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LE PALUDI DELLA MORTE

REGIA

Ami Canaan Mann

GENERE

Thriller, drammatico

ANNO

2011

PAESE

USA

DURATA

109 min

CAST PRINCIPALE

Sam Worthington, Jeffrey Dean Morgan, Jessica Chastain, Chloë Grace Moretz, Jason Clarke

“Le paludi della morte” (Texas Killing Fields, 2011) è un thriller investigativo diretto da Ami Canaan Mann, figlia del leggendario Michael Mann, e ispirato ai reali cold case delle “Killing Fields” del Texas. Con Sam Worthington, Jeffrey Dean Morgan e una giovane Jessica Chastain, il film è un noir paludoso e umido, sospeso tra procedural e dramma esistenziale. Un’opera dall’atmosfera magnetica ma dalla sceneggiatura sfilacciata, che divide critica e pubblico. In questa recensione ne esploriamo pregi, difetti e il senso di quel finale amaro.

Ci sono film che nascono con un peso specifico enorme sulle spalle e devono conviverci per tutta la loro durata. “Le paludi della morte” è uno di questi. Il nome che campeggia tra i produttori è quello di Michael Mann, il maestro di Heat e Collateral, l’uomo che ha reinventato l’estetica del crime urbano contemporaneo. Dietro la macchina da presa, però, non c’è lui, ma sua figlia Ami Canaan Mann, al suo secondo lungometraggio. Ed è impossibile, guardando questo film, non giocare al gioco delle somiglianze e delle differenze, un esercizio tanto affascinante quanto, temo, ingiusto nei confronti dell’opera.

Partiamo dai fatti. La sceneggiatura, firmata dall’ex agente della DEA Donald F. Ferrarone, affonda le radici in una storia vera e agghiacciante: le cosiddette Texas Killing Fields, un’area paludosa lungo la baia di Galveston dove, tra gli anni Settanta e i Novanta, furono ritrovati i corpi di numerose giovani donne, vittime di omicidi rimasti in larga parte irrisolti. È questo, a mio avviso, il vero protagonista del film: il luogo. Le paludi texane, con le loro raffinerie petrolifere sullo sfondo, i canneti fradici e il cielo perennemente plumbeo, diventano un personaggio a tutti gli effetti, un ventre oscuro che inghiotte i corpi e le speranze. La curiosità gustosa è che, in origine, la regia era stata proposta a Danny Boyle, che declinò definendo il progetto “troppo cupo”. Boyle non aveva tutti i torti.

La cosa che più mi ha colpito, e che credo rappresenti il maggior pregio del film, è la fotografia e la costruzione dell’atmosfera. Ami Canaan Mann eredita chiaramente l’occhio del padre per la texture visiva, per quel realismo sporco e granuloso che trasforma ogni inquadratura in un piccolo dipinto malinconico. C’è una poetica del degrado che permea l’intera pellicola: le case fatiscenti, i motel squallidi, i volti segnati di una America dimenticata e periferica. Sotto questo aspetto, il film funziona quasi come un documentario sensoriale sulla marginalità sociale, dove la povertà e la violenza domestica sembrano germogliare dalla terra stessa come i giunchi delle paludi.

Il problema, però, sorge quando dall’atmosfera si passa alla narrazione. E qui devo essere onesto: a mio parere il film inciampa più volte. La trama segue due detective, Mike Souder (un Sam Worthington perennemente accigliato) e Brian Heigh (Jeffrey Dean Morgan, il cuore emotivo del film), impegnati a fare luce sugli omicidi. Il primo è il poliziotto locale, pragmatico e disilluso; il secondo, un ex agente proveniente da New York, cattolico e tormentato, che indaga anche fuori dalla propria giurisdizione spinto da un imperativo quasi morale. A loro si aggiunge Pam Stall (Jessica Chastain), ex moglie di Mike e collega dai modi bruschi, in un ruolo che purtroppo il montaggio finale ridimensiona drasticamente.

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Impossibile parlare di questo film senza citare i suoi ingombranti fratelli maggiori. Le Killing Fields rimandano immediatamente al Zodiac di David Fincher per l’ossessione dell’irrisolto, al Seven per la costruzione del male ambientale, e anticipano curiosamente le atmosfere di Prisoners di Denis Villeneuve, che uscirà due anni dopo. Ma mentre quelle opere costruivano una macchina narrativa impeccabile, “Le paludi della morte” sembra a tratti smarrire la bussola.

