
Home » Horror estremi (VM 18) » MEATBALL MACHINE (2005)

Sachiko viene infettata, e da qui il film assume la sua doppia natura: da un lato la spettacolarizzazione del gore più sfrenato, dall’altro la commovente disperazione di Yoji, disposto a tutto pur di salvare la donna amata. È in questa dialettica tra tenerezza e mostruosità che, secondo me, risiede il vero fascino del
È impossibile parlare di Meatball Machine senza evocare il fantasma di Shinya Tsukamoto e del suo seminale Tetsuo: The Iron Man (1989). Il tema della fusione tra carne e metallo, della corporeità violata e ricomposta in chiave industriale, è qui ripreso e rielaborato con uno spirito decisamente più ludico e meno filosofico. Dove Tsukamoto cercava l’incubo esistenziale, Yamaguchi e Yamamoto puntano dritti al divertimento splatter, alla meraviglia infantile di vedere quanti fluidi corporei possano essere proiettati verso la macchina da presa in un singolo fotogramma.
Gli effetti speciali pratici sono il vero cuore pulsante del film. In un’epoca ormai dominata dalla CGI, l’approccio artigianale di Meatball Machine ha qualcosa di nostalgico e quasi commovente: latex, protesi, marchingegni meccanici e litri di sangue finto sostituiscono la perfezione digitale con un’imperfezione tangibile, palpabile. I Necroborg sono creature dal design grottescamente affascinante, ibridi tra l’organico e l’arrugginito che ricordano tanto i mostri dei kaiju quanto le visioni cyberpunk di certi OVA anni ’80 e ’90. Personalmente trovo che proprio questa fisicità degli effetti sia ciò che rende il film così duraturo nell’immaginario degli appassionati.
l’opera.

Attenzione però a non commettere un errore imperdonabile: liquidare Meatball Machine come puro intrattenimento gore privo di significato. Sotto la superficie schizzata di sangue si nasconde, a mio avviso, una riflessione neppure troppo velata sull’isolamento sociale giapponese, su quella condizione di solitudine che fenomeni come gli hikikomori hanno reso tristemente celebre anche in Occidente. I protagonisti sono individui invisibili, incapaci di comunicare, e l’infezione aliena diventa metafora di una incomunicabilità portata all’estremo: solo quando i loro corpi vengono violati e trasformati in macchine da combattimento, paradossalmente, riescono a “toccarsi” davvero.
C’è dunque una lettura psicologica e sociale possibile, in cui la mutazione corporea rappresenta il tentativo disperato di connettersi con l’altro, anche a costo dell’autodistruzione. Il desiderio e la violenza si intrecciano in modo quasi inestricabile, in una danza che richiama certa filosofia cronenberghiana sul corpo come campo di battaglia dell’identità. Non voglio sopravvalutare le ambizioni intellettuali del film, ma ridurlo a mera carneficina sarebbe ingeneroso.
Allo stesso modo non sarebbe oggettivo da parte mia dipingere questo piccolo cult come un capolavoro assoluto. Il film soffre di evidenti limiti produttivi: il ritmo è a tratti sbilanciato, la recitazione altalenante e la regia, pur energica, non sempre riesce a mantenere la tensione nelle sequenze più dialogate. La seconda metà, interamente votata al combattimento, rischia di stancare lo spettatore meno avvezzo al genere, trasformandosi in una sequela di scontri che a tratti perdono di mordente narrativo.
Eppure, ed è qui che scatta l’affetto del cinefilo, questi difetti fanno parte del fascino. Meatball Machine non ha mai preteso di essere un film “importante”: è un’opera che conosce perfettamente la propria natura di cinema d’exploitation e la abbraccia senza vergogna. La sua durata contenuta (poco più di un’ora) è una scelta saggia, che evita di diluire eccessivamente un’idea per sua natura limitata.

A distanza di vent’anni, Meatball Machine si è ritagliato lo status di piccolo cult, oggetto di culto per gli appassionati del J-splatter e tassello di un movimento che avrebbe poi prodotto deliri ancora più estremi come Tokyo Gore Police o The Machine Girl. Il suo successo (relativo, beninteso) ha generato persino un seguito, Meatball Machine Kodoku (2017), a testimonianza di quanto questo immaginario sia entrato nel DNA del cinema di genere nipponico.
Lo consiglio? Dipende interamente da chi me lo chiede. Se cercate un dramma raffinato o una fantascienza cerebrale, statene alla larga. Ma se amate il cinema estremo, grottesco e profondamente sincero nella sua follia, allora questo film saprà regalarvi un’esperienza memorabile, a metà strada tra il disgusto e la tenerezza. È, in fondo, una storia d’amore raccontata con litri di sangue: e quanti film possono vantare un tale, perverso romanticismo? Resta, come sempre, soltanto la mia opinione di spettatore appassionato.