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Sparire i cinenauti recensioni film serie tv cinema

SPARIRE (Corto)

REGIA

Duilio Scalici

GENERE

Dramma psicologico, fantastico esistenziale

ANNO

2026

PAESE

Italia

DURATA

9 min

CAST PRINCIPALE

Miriam Fricano, Federico Punzi

Un impiegato di call center vive giornate identiche, incastrate tra sveglia, cuffie, una birra solitaria e il ritorno a casa. Finché una notte incontra una ragazza smarrita che dice di essere immortale — e per lei l’eternità non è dono ma castigo. È il nucleo di “Sparire”, il cortometraggio di Duilio Scalici distribuito da Film dal Sottosuolo. In questa recensione cerchiamo di raccontare temi, atmosfere e la posizione del corto nella poetica del suo autore.

Il gesto più coraggioso di questo cortometraggio arriva quando meno te lo aspetti, e non ha nulla di spettacolare. Non c’è un mostro, non c’è un colpo di scena urlato: c’è solo una ragazza che, affacciata su una distesa di cemento, confessa di essere immortale e di soffrirne. È lì che “Sparire” di Duilio Scalici rivela la sua natura profonda…

Partiamo dall’inizio, perché la struttura di questo corto è tutta costruita su un contrasto. La prima parte è un esercizio di routine asfissiante: un giovane uomo — interpretato da Federico Punzi — si alza ogni mattina, si prepara, va a lavorare in un call center, esce, si beve una birra da solo, torna a casa. Il giorno dopo tutto ricomincia, identico. Ogni santo giorno. È una scelta di regia che conosco bene e che porta con sé un rischio evidente: rappresentare la noia senza essere noiosi è una delle sfide più ardue del cinema. Il cinema della ripetizione — penso a certe derive di Chantal Akerman con la sua Jeanne Dielman, dove il gesto quotidiano diventava ossessione ipnotica — vive di una tensione sottile, quella dell’attesa di uno scarto. E lo scarto, qui, arriva.

Una sera, rientrando, l’uomo trova una ragazza sola, apparentemente smarrita. La avvicina, la accoglie in casa. Da questo momento il registro cambia: “Sparire” smette di essere il ritratto sociologico di un impiegato alienato e diventa qualcos’altro, un apologo filosofico travestito da incontro notturno. I due parlano, e il dialogo — collocato sulla terrazza affacciata sulla giungla di cemento — è il cuore pulsante dell’intera operazione.

Il tema che emerge è quello annunciato dal titolo, ma declinato in modo tutt’altro che scontato. Sparire non significa semplicemente morire. Significa, nelle parole dei due personaggi, non lasciare alcun segno nella memoria di nessuno. È una definizione che trovo tra le più acute e dolorose che il cinema breve italiano recente abbia saputo formulare. La dimenticanza, non la morte, come vera cancellazione. Si può essere biologicamente vivi e già del tutto scomparsi, evaporati dalla coscienza altrui. È il terrore contemporaneo per eccellenza, in un’epoca che misura l’esistenza sulla visibilità e sull’impronta lasciata negli altri.

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Ed è qui che Scalici gioca la sua carta migliore. La ragazza — Miriam Fricano — si definisce immortale. Ma la sua immortalità non è la fantasia di potenza che il cinema di genere ci ha abituato a immaginare. È una pena, un castigo, non una gioia. L’eternità, per lei, è il peso insostenibile… sopravvivere a ogni legame, veder svanire chiunque abbia amato, di restare mentre tutto il resto sparisce ma al tempo stesso di perpetrare un ricordo per l’eternità sottraendolo all’oblio.

Questo ribaltamento è, a mio parere, la vera chicca di quest’opera. Perché mette in cortocircuito i due personaggi in una simmetria perfetta e tragica: lui, mortale, teme di non aver lasciato traccia di sé e di sparire; lei, immortale, non può svanire e per questo può ricordare tutto e tutti, essere l’unica testimone di infinite scomparse altrui. Sono due facce dello stesso dolore, due solitudini speculari che si sfiorano per una notte. Il fantastico, qui, non è mai spettacolo fine a sé stesso: è un dispositivo filosofico, un modo per interrogare il senso del lasciare o non lasciare un segno.

Mi viene in mente, per contrasto, la lunga tradizione letteraria e cinematografica che ha trattato l’immortalità come maledizione — dagli elfi malinconici alle riflessioni di Borges sull’immortale che ha smarrito ogni desiderio. Scalici raccoglie questa eredità e la cala in un contesto iper-contemporaneo, fatto di call center e birre solitarie, ottenendo un attrito interessante tra il mito e il precariato esistenziale dei nostri giorni.

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La scelta di ambientare il dialogo cruciale su una terrazza affacciata sulla città non è casuale, e la trovo particolarmente riuscita sul piano simbolico. Il panorama urbano di cemento diventa il terzo personaggio della scena: una distesa di finestre illuminate, ciascuna contenente un’esistenza che potrebbe sparire senza che nessuno se ne accorga. È l’immagine visiva perfetta del tema. La giungla di cemento non è più solo la prigione della routine mostrata nella prima parte, ma si trasforma in una mappa dell’oblio collettivo, in cui ogni luce è una potenziale scomparsa.

Veniamo alla mia lettura personale, un pensiero e non una sentenza. Il pregio maggiore di “Sparire” è la sua idea centrale: quel ribaltamento tra il mortale che ha paura di sparire e l’immortale che non può è un cortocircuito concettuale potente, capace di elevare il corto ben al di sopra del semplice ritratto di alienazione lavorativa che la prima parte lasciava temere. È una scrittura tematica matura, che ragiona sulla memoria e sull’oblio con una profondità non banale.

La mia impressione è nettamente favorevole. “Sparire” è un cortometraggio che ha qualcosa da dire e trova un’immagine forte per dirlo. In un panorama di cinema indipendente italiano spesso timido nelle idee, il coraggio di trasformare l’ansia dell’invisibilità in una parabola sull’immortalità come condanna è una scelta che rispetto e applaudo. È un’opera che, coerentemente col suo titolo, sceglie di non lasciare indifferenti — e in fondo è proprio questo il contrario dello sparire.

John il boia Ruth

Sono Gilberto, alias John il boia Ruth, la mente che ha dato forma a questo progetto. Nella vita mi occupo di web: dal marketing alla grafica, dalla progettazione di siti ai Social Network. Ne I Cinenauti ho voluto fondere il mio lavoro, che amo, con la mia più grande passione, il cinema. Prediligo gli horror, meglio se estremi e disturbanti, i thriller, i fantasy e i film d'azione. Insomma divoro qualsiasi cosa cercando di non farmi condizionare dai pregiudizi.

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