

Dopo tre film nei quali ha “smontato” e “rimontato” il thriller-horror all’italiana e il noir-western, il duo franco-belga formato da Hélène Cattet e Bruno Forzani rilegge ora il genere “eurospy” nel caleidoscopico Reflection In A Dead Diamond, confermando in pieno la sua statura autoriale.
All’alba degli anni sessanta si affacciano nelle sale i primi mitici film di 007, iconico agente segreto scaturito dalla penna di Ian Fleming, che conquistano il mondo con la loro miscela di intrigo, azione e glamour; sono anche i tempi in cui grandi autori come Magnus&Bunker e le sorelle Giussani rivoluzionano il fumetto nostrano creando personaggi cinici e violenti come Kriminal, Satanik e Diabolik, protagonisti di avventure a sfondo thriller-noir sfocianti sovente nel sadismo e nella morbosità; registi del calibro di Umberto Lenzi, Piero Vivarelli, Mario Bava, Antonio Margheriti, Sergio Sollima, pescano a piene mani da questo “serbatoio” declinando il tutto prevalentemente in chiave “pop” e dando il là ad un vero e proprio genere denominato “eurospy” – emblematica rimane la bislacca operazione “meta” di Alberto De Martino del 1967 Ok Connery, pellicola interpretata da Neil Connery, fratello del Bond per antonomasia Sean, oltre che da altri attori presenti a vario titolo nel franchise (Bernard Lee, Lois Maxwell, Adolfo Celi, Daniela Bianchi, Anthony Dawson) -, che finisce per comprendere anche le parodie di Franco e Ciccio sino, in senso più lato, l’incursione di Elio Petri nella fantascienza a sfondo di satira politica e di costume con un oggetto “alieno” che tuttora rappresenta un unicum nella storia del cinema italiano come La Decima Vittima: è da questo immaginario, corroborato con “spruzzate” di Hitchcock (in special modo Caccia Al Ladro), Di Leo (c’è un chiaro omaggio al ballo “hot” di Barbara Bouchet in Milano Calibro 9) e del Tarantino ultrasplatter di Kill Bill, che muovono Hélène Cattet e Bruno Forzani per la loro ultima folgorante fatica.
C’è questo John Diman (un carismatico Fabio Testi), fascinoso settantenne che dimora in un albergo di lusso (dove è in arretrato con i pagamenti della sua stanza…) e trascorre le giornate a sorseggiare drink in riva al mare e a rimirare le bellezze femminili; tra il sole a picco, lo sciabordio della corrente, le bollicine nel bicchiere e la visione languida e sensuale di due pietre preziose “incastonate” su un capezzolo (un incipit, va da sé, di fulgida potenza, tutto giocato sul sonoro e sull’alternanza tra fuoco e fuori fuoco…), arriva improvviso il “flash” che lo riporta ad una fase antecedente della sua vita (la versione giovanile è interpretata da Yannick Renier) allorquando, da provetta spia, si destreggiava in rocambolesche missioni lungo quella riviera nella quale ora è “spiaggiato” a godere il “buen retiro” (il film è stato girato in gran parte tra il ponente ligure e la Costa Azzurra): dunque i diamanti – una cascata, per rimanere in tema -, mesmerici, bramati, usati come arma di ricatto o arma vera e propria, nei cui riflessi si specchiano, si scompongono e si ricompongono le identità di ciascuno, e poi i mille travisamenti della misteriosa Serpentik (che da Satanik riprende pari pari il costume, oltre all’assonanza nel nome), nemica-amica inafferrabile eppure sempre così vicina, tanto che il pericolo sembra ripresentarsi a distanza di tanti anni in chissà quale foggia.
O magari no, il caro vecchio John era soltanto un attore belloccio da fotoromanzi lanciato come protagonista nella trasposizione di una popolare “striscia” in stile Segretissimo (anche il film omonimo di Fernando Cerchio può essere un altro riferimento, volendo) e poi repentinamente caduto in disgrazia, un po’ per autosabotaggio, un po’ per dinamiche di “botteghino”, tanto da subire lo smacco di dover assistere al successo del suo sostituto (nientemeno che al cinema Ariston di Sanremo, teatro del mitico Festival, laddove i due registi mettono in programmazione anche gli apocrifi Ercole Nero, Rabbia A Milano e Il Pistolero Cieco!).

