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VAMPIRE WARS | MORBUS D

titolo originale

Vampire Senzo

titolo giapponese

ヴァンパイヤー戦争 [ウォーズ]

titolo inglese

Vampire Wars (in VHS in Italia Morbus D)

soggetto originale

Kiyoshi Kasai

regia

Kazuhisa Takenouchi

Nazionalità

Giappone

Categoria

Seinen

genere

horror, soprannaturale, spy-story

studio di animazione

Kaname Productions

formato

Film OVA

Negli anni ’90 dell’OVA, l’home video concedeva libertà impensabili in TV. Morbus D, ovvero Vampire Wars (1990), nasce proprio lì: 55 minuti che frullano vampiri, agenti segreti, CIA ed esperimenti spaziali in un noir dal sapore hard-boiled. Diretto da Kazuhisa Takenouchi per la Toei Animation e tratto dai romanzi di Kiyoshi Kasai, è un cult dimenticato che merita una riesumazione critica. Ecco perché, secondo me, vale ancora un colpo d’occhio.

Mettiamola così: se vi dicessi che esiste un anime in cui un esperimento della NASA per trovare forme di vita extraterrestri finisce per richiamare sulla Terra un’orda di vampiri, probabilmente pensereste a una di quelle trovate deliziosamente sopra le righe che solo l’home video nipponico sapeva concepire. Avreste ragione. Morbus D parte esattamente da questa premessa folgorante: le creature attaccano una base americana, poi puntano dritte verso Parigi, sulle tracce di una ragazza dalle caratteristiche particolari, disseminando dietro di sé la classica scia di sangue. A sbrogliare la matassa viene incaricato Kozaburo Kuki, agente segreto speciale, archetipo perfetto del detective hard-boiled catapultato in un incubo soprannaturale.

Già da questa sinossi si capisce il DNA ibrido dell’opera. Non siamo davanti al solito racconto gotico di castelli e bare polverose: qui il mito vampiresco viene riletto attraverso la lente del thriller di spionaggio, con tanto di cospirazione globale, servizi segreti (la CIA in primis) e una guerra ancestrale tra umani e non-morti. È un’operazione tipica di un certo immaginario anni ’90, in cui la paranoia da Guerra Fredda appena conclusa si mescolava al fascino dell’occulto. Personalmente, trovo che questa contaminazione sia il vero motore d’interesse del titolo: il vampiro non è più solo mostro romantico, ma agente di una cospirazione planetaria.

Qui arriva, però, il nodo critico — e su questo voglio essere trasparente, perché è la mia lettura, non una sentenza. Vampire Wars è un one-shot di circa 55 minuti che tenta di comprimere il respiro di un’intera saga di romanzi. Il risultato è inevitabilmente schizofrenico: la materia narrativa di Kiyoshi Kasai — fitta di sottotrame, riferimenti esoterici e perfino l’accenno a una civiltà perduta di Mu — viene stipata a forza in un formato che non le rende giustizia.

Il ritmo frenetico diventa così l’arma a doppio taglio dell’opera. Da un lato garantisce un’esperienza intensa e adrenalinica, senza tempi morti; dall’altro sacrifica lo sviluppo dei personaggi secondari e la coesione dell’intreccio. Alcune suggestioni, come la già citata Mu, restano lì, sospese, come promesse mai mantenute. È il classico caso dell’OVA che funziona meglio come biglietto da visita di un universo narrativo che come opera autoconclusiva. Chi cerca profondità rimarrà a bocca asciutta; chi si accontenta di un’immersione rapida e atmosferica troverà pane per i suoi denti.

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Sul piano visivo, Morbus D porta addosso, con una certa dignità, i segni del tempo. Le animazioni sono discrete per l’epoca e per il formato — non aspettatevi le fluidità di un kolossal da grande schermo — ma c’è un elemento che eleva il comparto artistico: il character design. La firma di Hiroyuki Kitazume (volto noto a chi mastica l’universo Gundam e le produzioni del periodo) e di Hideki Hamasu (altro mostro sacro… provate ad inserire il nome su IMDb) garantisce volti espressivi e una linea elegante, in linea con la migliore tradizione di quegli anni.

L’uso dei colori cupi e di un sapiente gioco di ombre costruisce quell’atmosfera tesa e oscura che è, a conti fatti, il vero punto di forza del titolo. La regia di Takenouchi — che molti conosceranno per il successivo, lucidissimo Interstella 5555 con i Daft Punk — qui lavora di mestiere, puntando tutto sull’immersività noir più che sulla pirotecnica. La colonna sonora di Kazz Toyama è funzionale: non memorabile, ma capace di sostenere con efficacia le scene d’azione e i momenti di suspense, ricamando quel tono hard-boiled che permea l’intera operazione.

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Sarò onesto e brutale: questo non è un capolavoro, e dubito che convertirà lo spettatore moderno cresciuto a pane e Demon Slayer. Lo stile datato, sia nell’animazione sia in certe convenzioni registiche, è un filtro che non tutti supereranno. Ma sarebbe da stupidi giudicarlo con il metro dell’oggi.

Il suo valore, a mio avviso, è quello di un piccolo cult di nicchia, un tassello prezioso per chi ama esplorare l’anime vintage nelle sue declinazioni più adulte e sperimentali. È un’opera che parla a un pubblico specifico: gli amanti delle storie di vampiri mature e violente, i nostalgici dell’OVA anni ’90 e i collezionisti che trovano gusto nel riesumare titoli sfuggiti al grande pubblico. In questo senso, va dato merito a realtà di preservazione e divulgazione che salvano dall’oblio pellicole come questa: senza di esse, Morbus D/Vampire Wars sarebbe ormai un fantasma nella memoria, esattamente come i vampiri che mette in scena.

Il mio consiglio finale? Avvicinatevi a Vampire Wars con lo spirito giusto: non quello del critico in cerca della perfezione, ma quello dell’archeologo dell’immaginario, pronto a godersi 55 minuti ruvidi, sanguigni e affascinantemente imperfetti. A volte è proprio nell’imperfezione che si annida il fascino del cinema — e dell’animazione — di genere.

John il boia Ruth

Sono Gilberto, alias John il boia Ruth, la mente che ha dato forma a questo progetto. Nella vita mi occupo di web: dal marketing alla grafica, dalla progettazione di siti ai Social Network. Ne I Cinenauti ho voluto fondere il mio lavoro, che amo, con la mia più grande passione, il cinema. Prediligo gli horror, meglio se estremi e disturbanti, i thriller, i fantasy e i film d'azione. Insomma divoro qualsiasi cosa cercando di non farmi condizionare dai pregiudizi.

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