitudine) dell’uomo contemporaneo. Il titolo stesso, in questa prospettiva, diventa una chiave di lettura programmatica: non è solo l’isolamento di Yuji, ma quello di un’intera generazione di salaryman giapponesi, ingranaggi anonimi di una macchina sociale che li consuma e li sostituisce senza pietà. Il finale, che non svelerò per intero, gioca proprio su questa nota agrodolce, lasciando un retrogusto di mestizia che pochi film di questo genere osano concedersi.

Vale la pena notare anche la dimensione satirica che attraversa l’opera. Le entità aliene che muovono i Necroborg come pedine di un gioco crudele possono essere lette come una metafora delle forze invisibili (il mercato, il sistema produttivo, le gerarchie aziendali) che dispongono delle vite umane senza che queste possano opporsi. Gli infetti combattono e muoiono per il divertimento di spettatori superiori, in una messa in scena che ha il sapore di una feroce parodia del capitalismo dello spettacolo. Difficile non cogliere, in questa struttura, un’eco del nostro rapporto morboso con la violenza mediatizzata, noi compresi, che guardiamo il film proprio in cerca di quel sangue e di quegli smembramenti.

Naturalmente, è anche legittimo leggere tutto questo come una mia sovrainterpretazione: forse Nishimura voleva solo divertirsi a far esplodere teste, e ogni mia elucubrazione sulla solitudine del salaryman crollerebbe di fronte a una sua risata sorniona. Ma il bello del cinema di genere è proprio questa ambivalenza, la capacità di funzionare su più livelli simultaneamente: puro spettacolo viscerale per chi cerca l’adrenalina, e oggetto di riflessione per chi vuole grattare sotto la superficie. La grandezza, piccola ma autentica, di Kodoku sta forse proprio nel non costringerci a scegliere.

meatball machine kodoku

Sebbene ami alla follia quest’opera devo anche riconoscerne alcuni difetti, sebbene minori. Il ritmo, a tratti, si fa ripetitivo: la struttura a combattimenti successivi rischia la monotonia, e la sceneggiatura non è certo un capolavoro di profondità psicologica. Il budget limitato si nota in alcune soluzioni, e l’umorismo, marcatamente nipponico, potrebbe risultare ostico al pubblico occidentale. È un film che vive di eccessi e che, proprio per questo, può stancare chi non è sintonizzato sulla sua lunghezza d’onda.

Tuttavia, all’interno del suo specifico territorio, il cinema d’exploitation giapponese, Kodoku centra perfettamente i propri obiettivi. Non vuole essere un’opera d’autore raffinata, e non finge di esserlo.

Meatball Machine Kodoku è un’esperienza estrema, un concentrato di creatività splatter che premia chi sa apprezzare il cinema di genere più radicale. È un film imperfetto ma sincero, generoso nella sua follia, capace di alternare disgusto e tenerezza in modo inaspettato. Per gli appassionati di body horror, di effetti pratici e della scuola di Yoshihiro Nishimura, è una visione quasi obbligata. Per tutti gli altri, resta una curiosità da maneggiare con cautela. Il mio consiglio, in definitiva, è di affrontarlo con spirito ludico e stomaco saldo: ne uscirete divertiti, frastornati e, forse, sorprendentemente toccati.

John il boia Ruth

Sono Gilberto, alias John il boia Ruth, la mente che ha dato forma a questo progetto. Nella vita mi occupo di web: dal marketing alla grafica, dalla progettazione di siti ai Social Network. Ne I Cinenauti ho voluto fondere il mio lavoro, che amo, con la mia più grande passione, il cinema. Prediligo gli horror, meglio se estremi e disturbanti, i thriller, i fantasy e i film d'azione. Insomma divoro qualsiasi cosa cercando di non farmi condizionare dai pregiudizi.