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THE GREAT

DA UN'IDEA DI

Tony McNamara

GENERE

Commedia storica satirica, drammatico

ANNO

2020

PAESE

Stati Uniti / Regno Unito

STAGIONI

3

EPISODI

30

CAST PRINCIPALE

Elle Fanning, Nicholas Hoult, Phoebe Fox, Sacha Dhawan, Charity Wakefield, Gwilym Lee, Adam Godley, Douglas Hodge, Belinda Bromilow, Gillian Anderson

Esiste una sottile arte nel raccontare la storia tradendola con eleganza, e The Great — la serie creata da Tony McNamara per Hulu con Elle Fanning e Nicholas Hoult — la padroneggia con un’audacia che rasenta l’insolenza. Definita “an occasionally true story”, la serie reinventa l’ascesa di Caterina la Grande come una commedia nera politica, dove il sangue scorre tra battute taglienti e champagne versato sui pavimenti del palazzo. Una satira storica che riflette sul potere, il femminismo e la natura umana con un’intelligenza pungente che merita un’analisi approfondita.

Quando Tony McNamara, già sceneggiatore premio Oscar di La Favorita di Yorgos Lanthimos, ha deciso di portare in serialità il suo testo teatrale del 2008 sulla giovane Caterina II di Russia, probabilmente sapeva di camminare su un crinale pericoloso. Da un lato, il rischio di banalizzare uno dei personaggi storici più affascinanti del Diciottesimo secolo; dall’altro, l’opportunità di decostruire il period drama liberandolo dalle sue catene di compostezza e pruderie. Il risultato è, a mio parere, una delle operazioni più riuscite e coraggiose della Peak TV recente: una serie che usa il passato come specchio deformante per parlare del presente, senza mai prendersi troppo sul serio.

L’originalità di The Great risiede proprio in questa frattura programmatica con il canone storico. McNamara non finge l’accuratezza filologica, anzi la rivendica come finzione: il sottotitolo “an occasionally true story” è una dichiarazione di poetica che ricorda il “based on actual lies” di alcuni mockumentary. La serie si muove con disinvoltura tra anacronismi linguistici (Caterina che esclama “Huzzah!” come fosse un’imprecazione alla Tarantino), riferimenti filosofici a Voltaire, Diderot e Rousseau — autentici, questi, almeno nello spirito illuministico della vera Caterina — e dialoghi che mescolano profanità contemporanea a retorica settecentesca con risultati spesso esilaranti.

Per il lettore appassionato di storia, è utile fare ordine. La vera Caterina II di Russia (Sophie Friederike Auguste von Anhalt-Zerbst-Dornburg, 1729-1796) sposò effettivamente Pietro III nel 1745, e nel 1762 organizzò un colpo di stato che lo depose. Pietro morì in circostanze sospette pochi giorni dopo, probabilmente assassinato — ma non, come nella serie dopo mesi di tira-e-molla sentimentale. La Caterina reale era pragmatica, calcolatrice, profondamente colta, e sì, illuminista convinta, almeno nei principi: corrispose con Voltaire per anni e tentò riforme che si scontrarono con la realtà brutale del servaggio russo.

McNamara prende questi nuclei di verità e li iperbolizza. Il Pietro di Nicholas Hoult è una caricatura grottesca dello zar reale (che pure era considerato immaturo, filo-prussiano e pessimo politico): un narcisista infantile che venera la madre imbalsamata — esposta in una teca nel palazzo, dettaglio inventato ma simbolicamente potentissimo. La corte russa diventa un Versailles dell’assurdo, popolata da nobili annoiati, intrighi sessuali e violenze improvvise. L’Archie di Adam Godley, capo della Chiesa Ortodossa, è funzionale alla riflessione sul potere religioso più che fedele al patriarca storico.

La scelta di alterare la cronologia è strategica: nella realtà, tra il matrimonio e il colpo di stato passarono diciassette anni; nella serie, tutto si comprime in un arco temporale impossibile, perché la verità che McNamara cerca non è quella dei manuali, ma quella emotiva e politica.

