
Home » Horror estremi (VM 18) » ZOMBIE ASS | TOILET OF THE DEAD

Per capire Zombie Ass bisogna prima inquadrare il suo autore. Noboru Iguchi proviene dall’industria del pinku eiga, il cinema erotico giapponese, ma è esploso a livello internazionale con titoli come The Machine Girl (2008) e soprattutto come uno dei registi-feticcio della Sushi Typhoon, etichetta della Nikkatsu nata per esportare in tutto il mondo il J-splatter più scatenato. Stiamo parlando di quel filone che ha regalato perle estreme come Tokyo Gore Police o Helldriver, dove il gore non è mai realistico ma sempre iperbolico, fumettistico, volutamente artigianale.
A mio parere, questo è il primo dato da tenere a mente: Iguchi non vuole spaventare e non vuole nemmeno disgustare nel senso classico del termine. Vuole divertire attraverso l’eccesso, ribaltando ogni convenzione del buon gusto borghese. Chi si avvicina a Zombie Ass aspettandosi un horror serio sta sbagliando completamente sala.
La storia, se così vogliamo chiamarla, è di una semplicità disarmante. Un gruppo di giovani – tra cui la timida Megumi (Arisa Nakamura), tormentata dal ricordo della sorella morta – si avventura in una foresta alla ricerca ti una tenia che vive nelle carni di un pesce di torrente. Il motivo è che la bella Maki (Asana Momoru), nel suo tentativo di fare carriera nel mondo della moda, vuole cibarsene per poter dimagrire ed essere ancora più avvenente. Quello che trovano però è ben peggio: un villaggio infestato da parassiti intestinali mutanti che, attraverso una catena di contaminazioni a dir poco oscena, trasformano gli esseri umani in zombie.
Il dettaglio che dà il titolo all’opera, e che ne definisce tutta la poetica, è che questi vermi si insinuano e fuoriescono dal corpo umano attraverso la via meno nobile possibile, l’ano. Da qui un susseguirsi di scene che fanno della scatologia il proprio linguaggio espressivo primario. È cinema corporale portato al parossismo, dove il body horror di cronenberghiana memoria viene degradato (volontariamente) a barzelletta da bagno.

Il punto cruciale di qualsiasi analisi onesta riguarda gli effetti speciali. Gli effetti di Zombie Ass sono palesemente artigianali, sopra le righe, a tratti volutamente posticci. I vermi sembrano giocattoli di gomma, il sangue è di un rosso fumettistico, le mutazioni hanno la consistenza del lattice da fiera di paese.
Qui sta il nodo critico: tutto questo è un difetto o una scelta stilistica precisa? La mia opinione è che si tratti di una poetica deliberata. Iguchi appartiene alla scuola che recupera lo spirito dei B-movie anni Ottanta, l’estetica gloriosamente artigianale di un Sam Raimi de La Casa o delle prime opere di Peter Jackson come Bad Taste e Braindead. Non a caso, proprio quest’ultimo sembra il riferimento più diretto: come Jackson, anche Iguchi usa il gore demenziale come strumento di liberazione comica, dove la ripugnanza si trasforma in risata catartica.
C’è poi un sottotesto che mi pare interessante, anche se sviluppato con la sottigliezza di un martello pneumatico. Il film tocca temi come i disturbi alimentari e l’ossessione per il corpo: il personaggio della ragazza bulimica, Aya, viene punito narrativamente per il suo rapporto malato con il cibo. È satira sociale o semplice provocazione gratuita? Propendo per una via di mezzo, dove l’intento satirico esiste ma viene sommerso dalla volontà di scioccare a tutti i costi.
Da appassionato del genere, riconosco in Zombie Ass un fitto tessuto di riferimenti intertestuali. Il titolo internazionale, Toilet of the Dead, è una chiara parodia di Romero e della sua saga dei morti viventi. Ma laddove il maestro americano usava lo zombie come metafora politica e di critica al consumismo, Iguchi svuota completamente la figura del suo significato per ridurla a puro veicolo di gag corporali.
È un’operazione lecita? Cinematograficamente sì, anche se va detto con franchezza che il film non aspira ad alcuna profondità tematica. La regia è funzionale, il montaggio serve esclusivamente a costruire i tempi comici dello shock, e la fotografia rimane piatta e televisiva. Non troveremo qui la cura formale di un Takashi Miike dei giorni migliori, regista capace di alternare l’estremo all’autoriale. Iguchi gioca su un registro più basso e dichiaratamente pop-trash.

Veniamo al punto che ogni recensione di un’opera così divisiva deve affrontare con onestà: a chi è destinato questo film? Zombie Ass non è un’opera per tutti, e ribadisco che si tratta di una mia personale lettura. Funziona perfettamente in un contesto specifico: la visione di gruppo, magari in un festival di cinema di genere, con il giusto spirito goliardico e una soglia di tolleranza al cattivo gusto particolarmente elevata.
Per il cinefilo che ama il cinema d’exploitation, per chi ha fatto incetta di VHS proibite negli anni Novanta, per chi apprezza la dimensione camp e consapevolmente ridicola di certo cinema giapponese, questo titolo rappresenta un cult inevitabile. Per lo spettatore mainstream o per chi cerca tensione horror autentica, sarà invece un’esperienza respingente e forse incomprensibile.
Il principale merito di Zombie Ass è la sua assoluta coerenza: il film promette demenza estrema e mantiene la parola dall’inizio alla fine, senza mai tradire le aspettative. C’è anche una sorprendente energia kinetica nel finale, dove Iguchi tira fuori una sequenza d’azione marziale che strappa più di un sorriso ammirato.
I limiti, d’altra parte, sono evidenti. Il ritmo nella prima parte è altalenante, alcune gag si ripetono fino allo sfinimento e la totale assenza di una vera tensione drammatica fa sì che l’interesse possa calare nei momenti meno ispirati. La recitazione, infine, è funzionale al registro parodico ma non offre nulla di memorabile.
Zombie Ass: Toilet of the Dead è esattamente ciò che dichiara di essere: un delirio splatter-demenziale senza freni né pretese intellettuali. Giudicarlo con i parametri del cinema tradizionale sarebbe un errore metodologico. Va valutato all’interno della sua nicchia, quella del J-splatter estremo, e in quel contesto svolge dignitosamente il proprio compito provocatorio.
A mio modesto avviso, è un film che merita di essere visto almeno una volta da ogni vero appassionato di cinema di genere, fosse anche solo per testare i propri limiti e capire fino a dove possa spingersi l’immaginazione di un regista che ha fatto dell’eccesso una vera e propria filosofia produttiva. Non è un capolavoro, e non vuole esserlo. È un’esperienza, gloriosamente sopra le righe.