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THE MACHINE GIRL

REGIA

Noboru Iguchi

GENERE

Horror, azione, splatter, exploitation, revenge movie

ANNO

2008

PAESE

Giappone

DURATA

96 minuti

CAST PRINCIPALE

Minase Yashiro, Asami, Kentaro Shimazu, Nobuhiro Nishihara, Honoka

The Machine Girl (2008) è uno degli splatter giapponesi più scatenati del nuovo millennio. Diretto da Noboru Iguchi, racconta la vendetta di una studentessa che sostituisce il braccio mozzato con una mitragliatrice. Tra fontane di sangue, effetti pratici grotteschi, ironia tagliente e un fitto reticolo di citazioni cinefile, il film è diventato un autentico cult dell’exploitation. Una recensione tra body horror, revenge movie e omaggi al cinema di genere.

Ci sono film che non vanno compresi, ma semplicemente subiti, possibilmente con un sorriso a metà strada tra l’incredulità e il divertimento puro. The Machine Girl appartiene a questa stirpe orgogliosa di opere che fanno dell’eccesso la propria unica, irrinunciabile dichiarazione di poetica. Diretto da Noboru Iguchi nel 2008, questo piccolo gioiello dell’exploitation giapponese è, a mio parere, uno dei manifesti più sinceri di un cinema che ha smesso di vergognarsi della propria natura B-movie per trasformarla in arte popolare.

La trama, lo dico subito, è poco più di un pretesto. Ami (interpretata dalla gravure idol Minase Yashiro) è una liceale tranquilla che vive con il fratello minore Yu dopo il suicidio dei genitori, ingiustamente accusati di omicidio. Quando Yu viene brutalmente assassinato da un gruppo di bulli legati a una potente famiglia yakuza – i temibili Kimura, esperti di ninjutsu – Ami intraprende una spirale di vendetta che la porterà a perdere un braccio e a sostituirlo, com’è ovvio nella logica di questo universo, con una mitragliatrice automatica. Da qui in poi, è solo questione di contare i litri di sangue.

Parlare di The Machine Girl senza parlare del suo gore sarebbe come recensire un musical ignorando le canzoni. Iguchi, insieme al maestro degli effetti speciali Yoshihiro Nishimura (figura cardine del filone, futuro regista di Tokyo Gore Police), costruisce un universo in cui il corpo umano è una fontana inesauribile di emoglobina. Le arterie recise non sgorgano: esplodono, schizzano verso il cielo come geyser impazziti, ricoprendo pareti, volti e – inevitabilmente – lo spettatore in un’orgia cromatica che rasenta l’astrazione pittorica.

Ciò che trovo affascinante è la scelta consapevole di privilegiare gli effetti pratici rispetto alla CGI. Il sangue è palesemente finto, le protesi sono volutamente grottesche, e questo, lungi dall’essere un difetto, è il cuore pulsante della proposta artistica. Iguchi non vuole l’iperrealismo: vuole il cartone animato splatter, la fisicità tangibile e artigianale di un genere che affonda le radici nel cinema di Herschell Gordon Lewis e, naturalmente, nell’horror demenziale del primo Peter Jackson (impossibile non pensare a Braindead).

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Se c’è un aspetto che innalza The Machine Girl al di sopra del semplice esercizio di stile splatter, è la sua dimensione di cinefilia militante. Il regista non si limita a versare sangue: dissemina il film di omaggi e rimandi che trasformano la visione in una sorta di caccia al tesoro per appassionati del cinema di genere. Sono convinto che parte del piacere dell’opera risieda proprio nello scovare questi riferimenti, sparsi con affetto e malizia.

Il più sorprendente, per chi mastica cinema italiano, è probabilmente l’omaggio ad Antonio Margheriti: la scena in cui un ragazzo presenta un buco netto nel torace, attraverso il quale lo sguardo raggiunge Ami sullo sfondo, riprende quasi pedissequamente un’immagine analoga di Apocalypse domani (1980), uno dei tasselli più disturbanti del cinema di genere nostrano. Ma il tributo non finisce qui. La morte della madre di Ryota – uno degli aguzzini di Yu – avviene tramite una coltellata che le attraversa la nuca fino a far spuntare la lama dalla bocca: un omaggio diretto a Lucio Fulci e al suo Quella villa accanto al cimitero (1981), che conteneva una sequenza dalla geometria splatter quasi identica.

Lo spirito anarchico dell’horror demenziale americano trova spazio nel momento in cui Ami “indossa” per la prima volta la sua mitragliatrice: lo fa con un balzo, afferrandola al volo, in una posa che è una citazione palese dell’Ash di Bruce Campbell in L’armata delle tenebre (1992) di Sam Raimi. Un dettaglio che, secondo me, dichiara senza pudore quale sia il pantheon di riferimento di Iguchi.

Più sotterraneo e tipicamente nipponico è invece il rimando a Naked Blood (1995) di Hisayasu Satō: la tortura in cui la mano di Ami viene immersa nell’olio bollente trasformandosi in una grottesca tempura riecheggia la celebre sequenza in cui una ragazza, sotto effetto di una droga, frigge la propria mano e ne sgranocchia un dito. Un richiamo colto, destinato ai conoscitori del gore giapponese più estremo.