La sceneggiatura, a mio giudizio, è il tallone d’Achille. I personaggi entrano ed escono dalla scena senza un vero peso drammaturgico, alcuni sospetti vengono introdotti e abbandonati con una fretta che confonde, e la dinamica tra i due protagonisti non raggiunge mai quella profondità che il film sembra costantemente promettere. Worthington, in particolare, mi è parso monocorde, incapace di dare al suo Mike quelle sfumature che avrebbero reso il personaggio memorabile. È Jeffrey Dean Morgan a reggere sulle spalle l’intero impianto emotivo: il suo Brian è un uomo di fede immerso in un mondo senza redenzione, e la sua interpretazione trattenuta è di gran lunga la cosa migliore del cast maschile.

Il fulcro emotivo della vicenda ruota attorno ad Anne (o Little Ann), interpretata da una giovanissima Chloë Grace Moretz. La ragazzina, cresciuta in una famiglia disastrata con una madre che si prostituisce, rappresenta l’agnello sacrificale, l’innocenza costantemente minacciata dal fango morale che la circonda. Il legame paterno-protettivo che si instaura tra lei e il detective Heigh è la vena più autentica del film, quella che riesce a farci trattenere il fiato quando la trama la mette in pericolo. Moretz, va detto, dimostra già qui il talento cristallino che l’avrebbe resa una delle interpreti più interessanti della sua generazione.

Il finale, senza svelare troppo, è coerente con la premessa realistica dell’opera. La risoluzione del caso è volutamente anticlimatica e beffarda: i colpevoli non sono chi lo spettatore si aspetta, e la giustizia arriva sporca, imperfetta, incompleta. È una scelta coraggiosa, perché rifiuta la catarsi rassicurante del thriller commerciale, ma rischia anche di lasciare lo spettatore con un senso di frustrazione. Le paludi, alla fine, custodiscono ancora i loro segreti, esattamente come nei veri cold case di Texas City. È in questo scarto tra finzione e realtà che il film trova, forse, il suo significato più alto: la denuncia di un male che non si lascia mai catalogare del tutto.

 

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Che film è, dunque, “Le paludi della morte”? A mio modesto parere, è un’opera profondamente imperfetta ma non priva di dignità. È il classico caso di un film che vale più per come è girato che per quello che racconta. Ami Canaan Mann possiede un talento visivo innegabile e una sensibilità autentica per i temi della perdita e della marginalità, ma il materiale narrativo le sfugge troppo spesso dalle mani. Il montaggio, che ha pesantemente ridotto il ruolo di Jessica Chastain, tradisce probabilmente una gestazione produttiva travagliata.

Il pubblico, all’epoca, lo accolse tiepidamente, e i punteggi medi lo confermano come un titolo minore nel panorama dei crime anni Duemila. Eppure, io credo che meriti una riscoperta, soprattutto da parte di chi ama il noir atmosferico e non pretende che ogni tassello del puzzle vada al suo posto. Se cercate un thriller adrenalinico e dal ritmo serrato, resterete delusi. Se invece siete disposti a lasciarvi avvolgere da un’atmosfera opprimente e da una riflessione amara sulla natura irrisolvibile del male, allora questo viaggio nelle paludi texane potrebbe regalarvi qualche emozione autentica. Un film che affonda, letteralmente e metaforicamente, ma che almeno lo fa con un certo stile. La sua è una sconfitta nobile, e in un panorama saturo di thriller confezionati con lo stampino, questo non è un dettaglio da poco.

John il boia Ruth

Sono Gilberto, alias John il boia Ruth, la mente che ha dato forma a questo progetto. Nella vita mi occupo di web: dal marketing alla grafica, dalla progettazione di siti ai Social Network. Ne I Cinenauti ho voluto fondere il mio lavoro, che amo, con la mia più grande passione, il cinema. Prediligo gli horror, meglio se estremi e disturbanti, i thriller, i fantasy e i film d'azione. Insomma divoro qualsiasi cosa cercando di non farmi condizionare dai pregiudizi.

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