

Sotto la superficie di uno slasher motociclistico brasiliano, Motorrad (2017) di Vicente Amorim nasconde una fitta rete di rimandi che vanno ben oltre le intenzioni dichiarate della produzione. Ciò che si presenta come un survival movie di caccia all’uomo tra le gole della Serra da Canastra si rivela, a uno sguardo più attento, un territorio di risonanze mitologiche e cinefile — da Monte Hellman a Joseph Losey — che il film sembra evocare quasi senza saperlo. Una lettura che prova a ricostruire questo cortocircuito tra pulp e sostrato arcaico.
Un’opera sfuggente come Motorrad (2017), diretta dal brasiliano Vicente Amorim, dimostra con quanta efficacia il cinema di genere possa farsi organismo permeabile, capace cioè di trascendere le proprie convenzioni per accogliere risonanze filosofiche e allusioni filmiche inaspettate, addirittura inconsapevoli e per questo forse anche più preziose.
Nata da un’idea della produttrice Luiza Shelling Tubaldini, sviluppata con l’apporto dello sceneggiatore L.G. Bayão e del fumettista Danilo Beyruth, la pellicola si presenta in superficie come uno slasher di sopravvivenza viscerale e tattile: un gruppo di giovani centauri, guidati dall’arruffato e maldestro Hugo (Guilherme Prates) nel tentativo di affermare la propria maturità agli occhi del fratello maggiore (Emilio Dantas), si addentra nei paesaggi (superbamente fotografati da Gustavo Hadba) della Serra da Canastra (a sud-ovest di Minas Gerais), oltrepassando un muretto a secco che marca un chiaro “confine proibito”.
Lì, dopo un tuffo “rigenerante” in un lago isolato, la comitiva diventa la preda di una banda di motociclisti senza volto né voce, avvolti in tute nere, armati di catene e lame affilate, che danno il via a una spietata caccia all’uomo. Se l’intento primario della regia era quello di edificare un “rigoroso esercizio sensoriale” – attingendo all’atmosfera di Non aprite quella porta, alle geometrie motorizzate della serie di Mad Max nonché al rarefatto smarrimento paesaggistico di Gerry di Gus Van Sant -, la messa in scena finisce per spalancare crepe ben più profonde. Motorrad dialoga infatti sottotraccia con una cinefilia colta e ben dissimulata: richiama la parabola assurda della fuga in spazi sconfinati di Caccia sadica (1970) di Joseph Losey, evoca la minaccia stradale specchiata e sadica de L’agression (1975) di Gérard Pirès, fino a toccare le corde esistenziali e sospese de La sparatoria (1966) di Monte Hellman.

In questo cortocircuito tra attrattiva pop e tensione concettuale spicca la figura enigmaticamente ctonia di Paula (simile appunto per significato e funzione drammaturgica alla “viaggiatrice senza nome”, impersonata da Millie Perkins, nel visionario western di Hellman) interpretata da un’intensa Carla Salle dal fascino acerbo e occhi d’ossidiana. All’apparenza priva di motivazioni definite, la donna irrompe nella vicenda trasformandosi nell’incarnazione di “Ananke” (“Ἀνάγκη”), l’ineludibile Necessità della mitologia greca che piega persino gli Dèi.
Paula non offre spiegazioni, rifiuta ogni cedimento emotivo e spinge i ragazzi lungo un cammino di cruenta dissoluzione, anche identitaria. La narrazione si àncora così alle costanti del Mito e della “fiaba punitiva”: il lago violato richiama le acque infere dell’Averno o quelle dell’oblio del Lete – da cui il personaggio di Bia (Juliana Lohmann) beve fatalmente, sorda al monito di Paula -, mentre Hugo, che d’istinto rifiuta di tuffarsi e rimane sulla sponda, dimostra un’astinenza spontanea, quasi “ulisseica”, da tale declino.
Paula si muove come una Sibilla moderna o come la guardiana di un limen sacro, una soglia invalicabile tra il mondo profano e una dimensione ultraterrena, coordinando una liturgia di sangue eseguita dai suoi muti “sacerdoti meccanizzati” che paiono sorgere dal nulla. Che lo si interpreti come un puro viaggio emozionale sui traumi della crescita o come un’arcaica tragedia consumata su due ruote, Motorrad si conferma un incubo “rituale” di ferro e ruggine caratterizzato da una densità atmosferica rara, perfettamente capace di trasformare la polvere del Brasile in un deserto metafisico privo di via d’uscita.