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FEMALE YAKUZA TALE: INQUISITION AND TORTURE

REGIA

Teruo Ishii

GENERE

Pinky Violence, Yakuza Eiga, Exploitation

ANNO

1973

PAESE

Giappone

DURATA

86 minuti

CAST PRINCIPALE

Reiko Ike, Ryōko Ema, Tatsuo Endō, Kenji Imai, Hideo Murota

Nel sottobosco fertile e provocatorio del cinema d’exploitation giapponese degli anni Settanta, Female Yakuza Tale: Inquisition and Torture (1973) si pone come uno dei titoli più estremi e controversi del filone pinky violence. Diretto dal maestro dell’ero-guro Teruo Ishii e interpretato dall’iconica Reiko Ike, il film è il sequel diretto di Sex and Fury e rappresenta un tassello fondamentale per comprendere come la Toei seppe coniugare erotismo, violenza e critica sociale. Una pellicola che ancora oggi divide la critica tra chi la considera un cult imprescindibile e chi la liquida come puro voyeurismo.

Per comprendere appieno Female Yakuza Tale: Inquisition and Torture è necessario contestualizzarlo nel panorama produttivo giapponese dei primi anni Settanta, un’epoca in cui il sistema degli studios si trovava in profonda crisi a causa dell’avvento della televisione. La Toei, storicamente legata ai film di yakuza e ai jidaigeki, rispose con una strategia commerciale tanto cinica quanto efficace: il pinky violence, sottogenere che mescolava nudità, sangue, vendetta e personaggi femminili forti, in netto contrasto con il Roman Porno della concorrente Nikkatsu, più orientato al melodramma erotico.

In questo contesto, Teruo Ishii – già autore di capolavori del grottesco come Horrors of Malformed Men (1969) – fu chiamato a dirigere il sequel di Sex and Fury (diretto invece da Norifumi Suzuki). La continuità con il primo capitolo è garantita dalla presenza di Reiko Ike, scream queen del filone e icona di un’epoca in cui le attrici giapponesi accettavano ruoli al limite del sopportabile pur di affermarsi in un’industria spietatamente maschilista.

La protagonista Ocho Inoshika (Reiko Ike) è una giocatrice d’azzardo errante che si trova a indagare sulla misteriosa morte della sorella, vittima di un traffico di droga gestito da un clan yakuza corrotto. Il film segue la classica struttura del revenge movie orientale, ma Ishii la declina con uno sguardo particolarmente disturbante, inserendo sequenze di tortura che hanno reso il film tristemente celebre tra gli appassionati del genere.

La narrazione procede per quadri episodici, più che per una trama lineare: ogni scena sembra costruita per offrire allo spettatore un’esperienza sensoriale estrema, sia essa erotica, violenta o entrambe. Personalmente, trovo che questa frammentarietà – spesso criticata come difetto strutturale – sia in realtà coerente con la poetica visionaria di Ishii, regista che privilegiava l’impatto visivo rispetto alla coerenza drammaturgica. Naturalmente è una mia lettura, e capisco chi potrebbe considerarla una giustificazione a posteriori di limiti narrativi reali.

Uno degli elementi più affascinanti del film è la sua estetica visiva, che attinge a piene mani dalla tradizione dell’ero-guro nansensu (erotico-grottesco-nonsense), movimento culturale giapponese degli anni Venti e Trenta. Ishii cita esplicitamente le stampe ukiyo-e e i tatuaggi tradizionali (irezumi), trasformando il corpo femminile in una tela narrativa, letteralmente in alcune sequenze in cui i tatuaggi della protagonista raccontano storie parallele.

La fotografia alterna toni saturi e cromie violente a momenti di sobrietà quasi pittorica, mentre il montaggio gioca con accelerazioni improvvise tipiche del cinema d’azione asiatico dell’epoca. Le sequenze di combattimento, sebbene meno coreografate rispetto ai contemporanei film di Toshiya Fujita (Lady Snowblood), conservano una brutalità grezza che risulta più viscerale che spettacolare.

È impossibile parlare di Female Yakuza Tale: Inquisition and Torture senza affrontare la questione delle sequenze di tortura che danno il titolo al film. Si tratta di scene che ancora oggi suscitano dibattito tra critici e cinefili: alcuni vi leggono una denuncia della violenza patriarcale insita nella società giapponese del dopoguerra, altri le considerano puro voyeurismo misogino.

La mia posizione è ambivalente: ritengo che Ishii avesse effettivamente un’intenzione critica – le sue protagoniste sono sempre vittime che si trasformano in carnefici, secondo un arco narrativo di emancipazione violenta – ma è altrettanto vero che la lunghezza e il compiacimento con cui certe sequenze vengono filmate tradiscono una compiacenza che mal si concilia con qualsiasi lettura femminista. È un dibattito che il cinema d’exploitation porta con sé da sempre, e non pretendo di risolverlo qui.

Se l’opera conserva ancora oggi un suo fascino, gran parte del merito va a Reiko Ike, attrice dotata di un carisma magnetico che riesce a infondere dignità anche alle sequenze più al limite. La sua Ocho è un personaggio complesso: vendicatrice spietata ma anche figura malinconica, segnata da un destino tragico che la rende erede ideale delle eroine del chambara classico. Insieme a Meiko Kaji (la Lady Snowblood di Fujita e la Sasori della saga Female Prisoner), Ike rappresenta il volto più riconoscibile del pinky violence, una figura che ha influenzato registi successivi come Quentin Tarantino, il quale ha dichiarato apertamente il proprio debito verso questo cinema in Kill Bill.

A oltre cinquant’anni dalla sua uscita, Female Yakuza Tale: Inquisition and Torture rimane un’opera divisiva, riscoperta dalle distribuzioni home video occidentali (in particolare dalla benemerita Arrow Video) come testimonianza fondamentale di un’epoca cinematografica irripetibile. Il film ha contribuito a definire l’estetica del pinky violence e ha lasciato tracce evidenti in opere recenti come Sukiyaki Western Django di Takashi Miike o le già citate produzioni tarantiniane.

La sua ricezione critica contemporanea oscilla tra la rivalutazione operata dagli studi di genere – che vi leggono un complesso discorso sulla rappresentazione del corpo femminile nel Giappone post-bellico – e una più tradizionale analisi cinefila che ne riconosce i meriti formali pur denunciandone gli eccessi.

In definitiva, questo è un film che non si può consigliare a cuor leggero. Richiede uno spettatore consapevole, capace di contestualizzare le sue scelte estreme in un preciso momento storico e produttivo. Per chi si avvicina al cinema d’exploitation giapponese è una tappa quasi obbligata, per chi cerca un intrattenimento più convenzionale è probabilmente meglio rivolgersi altrove.

Personalmente, lo considero un’opera imperfetta ma affascinante, che merita di essere vista almeno una volta da chi ama esplorare i territori più oscuri della Settima Arte. Ma, come sempre, questa è solo la mia opinione: il cinema di Ishii è di quelli che si amano o si detestano, raramente lasciano indifferenti.

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John il boia Ruth

Sono Gilberto, alias John il boia Ruth, la mente che ha dato forma a questo progetto. Nella vita mi occupo di web: dal marketing alla grafica, dalla progettazione di siti ai Social Network. Ne I Cinenauti ho voluto fondere il mio lavoro, che amo, con la mia più grande passione, il cinema. Prediligo gli horror, meglio se estremi e disturbanti, i thriller, i fantasy e i film d'azione. Insomma divoro qualsiasi cosa cercando di non farmi condizionare dai pregiudizi.

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