Non mancano poi gli ammiccamenti al cinema pop contemporaneo. Il nome del clan yakuza Hattori Hanzo è un evidente strizzare l’occhio al leggendario forgiatore di spade interpretato da Sonny Chiba in Kill Bill: Volume 1 (2003) di Tarantino – e la cosa assume un sapore quasi metalinguistico, considerando che lo stesso Tarantino è un divoratore compulsivo proprio di questo tipo di cinema. Infine, l’idea stessa della mitragliatrice come protesi dialoga apertamente con la Cherry Darling di Planet Terror (2007) di Robert Rodriguez, uscito appena un anno prima: una sincronia tematica che testimonia quanto certe immagini fossero, in quegli anni, letteralmente nell’aria della cultura cult globale.

Sarebbe però sbagliato etichettare quest’opera come puro intrattenimento gratuito. Sotto la superficie inzuppata di sangue, The Machine Girl dialoga con una tradizione nobile: quella del revenge movie giapponese, da Lady Snowblood alla saga di Zatoichi, passando per l’iconografia della donna vendicatrice che attraversa tutto il cinema nipponico. Ami è l’erede diretta di quelle eroine ferite e implacabili, riletta però attraverso il filtro grottesco e iperbolico del nuovo millennio.

C’è inoltre, secondo me, una sottile vena di critica sociale che attraversa il racconto. Il tema del bullismo scolastico – piaga reale e profondamente sentita nella società giapponese, dove il fenomeno dell’ijime ha conseguenze drammatiche – viene portato a conseguenze estreme e catartiche. La famiglia Kimura, con la madre psicopatica che si trasforma nella vera nemesi di Ami, incarna una visione caricaturale ma non casuale del potere corrotto e della violenza che si tramanda di generazione in generazione. Naturalmente, parliamo di una lettura che il film stesso non prende mai troppo sul serio, ed è proprio questa autoconsapevolezza a salvarlo dalla pretenziosità.

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Uno degli aspetti più memorabili è l’inventiva grottesca con cui Iguchi concepisce armi e morti. Oltre alla celebre braccia-mitragliatrice, il film regala alla storia del cinema bizzarro la “Drill Bra“. È in momenti come questi che la natura del film si rivela appieno: un cabaret della crudeltà dove ogni regola di buon gusto viene allegramente fatta a pezzi, letteralmente.

La regia, pur nei limiti di un budget evidentemente ridotto, dimostra un timing comico sorprendente. Le sequenze d’azione sono coreografate con un’energia frenetica che ricorda i toni del tokusatsu e dei vecchi sentai, mentre il montaggio gioca costantemente sul ribaltamento delle aspettative. Sangue e risata convivono in un equilibrio precario ma efficace.

Tuttavia, dopo ever elogiato il film fino ad ora, devo scrivere anche dei suoi difetti più evidenti. La recitazione è spesso legnosa, la sceneggiatura procede a singhiozzo e alcune sottotrame appaiono abbozzate. La protagonista Minase Yashiro, scelta più per il suo status di idol che per doti attoriali, restituisce una performance che definirei “funzionale” più che memorabile. Chi cerca profondità psicologica o raffinatezza narrativa resterà comprensibilmente deluso.

Ma giudicare The Machine Girl con questi parametri sarebbe, secondo me, fraintenderne completamente la natura. Questo è cinema che vive di istinto, di energia grezza, di un patto chiarissimo con lo spettatore: tu accendi il cervello in modalità “off”, e io ti regalo un’ora e mezza di delirio liberatorio. Da questo punto di vista, il film mantiene ogni promessa.

L’importanza storica va oltre i suoi meriti intrinseci. Insieme a Tokyo Gore Police (uscito lo stesso anno), questo film ha di fatto codificato una nuova ondata di splatter giapponese a basso costo, pensata per il mercato internazionale dell’home video e dei festival di genere. Un fenomeno che ha trovato terreno fertile soprattutto in Occidente, dove il pubblico cult ne ha decretato il successo, trasformandolo in un titolo imprescindibile per gli amanti dell’estremo.

In conclusione, The Machine Girl è esattamente ciò che dichiara di essere: un inno gioioso e sanguinario all’eccesso, un’esperienza che si ama o si detesta senza vie di mezzo. Quel ricchissimo tessuto di citazioni lo rende, a mio avviso, qualcosa di più di un semplice splatter usa e getta: è una dichiarazione d’amore al cinema di genere in tutte le sue forme. Non è un capolavoro, e non vuole esserlo. È qualcosa di forse più raro: un film perfettamente fedele a se stesso.

John il boia Ruth

Sono Gilberto, alias John il boia Ruth, la mente che ha dato forma a questo progetto. Nella vita mi occupo di web: dal marketing alla grafica, dalla progettazione di siti ai Social Network. Ne I Cinenauti ho voluto fondere il mio lavoro, che amo, con la mia più grande passione, il cinema. Prediligo gli horror, meglio se estremi e disturbanti, i thriller, i fantasy e i film d'azione. Insomma divoro qualsiasi cosa cercando di non farmi condizionare dai pregiudizi.

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