

Arriva su Netflix Unchosen, thriller psicologico britannico firmato da Julie Gearey che in sei episodi serrati ci trascina nel cuore soffocante di una setta isolata, la misteriosa Confraternita. Protagonista è Rosie, giovane madre interpretata da Molly Windsor, la cui esistenza viene scossa dall’arrivo di uno sconosciuto — Asa Butterfield — che sembra piovuto dal cielo. Tra desideri proibiti, segreti inconfessabili e una comunità dove la trasgressione si paga a caro prezzo, la serie costruisce un’ipnotica riflessione su fede, controllo e liberazione femminile, nel solco di una tradizione narrativa che da Unorthodox a Messiah ha saputo farsi specchio delle nostre inquietudini contemporanee.
Rosie, protagonista assoluta, vive all’interno della Confraternita, una comunità religiosa tanto isolata quanto rigidamente regolamentata. Quando la figlia Grace scompare nella foresta, Rosie infrange le regole per cercarla e si imbatte in un uomo misterioso che sembra materializzato dal nulla — o, secondo la retorica della setta, mandato dalla provvidenza divina. Da questo incontro si dipana una narrazione che intreccia tentazione, trasgressione e punizione, mentre la comunità vacilla sotto il peso dei suoi stessi dogmi.
È una struttura archetipica, quasi biblica: il bosco come luogo del fuori, l’estraneo come catalizzatore, la madre come figura di soglia tra dovere e desiderio. Julie Gearey, sceneggiatrice con un solido curriculum nel dramma britannico, costruisce un impianto narrativo che gioca consapevolmente con i riferimenti testuali della tradizione giudaico-cristiana — il marito della protagonista si chiama non a caso Adam, e il “frutto proibito” esplicitamente evocato nella sinossi del secondo episodio non lascia dubbi sull’intenzione allegorica. Si tratta di un livello di lettura che alcuni troveranno troppo telefonato, altri gustosamente letterario. Personalmente, lo trovo funzionale al tono complessivo dell’opera, che non cerca il realismo documentaristico ma un registro quasi favolistico, dove ogni gesto assume un peso simbolico.
Il cuore pulsante di Unchosen è, senza ombra di dubbio, la performance dei suoi protagonisti. Molly Windsor, già notata in Three Girls e The Runaway, conferma di essere una delle interpreti più interessanti della sua generazione. Il suo volto, capace di trasmettere simultaneamente vulnerabilità e determinazione, regge il peso drammatico della serie con una naturalezza disarmante. La sua Rosie non è mai vittima passiva né eroina manichea: è una donna che impara a mentire, a negoziare, a usare il silenzio come arma, e l’attrice restituisce ogni sfumatura di questo percorso con precisione chirurgica.
A fronteggiarla, un Asa Butterfield che prosegue la sua mutazione dal fanciullo di Hugo Cabret e Sex Education verso ruoli più ambigui e adulti. Il suo misterioso estraneo oscilla sapientemente tra angelo salvifico e potenziale minaccia, senza mai sbilanciarsi troppo da un lato o dall’altro. La chimica tra i due protagonisti funziona proprio perché non è immediatamente romantica: è un magnetismo sospetto, carico di interrogativi, che la regia ha il buon gusto di non risolvere troppo in fretta.
Contorno di lusso: Christopher Eccleston (l’ex Nono Dottore di Doctor Who) e Siobhan Finneran (la memorabile O’Brien di Downton Abbey) offrono alla Confraternita volti di gravitas inquietante, mentre Fra Fee nel ruolo di Adam costruisce un marito diviso tra fede autentica e frustrazione crescente.

Sul piano formale, Unchosen adotta un linguaggio visivo che privilegia la claustrofobia anche negli spazi aperti. La foresta — luogo potenzialmente liberatorio — diventa altrettanto opprimente degli interni spogli della comunità, grazie a una fotografia che predilige tonalità desaturate, verdi malati e marroni torbidi. È una scelta coerente con il genere thriller psicologico e con la tradizione del folk horror britannico, da The Wicker Man in poi, senza però mai sconfinare nel sovrannaturale esplicito.
Il montaggio, ritmato ma mai ansiogeno, permette alla tensione di accumularsi lentamente, episodio dopo episodio, fino a un finale che — senza fare spoiler — rilancia la domanda centrale dell’opera: “chi è il vero diavolo tra loro?” Una domanda che, a mio parere, funziona proprio perché rimane produttivamente ambigua, rifiutando le risposte consolatorie.
È inevitabile collocare Unchosen nel recente filone di serie dedicate a comunità religiose chiuse e manipolazione di massa. Rispetto a Unorthodox, più intimista e incentrato sulla fuga individuale, qui prevale la dimensione collettiva e paranoica. Rispetto a Messiah, il tono è più terreno e meno speculativo. L’accostamento forse più pertinente, a mio giudizio personale, è con The Handmaid’s Tale nelle sue prime stagioni: non per la dimensione distopica, ma per la capacità di raccontare il controllo patriarcale attraverso lo sguardo femminile.
Qualche appunto critico è doveroso: alcune svolte narrative risultano prevedibili per lo spettatore smaliziato di thriller, e certi personaggi secondari avrebbero meritato maggiore approfondimento. Sei episodi sembrano talvolta pochi per sostenere tutti gli archi narrativi imbastiti. Ma si tratta di limiti tutto sommato fisiologici in un prodotto che preferisce la densità all’espansione.