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Per comprendere appieno Female Yakuza Tale: Inquisition and Torture è necessario contestualizzarlo nel panorama produttivo giapponese dei primi anni Settanta, un’epoca in cui il sistema degli studios si trovava in profonda crisi a causa dell’avvento della televisione. La Toei, storicamente legata ai film di yakuza e ai jidaigeki, rispose con una strategia commerciale tanto cinica quanto efficace: il pinky violence, sottogenere che mescolava nudità, sangue, vendetta e personaggi femminili forti, in netto contrasto con il Roman Porno della concorrente Nikkatsu, più orientato al melodramma erotico.
In questo contesto, Teruo Ishii – già autore di capolavori del grottesco come Horrors of Malformed Men (1969) – fu chiamato a dirigere il sequel di Sex and Fury (diretto invece da Norifumi Suzuki). La continuità con il primo capitolo è garantita dalla presenza di Reiko Ike, scream queen del filone e icona di un’epoca in cui le attrici giapponesi accettavano ruoli al limite del sopportabile pur di affermarsi in un’industria spietatamente maschilista.
La protagonista Ocho Inoshika (Reiko Ike) è una giocatrice d’azzardo errante che si trova a indagare sulla misteriosa morte della sorella, vittima di un traffico di droga gestito da un clan yakuza corrotto. Il film segue la classica struttura del revenge movie orientale, ma Ishii la declina con uno sguardo particolarmente disturbante, inserendo sequenze di tortura che hanno reso il film tristemente celebre tra gli appassionati del genere.
La narrazione procede per quadri episodici, più che per una trama lineare: ogni scena sembra costruita per offrire allo spettatore un’esperienza sensoriale estrema, sia essa erotica, violenta o entrambe. Personalmente, trovo che questa frammentarietà – spesso criticata come difetto strutturale – sia in realtà coerente con la poetica visionaria di Ishii, regista che privilegiava l’impatto visivo rispetto alla coerenza drammaturgica. Naturalmente è una mia lettura, e capisco chi potrebbe considerarla una giustificazione a posteriori di limiti narrativi reali.
Uno degli elementi più affascinanti del film è la sua estetica visiva, che attinge a piene mani dalla tradizione dell’ero-guro nansensu (erotico-grottesco-nonsense), movimento culturale giapponese degli anni Venti e Trenta. Ishii cita esplicitamente le stampe ukiyo-e e i tatuaggi tradizionali (irezumi), trasformando il corpo femminile in una tela narrativa, letteralmente in alcune sequenze in cui i tatuaggi della protagonista raccontano storie parallele.
La fotografia alterna toni saturi e cromie violente a momenti di sobrietà quasi pittorica, mentre il montaggio gioca con accelerazioni improvvise tipiche del cinema d’azione asiatico dell’epoca. Le sequenze di combattimento, sebbene meno coreografate rispetto ai contemporanei film di Toshiya Fujita (Lady Snowblood), conservano una brutalità grezza che risulta più viscerale che spettacolare.
È impossibile parlare di Female Yakuza Tale: Inquisition and Torture senza affrontare la questione delle sequenze di tortura che danno il titolo al film. Si tratta di scene che ancora oggi suscitano dibattito tra critici e cinefili: alcuni vi leggono una denuncia della violenza patriarcale insita nella società giapponese del dopoguerra, altri le considerano puro voyeurismo misogino.
La mia posizione è ambivalente: ritengo che Ishii avesse effettivamente un’intenzione critica – le sue protagoniste sono sempre vittime che si trasformano in carnefici, secondo un arco narrativo di emancipazione violenta – ma è altrettanto vero che la lunghezza e il compiacimento con cui certe sequenze vengono filmate tradiscono una compiacenza che mal si concilia con qualsiasi lettura femminista. È un dibattito che il cinema d’exploitation porta con sé da sempre, e non pretendo di risolverlo qui.
A oltre cinquant’anni dalla sua uscita, Female Yakuza Tale: Inquisition and Torture rimane un’opera divisiva, riscoperta dalle distribuzioni home video occidentali (in particolare dalla benemerita Arrow Video) come testimonianza fondamentale di un’epoca cinematografica irripetibile. Il film ha contribuito a definire l’estetica del pinky violence e ha lasciato tracce evidenti in opere recenti come Sukiyaki Western Django di Takashi Miike o le già citate produzioni tarantiniane.
La sua ricezione critica contemporanea oscilla tra la rivalutazione operata dagli studi di genere – che vi leggono un complesso discorso sulla rappresentazione del corpo femminile nel Giappone post-bellico – e una più tradizionale analisi cinefila che ne riconosce i meriti formali pur denunciandone gli eccessi.
In definitiva, questo è un film che non si può consigliare a cuor leggero. Richiede uno spettatore consapevole, capace di contestualizzare le sue scelte estreme in un preciso momento storico e produttivo. Per chi si avvicina al cinema d’exploitation giapponese è una tappa quasi obbligata, per chi cerca un intrattenimento più convenzionale è probabilmente meglio rivolgersi altrove.
Personalmente, lo considero un’opera imperfetta ma affascinante, che merita di essere vista almeno una volta da chi ama esplorare i territori più oscuri della Settima Arte. Ma, come sempre, questa è solo la mia opinione: il cinema di Ishii è di quelli che si amano o si detestano, raramente lasciano indifferenti.