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Parlare della performance di Elle Fanning significa cercare di descrivere un fenomeno raro nella televisione contemporanea. La sua Caterina è un miracolo di equilibri: ingenua senza essere stupida, idealista senza essere insopportabile, crudele senza perdere l’empatia dello spettatore. Fanning attraversa un arco evolutivo spettacolare: dalla giovane sognatrice che arriva in Russia con i libri illuministi nel baule, alla rivoluzionaria pragmatica costretta a sporcarsi le mani, fino alla sovrana che scopre come il potere logori anche chi lo conquista per nobili ragioni.

La sua comic timing è impeccabile — qualcosa che non sorprende più di tanto chi l’ha vista crescere sullo schermo da Somewhere di Sofia Coppola in poi — ma è la sua capacità di passare dal grottesco al tragico in una stessa scena a renderla straordinaria. La gravidanza nella seconda stagione, vissuta tra terrore esistenziale e calcolo politico, è interpretata con una verità fisica che molte attrici “drammatiche” si sognano. A mio avviso, è la performance femminile più sottovalutata degli ultimi anni dalla critica mainstream, forse perché incastonata in una commedia, genere che ancora oggi paga dazio in termini di prestigio.

Accanto a lei, Nicholas Hoult costruisce un Pietro III che rischiava di essere monodimensionale e diventa invece il personaggio più sorprendentemente sfaccettato della serie. Il suo viaggio dalla buffoneria alla redenzione (o quasi) è gestito con una sensibilità che rivela un attore in piena maturità. Phoebe Fox come Marial e Sacha Dhawan come Orlo completano un ensemble in cui non c’è una performance debole.

Sotto la patina della commedia, The Great è una riflessione spietata sul potere e sulle illusioni della rivoluzione. Caterina vuole “modernizzare” la Russia importando l’Illuminismo, ma scopre che le idee viaggiano male attraverso le frontiere culturali, e che il popolo che voleva liberare non sempre desidera essere liberato secondo i suoi schemi. È, in filigrana, una critica al colonialismo culturale e al paternalismo dei riformatori illuminati di ogni epoca — tema sorprendentemente attuale.

C’è poi una lettura femminista evidente ma mai didascalica: Caterina deve costantemente performare ruoli (moglie, madre, amante, sovrana) per ottenere ciò che gli uomini intorno a lei hanno per diritto di nascita. La serie mostra come il potere femminile si costruisca attraverso compromessi che gli uomini non devono mai negoziare. Il rapporto con Marial, costantemente in bilico tra alleanza e classismo, è una delle migliori esplorazioni della sorellanza imperfetta che si siano viste in TV.

Infine, c’è la questione della violenza. McNamara la usa con la stessa nonchalance di Lanthimos: morti improvvise, decapitazioni inserite nel comico, brutalità accettate come arredamento. Questa estetica può respingere, ma a mio parere ha una funzione precisa: ricordarci che la storia è scritta col sangue, e che ogni elegante quadro di corte nasconde un costo umano che la cultura pop tende a edulcorare.

La cancellazione di The Great dopo tre stagioni è stata, lo dico senza mezzi termini, una delle decisioni più miopi di Hulu. Il finale della terza stagione lascia narrazioni aperte che meritavano risoluzione. Eppure, anche così, The Great rimane un’opera compiuta nella sua imperfezione, un esempio di cosa la televisione possa fare quando smette di chiedere il permesso al passato. Huzzah!

John il boia Ruth

Sono Gilberto, alias John il boia Ruth, la mente che ha dato forma a questo progetto. Nella vita mi occupo di web: dal marketing alla grafica, dalla progettazione di siti ai Social Network. Ne I Cinenauti ho voluto fondere il mio lavoro, che amo, con la mia più grande passione, il cinema. Prediligo gli horror, meglio se estremi e disturbanti, i thriller, i fantasy e i film d'azione. Insomma divoro qualsiasi cosa cercando di non farmi condizionare dai pregiudizi.

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