E chi è quella donna enigmatica, interpretata da Maria De Medeiros, che sembra fare da trait d’union tra l’esistenza precedente e quella attuale, e può forse contribuire a dare un senso a tutto, ammesso che tutto abbia un senso? Cattet e Forzani, profondendo perle immaginifiche ad ogni sequenza, compongono un saggio vertiginoso e sottilmente parodistico sulla frammentazione dello sguardo e dell’io al limitare tra realtà, immaginazione e creazione artistica (intento evidente anche in un flusso dialogico che vede alternarsi francese, italiano, ed inglese); in tale contesto non mancano, implicitamente, di sottolineare la mercificazione di quest’ultima e la crudeltà dei meccanismi della “macchina spettacolo” in contrapposizione, oseremmo dire politica, con una spregiudicatezza senza compromessi a livello formale che sostanzia il sogno/incubo dentro il quale è dolce continuare ad abbandonarsi (vale per noi spettatori e a maggior ragione per i due registi), e che in definitiva è ciò per cui il cinema ha ancora un senso; lo stesso Testi sembra portato a riflettere con autoironia sulla propria carriera (quei diamanti infine falsi non rappresentano forse gli effimeri lustrini della fama?) e sulla fine di un certo tipo di “visione” autoriale e produttiva (si veda a questo proposito l’ultima inquadratura), tramite un dialogo inesausto, sfociante nel corto circuito, tra il sé persona in carne ed ossa, il sé mestierante/attore ed il sé personaggio della finzione scenica (“Allora mi vuoi dire chi sei?” “Togli questa maschera”).
Così, in un tripudio di soluzioni registiche che altri non si sognerebbero in un’intera carriera (sorrette dall’imprescindibile e come al solito superlativa fotografia del sodale “Manu” Dacosse e dal montaggio cinetico di Bernard Beets), contrappuntate, altra specialità della casa, da “lacerti” musicali pescati a piene mani nel nostro catalogo d’antan e ricontestualizzati in maniera assolutamente accattivante (si odono qua e là i temi di Morte Sospetta Di Una Minorenne, La Lucertola, Cani Arrabbiati, Orgasmo, Lo Strano Vizio Della Signora Wardh, naturalmente Calibro 9, nonché un paio di chicche più desuete come Nucleo Anti Rapina e Operazione K Sparate A Vista; la vera apoteosi viene però raggiunta con un’incredibile mattanza dentro ad un bar – nella quale, per lacerare le carni dei malcapitati, vengono utilizzati persino dei grossi ami da pesca fissati alle ciocche dei capelli! – al ritmo di 24000 Baci di Adriano Celentano…), Cattet e Forzani ci consegnano, con questo Reflection In A Dead Diamond, un altro cult istantaneo e continuano – dopo l’incursione nel giallo-horror settantiano del dittico Amer/L’étrange Couleur Des Larmes De Ton Corps (in italiano Lacrime di Sangue) e quella nel noir-western con Laissez Bronzeur Les Cadavres, adattamento del racconto di Jean-Patrick Manchette e Jean-Pierre Bastid – a perseguire con coerenza un loro originalissimo percorso, che parte sì dall’analisi filologica del genere (da qui le banalizzazioni che tendono a mettere in evidenza soltanto il mero lato citazionista) ma punta ad ampliarne a dismisura gli spunti rimasti in potenza attraverso lo sfruttamento di tutte le possiblità offerte dal linguaggio audiovisivo per farsi arte libera e totalizzante: idea di cinema, questa, che li pone di diritto tra gli autori più geniali e maggiormente riconoscibili (basta un’inquadratura per individuare il loro inconfondibile “tocco”, cosa non da tutti) del panorama contemporaneo.